Comunisti su Marte: The Pop Group, la falce, il martello, la carota, il bastone, lo Sputnik

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Vai al supermercato. Passi al reparto saponi et cetera. Ti compri un dentifricio. Torni a casa, sei in bagno, lo premi. Esce fuori nero. Solo allora noti la scritta sulla confezione: “Stranded In Reality”. Arenato, bloccato, incagliato nella realtà. Come da dizionario. E la realtà è sempre prodotta dalla storia, ci insegna la scuola marxiana, quella storia da leggere in chiave economica, scientifica (materialista), quella storia che ci parla di tiranni ed oppressi, di bisogni negati ed indotti. Quella storia che a guardarla dritta negli occhi ci spruzza addosso il suo bel dentifricio nero. Sono forse impostazioni che impoveriscono la nostra fantasia, poiché reiterate ad oltranza, infondo come gli orrori della storia. Categorie, caselle da colmare, pinze per oggetti sociali. Ma stiamo ancora lì, dentro “Essi Vivono” di Carpenter, e ancora prima dentro “Il Capitale”. E il compito dell’artista? Ce lo riassume The Pop Group nell’ultimo “Honeymoon on Mars”.

La band aveva divorziato decenni fa. Poi il ritorno di fiamma. E le seconde nozze (col morto) sancite dal sorprendente “Citizen Zombie”. Era solo il 2015. Un album che stupiva e stupisce ancora per la freschezza compositiva, per la ricchezza dei contenuti, per la tenuta stilistica dalla prima all’ultima traccia. Sorprendere, sconcertare. Routine per gente come The Pop Group. Separarsi, riconciliarsi. E adesso ci scappa pure la luna di miele. Dove? Sul pianeta rosso, che domande! Ma anche lì, a giudicare da questo disco, c’è poca vita e zero, ma proprio zero speranza. Perché la speranza è una trappola, come ben sappiamo. Ma anche la disillusione è una trappola. E peggio ancora il capitalismo che è il trappolone più trappolone di tutti (“Capitalism stole my verginity”, in ricordo degli adorabili The (international) Noise Conspiracy). In pratica non se ne esce.

Chi conosce The Pop Group sa che parliamo di una fra le formazioni meno inclini al pop di sempre. E in quel nome antifrastico, ossimorico rispetto alla proposta musicale, in cui si cela il messaggio politico della band, sta tutto il senso della missione. Il nemico è l’arte che accetta l’esistente così com’è, l’arte che non critica la realtà, la storia, il dominio esercitato da chi detiene i mezzi di produzione a danno di chi cede la propria vita obtorto collo in cambio di un misero salario. Schiavi, padroni, e canzoni da spiaggia da deturpare. Dal ’77 ad oggi, da uno squat inglese irrorato di dub, di punk, e di funk, o se preferite da un mattonato fatiscente dove gracchiava il megafono di Mark Stewart, fino all’era dello streaming comodo comodo da casa, il ritornello resta quello. Mutatis mutandis, il re sta in mutande (ma ha un pacco niente male).

Cos’è un disco? Davvero, cosa vuoi che sia? Un disco non è niente, se è fatto e pensato per piacere all’ascoltatore. Questo deve essere il credo di Mark Stewart. Gradevole fa rima con ingannevole. Gradevole vuol dire “non penso a un cazzo e mi sta bene”. Gradevole vuol dire “il mondo non mi riguarda, figurati capirlo, figurati cambiarlo”. Gradevole vuol dire “Citizen Zombie”. Quindi mutiliamo la forma canzone che tanto piace alla cultura di massa,  compreso lo pseudo-punk dei The Clash (Lo cantavano i Crass, come ricorda Helena Velena in un documentario reperibile su youtube: “Well the name is Crass, not Clash, they can stuff their punk credentials”). La riscoperta di Prometeo (il brano “Thief of fire” dal capolavoro “Y”). Rubare il fuoco agli dei, a chi comanda lassù, un esproprio proletario ante-litteram. Contraddizioni da svelare. Neo-comunismo sorto dalle ceneri di un nichilismo (iper)attivo. Prendere coscienza, prima di tutto.

