Frank Ocean – Blonde

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

We pour a taste out for the dead

(Frank Ocean; Pretty Sweet)

Frank Ocean, l’uomo per cui il vero cognome ne è l’epiteto, ci trascina in una nuova, nonché ambigua opera, dalla gestazione tutt’altro che canonica e dalla forma risultante ibridata tra vari mezzi di comunicazione. Quattro anni fa usciva channel ORANGE, album di debutto – nonché di rottura – per il giovane ghostwriter di Justin Bieber, John Legend e Beyoncé, che così finiva per rivitalizzare e dare un nuovo volto all’R&B, arrivando ad essere paragonato a figure che per farsi immagini rappresentative del genere hanno impiegato una quantità di tempo sicuramente maggiore: vedi D’Angelo.

Dopo il debutto per la Def Jam, Ocean si dedica ad altri progetti, collabora con Jay-Z & Kanye West in quello che purtroppo è uno dei brani più deboli di Watch The Throne (di sicuro lo è se messo a confronto con Why I love You), ovvero No Church in the Wild. Al di là di questa collaborazione, tuttavia, c’è molto poco. Un’altra collaborazione con Jay-Z in Oceans e niente più. Si continua a vociferare di un album in collaborazione con Pharrell Williams e Danger Mouse. Tuttavia questo non verrà mai pubblicato, e non si sa se ci sia veramente del materiale registrato. Niente di nuovo nemmeno dal punto di vista solista, fatta eccezione per un brano pubblicato nel 2014 (Memrise). Poi, alcuni mesi fa, lo ritroviamo in The Life of Pablo dove collabora nuovamente – e riuscendoci – con lo schizofrenico e lacrimevole Kanye per il brano Wolves.

Tuttavia, ancora nulla sul fronte Def Jam, quando cominciano ad apparire indizi sparsi nel web, principalmente sulla pagina Tumblr di Frank Ocean riguardo importanti novità. Prima la scritta Boys Don’t Cry, in principio ritenuta il titolo del nuovo album, ma poi rivelatasi essere il nome di una rivista ideata sempre dal nostro cantautore californiano. L’attesa è poca cosa che già sul sito di Ocean compare un video in live streaming dove inizialmente viene inquadrata una stanza vuota. Alla fine si scopre che si tratta di un video in loop del regista Francisco Soriano. Fatto sta che poco tempo dopo arriva qualcosa di nuovo. Tutto comincia con un video che riprende nella prime scene solamente uno stereo portatile ideato dall’artista Tom Sachs, il quale è coinvolto pienamente nel nuovo progetto di Frank Ocean. Un video di 140 ore – pubblicato in una versione da 40 minuti – ed ecco finalmente Endless, ovvero il primo risultato in questo 2016 per quello che fu il Man of the Year per la rivista statunitense GQ.

frank-ocean-endless

Questo lavoro respira dell’idee di Tom Sachs, della musica di Frank Ocean, del documentario e dell’artigianato. Endless è infatti un visual-album ambientato in una spaziosa falegnameria, dove vediamo Frank Ocean – tra voci fuori campo e brani prima inediti – costruire una scala a chiocciola, rinominata ironicamente stairway to heaven. Sachs in una recente intervista si esprime sul significato della scala, sostenendo un parallelismo tra la costruzione di questa e il processo creativo di Ocean:

You see each stair being stacked on top of each other onto a central steel column that’s welded and bolted to the ground. So there’s a transparency to the building that is the same as the transparency in the music.

Il progetto lascia perplessi. Come mediometraggio documentaristico è di scarso valore e musicalmente è fondamentalmente scialbo, eccezion fatta per pochi brani come At Your Best (You Are Love) e Higgs, una traccia techno anni ’80 di nove minuti che accompagna, per metà della sua durata, i titoli di coda del filmato, il quale si chiude con una manciata di rappresentazioni grafiche differenti della scritta “Endless”. Se invece vogliamo parlare di questo visualalbum come visione allegorica del nostro Ocean, probabilmente possiamo ritenerci maggiormente soddisfatti, concordando però sul valore introduttivo di questa. Una superflua postilla a quello che è Blonde, il vero ritorno dell’autore di channel ORANGE.

