Wire – Nocturnal Koreans

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

In cosa consiste l’abilità compositiva? Che sia solo un “saper mettere insieme”? Chi ci dice quali siano gli elementi giusti? E in quale cassetto andrebbe cercata, ammesso che la si trovi, la chiave per spiegare il “come”? Innanzitutto partiamo dal “cosa”. Nella fattispecie da “Nocturnal Koreans” degli Wire, il loro quindicesimo album in studio.

La carriera discografica del gruppo è iniziata circa quarant’anni fa, nel lontano 1977, con il caposaldo “Pink Flag”, uno degli esordi più folgoranti della storia, un disco che agli albori del punk era già post-punk, nel senso che all’epoca gli Wire avevano già fatto tesoro di tutto quello che il genere potesse offrire, ed erano pronti a voltare pagina, mentre altri gruppi, comunque straordinari, erano solo a metà del foglio. Ma forse gli Wire erano, e sono tuttora, “più straordinari degli altri”. Chiamatela lungimiranza, o capacità di sintesi. Oppure, chiamatela abilità compositiva.

“Nocturnal Koreans” dura poco, neanche mezz’ora, ed è talmente bello che vorresti non finisse mai, ma infondo basta rimetterlo daccapo per rendersi conto che è perfetto così. E non è la solita nenia del “less is more”, perché semplicemente (semplicemente???) qui ogni cosa è al suo posto. Nessuna sottrazione (con annessa retorica minimalista), ma piuttosto l’equilibrio mozzafiato di un trapezista che regge sulle spalle il peso del mondo, e degli ultimi decenni di storia musicale. Un distillato per palati fini, forse. Un missaggio nitido, anatomico. Arrangiamenti pensati al millimetro. Una compostezza vocale da far invidia a Brian Eno. Ma invidia vera, perché qui anche il cuore ha la sua parte. Ecco quindi il trucco, e insieme il mistero, degli Wire: da quest’ordine, da questo rigore cartesiano, da questa sintesi chirurgica di punk. post-punk, e new-wave, trapela sempre un soffio d’anima, che apre una finestra sull’inspiegabile. Un nucleo di drammaticità. Forse il canto di un androide senziente. Robotico quanto vi pare, ma non per questo meno tragico.

La vedete, lì in copertina? C’è una luce nel buio. Una luce elettrica. Ci ricorda le tastiere che aprono (o ricompongono?) l’armonia sul finale di “Numbered”, o che contrappuntano la depressione post-rock di “Forward position” (una melodia così l’abbiamo sentita mille volte, eppure sembra la prima). “Internal exile” e “Still” andrebbero esplorate fin dentro le viscere per carpirne i segreti, l’esattezza delle misure, la vitalità cadaverica (un ossimoro, sì), la giustezza dei timbri, la scansione metrica del verso, la cura dei dettagli d’arrangiamento, lo scheletro essenziale che c’è alla base. Andrebbero studiate per capire come si escogita, si realizza, e si esegue una bella canzone. Labor limae, di nuovo tu! Dopo quarant’anni! Fra uragani geo-politici, mal di vivere, e piccolissime luci elettriche. Nell’impasse di chi si trova in mezzo, fra chi minaccia e chi viene minacciato. Oltre il filo spinato, rintracciamo il filo d’Arianna, in questi tempi così wire-less. Ma in “Nocturnal Koreans”, per nostra fortuna, nulla è lasciato al caso. A questo ci pensa già l’esistenza.

 

  • pasquale scevola

    Bel disco/bella rece