Black Marble – It’s Immaterial

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Un intro di noise analogico e il basso di Iron Lung si presenta schietto a sorreggere una voce immateriale, vaporosa, che senti spegnersi e continuare a fumare prima di infrangersi contro una parete sporca. In sottofondo batterie elettroniche e qualche tocco di tastiera a seguire la linea melodica. Il progetto di Chris Stewart, oggi al secondo album, si delinea quindi come un nuovo capitalo in quella saga post-punk eterea, che sa fino al midollo di Joy Division in versione lo-fi anni duemila. Poco più di mezzora e tanta materia oscura a infrangersi nel bel mezzo di bassi schietti.

Woods, quarta traccia del disco, si avvicina di più a certi colori cupi ma comunque scheletricamente movimentati come O Children o Chapel Club oppure come qualcosa di molto vicino ai The Drums. Una ventata di caldo avvolge la voce, e il ritmo è contraddittoriamente movimentato e lento. I sintetizzatori in sottofondo ricalcano luoghi tiepidi. A marcare l’errore v’è una chiusura giusto abbozzata.

Quello di Woods è, effettivamente, uno schema ricorrente in It’s Immaterial: spesso di presentano elementi a dare una presunta dinamicità, ma poi arrivano i demoni a tirare tutto indietro, creando un gioco basato molto sulle aspettative e le attese. A Million Billion Stars sembra prepararsi ad un outro pirotecnico e invece, cautamente,  i vari elementi si lasciano portare altrove. 

Forse, riprendendo le parole del canadese dal volto scolpito anch’esso, in marmo nero, nella storia della musica: you want it darker. I Black Marble devono andare ancora più in profondità, smetterla di cercare il ritornello o l’ascolto facile, per puntare a una complessità grumosa e buia.

Data
Album
Black Marble - It's Immaterial
Voto
3