Ultima nota prima di parlare di quel capello fattosi verde. Blonde non esce per la Def Jam, ma – sorpresa – per la Boys Don’t Cry, la sua fresca etichetta personale che porta esattamente il nome della rivista distribuita il giorno dell’uscita del disco. Tuttavia c’è una domanda che in molti si saranno fatti – soprattutto visto il diverso valore corrispondente a Blonde rispetto a Endless – e è ben riassunta dal magazine online Complex in queste righe: Did Frank Ocean release Endless solely to fulfill his contractual obligation with Def Jam, paving the way for an independent release of Blonde? Come potrete immaginare una risposta non c’è, ma solamente supposizioni che qui è inutile riportare.

Blonde

frankocean-0-0

Si potrebbe anche dire che solamente ora comincia la recensione – e questo vorrebbe ovviamente dire che solamente ora comincia la musica. Effettivamente è così, anche se non del tutto. Endless e Blonde si toccano in un punto che continua ad essere la commistione: senza parlare necessariamente di campionamenti, che Frank Ocean – outsider nel genere – tende a non utilizzare se non con parsimonia.

Se prima avevamo Tom Sachs a dare l’assetto grafico al progetto diretto dal cantautore, ora abbiamo una foto. Il rapper dal falsetto dorato viene ripreso in una posa classica: mano sul volto, indice fasciato, testa china e capelli verdi. Il tocco è tutto di Wolfgang Tillmans, fotografo ritrattista contemporaneo.

Altro elemento interessante della copertina è la scritta in grassetto, che riporta infatti Blond, nonostante il titolo dell’album ufficialmente sia Blonde. La differenza sta nel genere dei due termini: blond fa riferimento a uomini, mentre blonde è dedicato all’universo femminile. Questo gioco confusionario è dettato probabilmente da quello che Frank Ocean si trovò a vivere poco tempo fa. Successe più o meno questo: sulla pagina Tumblr del cantautore compare un post dove – riassumendo – questo racconta della propria sessualità, con un linguaggio molto vago lasciando però trasparire il suo amore per un uomo. Durante un’intervista, quelli di GQ gli chiedono se lui possa definirsi bisessuale. La risposta, che non riportiamo per intero, è questa:

As a writer, as a creator, I’m giving you my experiences. But just take what I give you. You ain’t got to pry beyond that. I’m giving you what I feel like you can feel. The other shit, you can’t feel. You can’t feel a box. You can’t feel a label. Don’t get caught up in that shit. There’s so much something in life. Don’t get caught up in the nothing. That shit is nothing, you know? It’s nothing. Vanish the fear.

A questo punto lo scambio tra Blond e Blonde diventa non solo naturale ma necessario: i due termini debbono apparire identici, lì dove non esiste più il genere, o dove esiste molta paura. C’è chi poi ha provato a collegare sempre al tema della bisessualità anche il colore verde. La nostra idea è che questo rappresenti l’indeterminatezza sessuale per il fatto che non appartiene in natura a nessun genere. Per quanto difficile da sostenere, potrebbe essere un collegamento plausibile. Al di là delle supposizioni però, per fotografare la sessualità letteraria di Frank Ocean abbiamo deciso di riportare alcuni versi del suo pezzo Solo:

I got that act right in the Windy city that night

No trees to blow through

But blow me and I owe you

Two grams when the sun rise

Smoking good, rolling solo

(Solo)

Windy city è come viene chiamata Chicago, mentre act right è un modo per dire sesso. ‘Niente erba da fumare ma succhiamelo e ti devo due grammi all’alba’, grammi che il suo amante non vedrà come suggerisce l’ironica malinconia dell’ultimo verso (smoking good, rolling solo). Senza tralasciare il fatto che la stessa canzone si apre con questo verso: hand me a towel I’m dirty dancing by myself, in riferimento alla masturbazione. È comunque difficile trovare anche una sola canzone senza un qualche riferimento sessuale. Anche in Skyline To, che vede la collaborazione del maestro Kendrick Lamar, abbiamo versi simili quando viene richiesta all’amante un’erezione: Got your metal on, we’re alone Making sweet love, takin’ time. Tra l’altro molti hanno paragonato il nuovo Frank Ocean all’autore del recentissimo To Pimp a Butterfly. Tanti si sono affidati a versi come questi, contenuti in Nikes, prima traccia di Blonde:

