Metallica – Hardwired… To Self-Destruct

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Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto. Prima di tutto chiariamo una cosa: i Metallica di “Master Of Puppets” o “And Justice For All” sono morti, ed i (loro) anni Ottanta non esistono più. Non certo per mancanza di creatività (i detrattori su questo punto continueranno a fare dell’autoerotismo) ma semplicemente per dichiarata volontà: insomma, alla band di San Francisco ormai non interessa più di tanto il revivalismo autoreferenziale. E dunque, chi spera che in questo “Hardwired… To Self-Destruct” si penda da quelle parti, si sbaglia di grosso.

Due, in questo senso, i brani fuorvianti posti ad inizio e fine album. Il primo dei due è “Hardwired”, una sorprendente ‘speed killer track’ quasi a riportare alla mente “Hit The Lights” (starter del primo album “Kill’em All”), essenziale nella scrittura e sparata alla velocità della luce. La seconda invece rappresenta il gioiello assoluto dell’intera opera. “Spit out the bone” è un concentrato di furia assassina dotato di una quantità incredibile di cambi tempo, assoli e partiture ultra thrash-tech – che catapultano l’ascoltatore dentro “And justice for all”. Due brani estremamente dinamici e veloci posti agli estremi di un contenitore che in realtà parla di altro, nascondendo la sua vera ‘anima’ altrove.

Sembra quasi una bestemmia dirlo, ma mai come oggi la N.W.O.B.H.M. in generale ed i Diamond Head nello specifico (fiore all’occhiello di quel movimento e band venerata fino allo spasmo da un giovane Hetfield) rappresentano una fonte di ispirazione assoluta.

In questo senso “Atlas, Rise!” rappresenta l’esempio perfetto. Un pezzo sul quale la presenza luminosa dei Diamond Head si manifesta attraverso una sintesi perfetta ed incontenibile di chitarre gemellate e progressioni Heavy vecchio stampo – dove i Metallica sembrano sentirsi maggiormente a proprio agio. O nella bestiale ed arcigna “ManUNkind”, unico brano co-scritto dal bassista Robert Tuijio, epica e solenne attraverso un cantato (‘seized by the day, frozen captive by the night, led so astray, all the dark days of your life’) capace di evocare lo spirito dei Mercyful Fate. Nelle striscianti “Am I savage?” (con ‘intro’ di chitarre e basso, altro loro trademark inconfondibile), “Dream no more” e “Here comes revenge” interviene l’hard blues à la “The house Jack Built” o “The outlaw torns” (entrambe contenute in “Load”), qui rivisitato in chiave ultra heavy – Black Sabbath dell’era Ronnie Dio.

Di brano in brano si svelano gemme nascoste. In particolare “Lord of the summer”, inserita come bonus track, ne rappresenta lo snodo cruciale: evidenziando con largo anticipo – essendo già stata rodata ampiamente in sede live – la parabola compositiva dei nostri. Le note dolenti arrivano dalla poco incisiva “Halo on fire”, e dal tributo al compianto Lemmy Motorhead (“Murder one”) – forse la scelta migliore sarebbe stata rivisitarla in chiave strumentale. In generale si respira aria nuova, questo anche grazie all’innata capacità della band di assemblare con estrema duttilità elementi contrastanti ma capaci di interagire perfettamente fra loro: il lato più patinato ed ‘alternative’ e quello più ‘old school’.

Forte anche di una produzione adeguata, capace di catturarne la furia live, Hardwired… To Self-Destruct” manifesta grandi qualità: compresa quella di mettere in mostra una band capace saper invecchiare egregiamente – cosi come è stato per il precedente “Death Magnetic” (per certi versi: insuperato). Bicchiere mezzo vuoto? Bicchiere mezzo pieno! Per il resto: c’è tempo.

Data
Album
Metallica - Hardwired… To Self-Destruct
Voto
4