pop-group-honeymoon-resized“Honeymoon on Mars” (o meglio “on Marx”) è un’opera centrifuga, respingente. Quasi uno scherzo alla “Metal Machine Music” della buonanima di Lou Reed (tranquilli, ho detto “quasi”) E infatti solo il titolo fa venir voglia di scherzare, di rispolverare meme come “Marx Attacks” oppure “Is there life on Marx?” (uno spasso, vero?). Difficile assorbirlo, farlo proprio. Persino all’interno della già ostica discografia del gruppo, questo album fa la parte del fratello stronzo, quello che non ti parla mai e che se apre bocca lo fa solo per urlarti tutto il suo disprezzo. Come definirlo? Una playlist frammentaria, una sequela di bozzetti rumorosi, sgraziati, martellanti (come esige lo stile della band) e per nulla esaltanti, salvo due o tre casi (“Istant Halo”, “Zipperface”, e in parte “City of Eyes”).

Quindi, visto che parliamo di leggende post-punk che toppano, possiamo dire di trovarci difronte al “Go Away White” firmato “The Pop Group”? Siamo forse dalle parti di “What Happens Next” (il primo obbrobrio è colpa dei Bauhaus, il secondo dei Gang of Four, almeno sulla carta)? Non esattamente. Infatti “Honeymoon on Marx” (chiamiamolo così e amen) resta comunque il seguito di “Citizen Zombie”, un album che vantava liriche da CSOA più marxiano che marziano, e che sconcertò soprattutto per via di alcune soluzioni melodiche inaspettate. Era il disco-carota. HOM è invece il disco-bastone. E pensare che il precedente lavoro sfoggiava numeri danzerecci da fare invidia a “Reflektor” degli Arcade Fire, e addirittura qualche parentesi eterea prossima allo shoegaze (“Nowhere Girl”).

HOM, da par suo, è una colata di bile spray, un murales periferico, un ritorno al futuro attraverso un dj-set electro-noise-dub dentro un ecomostro occupato da vocalist in odor di brigatismo e passamontagna e molotov e Mr. Robot e scantinati carbonari e flash-mob fra Femen e Pussy Riot e così via. The Pop Group: il gruppo del popolo, l’altra faccia di un nome ambiguo e geniale. Un disco indigesto? Potete giurarci. Perché gradevole fa rima con ingannevole. Perché la musica s-pensierata fa parte della sovrastruttura sorretta dalla perfida struttura capitalista. La lotta di classe vuole slogan, non ritornelli melodici. Quelli servono al padrone, per fare plus-valore. Ecco, in tutto questo c’è pure la fantascienza distopica, da cui il viaggio alla volta di Marte.

“Help me please! I’m going on a desperate journey!”

Il pianeta rosso descritto dal gruppo è una città paranoica con occhi che ti seguono ovunque, un’isola dell’universo per cosmonauti, anzi per cosmonaufraghi morti nel tentativo di raggiungerla. Non è “Futurama”. Sembra piuttosto il pianeta terra. Altro che luna di miele sul pianeta rosso. Diciamo “2016: odissea nel pianeta del Dio della Guerra” (vedi il brano “War Inc.”). Nessuno spazio profondo. Hom sounds like Home. Ad ogni modo, la band ha sparato lo sputnik, e noi ci siamo persi. Ci abbiamo capito poco o niente, armati del nostro solo abecedario marxiano, quando invece serviva quello marziano.

Certo, con Dennis Bovell in cabina di regia (come ai tempi di “Y”) affiancato da Hank Shocklee (The Bomb Squad) era lecito aspettarsi di più. Per sicurezza, per sapere appena leggere e a malapena scrivere, diciamo che forse siamo stupidi noi, che forse un giorno lo capiremo meglio, quando saremo un po’ più alieni e un po’ meno alienati magari ci sveglieremo; e poi niente, “Zipperface” è proprio una bomba, e i rumori che sentiamo probabilmente vengono dalla fusoliera che si spacca, dai frammenti di un viaggio lontano nel tempo, dai cosmonauti risucchiati nell’infinito, sempre più sfinito.

Info:

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Sito: http://www.thepopgroup.net

Data:
Album:
The Pop Group - Honeymoon on Mars
Voto:
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