Pour up for A$AP

RIP Pimp C

RIP Trayvon, that nigga look just like me

(Nikes)

Il rapporto di Frank Ocean con il sesso diventa abbastanza evidente – nella sua purezza smacchiata dalla contemporaneità – se si ascolta Facebook Story, brano che vede un monologo di SebastiAn, produttore francese, accompagnato al piano dal tastierista di Frank, ovvero Buddy Ross. I versi centrali nel loro stupore sarcastico sono questi, dove si racconta di un litigio dovuto a Facebook e alla nuova natura del rapporto interpersonale dettata da questo:

And I don’t want it because I was like in front of her

And she told me like “Accept me on Facebook”

It was virtual, means no sense

So I say “I’m in front of you, I don’t need to accept you on Facebook”

She started to be crazy

She thought that because I didn’t accept her

She thought I was cheating

She told me like, uh, “it’s over”

(Facebook Story)

Se vogliamo apprezzare in pieno l’abilità di Frank Ocean dobbiamo anche vedere per cosa si differenzia questo nuovo lavoro dal precedente channel ORANGE a livello musicale. Ci sono numerose collaborazioni e diversi campionamenti che aiutano Blonde a rendersi differente da molto del precedente R&B e quindi anche da channel ORANGE. Influenza che si sente molto è quella di James Blake, che risulta in un tocco ancora più intimista nella produzione di Frank Ocean; il primo è anche cantante nel brano White Ferrari, dove, nell’ultimo minuto, vive anche tutto il meglio di Bon Iver, pur non essendo presente nel brano. Ricordiamo che Ocean e Blake avevano già collaborato per The Colour in Anything. Recentemente, in un’intervista per Rolling Stones, il giovane londinese ha sostenuto di apprezzare notevolmente il lavoro dell’americano, in particolare questa sua ultima produzione:

I was more of a fan of him when I heard his newer music. It’s better. You grow, you improve, you nail a new message to the board. He’s had time to mature. It’s really cool to watch.

Le altre influenze citate sono Jonny Greenwood, Arca e Alex G. Beyoncé, di cui è un grande ammiratore, canta alcuni passaggi in Pink + White; in Close to you troviamo un campionamento della cover realizzata da Stevie Wonder del brano scritto da Bacharach e reso noto dai The Carpenters. Nella già citata White Ferrari è possibile sentire i The Beatles di Here, There and Everywhere. I The Beatles sono ancora presenti in Seigfried dove è riportato un campionamento del loro brano strumentale Flying, e sempre nella stessa traccia è possibile individuare la bellissima e postuma A Fond Farewell di Elliott Smith.

L’R&B fa riflettere molto, in questo suo aspetto magmatico, sulla storia della musica e sulla sua totale contemporaneità. Tutta la musica è contemporanea. O per dirla con il primo dei Quattro quartetti di T. S. Eliot:

Time present and time past

Are both perhaps present in time future

And time future contained in time past.

If all time is eternally present

All time is unredeemable.

Viene da pensare questo sopratutto leggendo alcuni commenti che potete trovare all’articolo de il Post riguardo Frank Ocean e il suo successo. C’è infatti qualcuno che critica la musica di oggi – e le varie webzine come Pitchfork che vivono di essa e non fanno altro che rintracciare capolavori contemporanei ogni settimana – tirando in ballo i grandi autori del passato, tra cui Pink Floyd e The Beatles. C’è una risposta a questa posizione, che recita così: Ce la facciamo a scrollarci di dosso l’ombra dei classici e ad eleggere qualche “nuovo evergreen” o fino al 2080 compareremo ancora tutto quanto ai Beatles? E allora da una parte c’è della ragione, basta passatisti; ma dall’altra, se ascoltiamo White Ferrari, ci rendiamo conto che tutto vive contemporaneamente e quell’ancora non ha ragion d’essere.