Sette domande a Cristian Fanti del Collettivo Ginsberg

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Lo scorso 2 Dicembre
, fuori dal locale ‘Na Cosetta di Roma, dopo il bel concerto del Collettivo Ginsberg ci siamo fermati a conversare con Cristian Fanti, che è un po’ la voce e l’anima del progetto, anche se ci tiene a ribadire che l’arte è condivisione, non personalismo. Si è parlato di libertà creativa, di passioni letterarie, di personaggi scomodi, addirittura di metafisica, e del loro ultimo e particolarissimo album “Tropico”. Sette domande, strappate ai fumi dell’alcol, per altrettante risposte assai dense di spunti. Buona lettura.

Collettivo Ginsberg, due parole che rievocano la politica e la poesia di un tempo. Due aspetti complementari della vostra arte?

In origine volevamo essere un’orchestra, ma per questioni pratiche ci siamo adattati alla dimensione del collettivo. Ad ogni modo i nostri brani sono pensati e scritti per essere suonati da più elementi rispetto al solito quintetto che in genere si presenta sul palco. Al nostro ultimo album “Tropico”, ad esempio, hanno collaborato dodici musicisti. Dentro ci trovi sax. trombone, vibrafono, un altro chitarrista, un’altra corista, e non solo. Questo aspetto orchestrale fa parte del nostro stile fin dalla prima autoproduzione, che risale al 2008. Amo la parola “Collettivo” perché penso che più un atto creativo sia condiviso e più possa rivelare la sua forza. L’anima politica del Collettivo Ginsberg sta tutta qui, dato che in realtà di politico in senso stretto abbiamo ben poco. Le tematiche che affrontiamo non sono quelle tipiche della grande stagione impegnata degli anni ‘70, anche se musicalmente quegli anni ci hanno influenzato parecchio, e penso soprattutto agli Area, che ci hanno plasmato a suon di sincopi ritmiche. Detto ciò, se la politica è l’arte di pensare la collettività nei suoi mutamenti, gli argomenti che trattiamo sono invece idee fisse, universali, centrali nella poesia classica. Temi come Amore, Morte e Dio. Infarcire le canzoni di ideologia politica non fa per me, e quindi non lo faccio. Preferisco avere come modello Lucio Dalla e Lucio Battisti (con lo spettro lirico di Mogol), che con la loro musica riuscivano a toccare le persone nel profondo senza bisogno di schierarsi da una parte o dall’altra, e incappando per questo anche in ambiguità ed equivoci spiacevoli, vedi la storiella secondo cui Lucio Battisti sarebbe stato fascista.

Il prezzo dell’anticonformismo. Ci sono altre figure che ammiri in questo senso?

Un altro personaggio che ammiro è sicuramente Giovanni Lindo Ferretti. Lo stimo artisticamente a prescindere dal suo aver rinnegato o meno il passato. Certo, la gente può pensare quello che vuole e può anche detestarlo per aver cambiato casacca, ma trovo che nell’arco di una carriera ormai pluridecennale Ferretti sia riuscito a parlare di politica senza scadere in facili sloganismi, e sempre offrendo un punto di vista critico, scomodo, che porta nel bene o nel male a riflettere, specie sui temi universali da me citati prima. Ferretti ha fatto una scelta, che è stata aspramente osteggiata dai suoi ammiratori. Per molti di loro ritrovarselo credente, addirittura di destra, sarà stato uno choc. E c’è qualcosa di punk in questa scelta, malgrado tutto.

Punk = Provocazione: essere iconoclasti sulle orme di Dio, come Ferretti. Un controsenso assurdo?

Non so se riesco a spiegarmi. Bisognerebbe uscire fuori dagli steccati ideologici, liberarci dalle consuete etichette riguardo quel decennio lì, o quel decennio là, e la politica del periodo x, la musica del periodo y. Invece dovremmo tornare a pensare il mondo come se fossimo semplicemente fermi, un punto in mezzo ad un flusso. Ecco vedi, ora stiamo sconfinando nella metafisica.

Siamo dentro, nel flusso. Senza parametri certi, né distanza critica. Chiamati a un continuo cambio di prospettiva. Come si coniuga tutto questo con “Tropico”, il vostro ultimo album?

Abbiamo alzato la posta in gioco, senza ricorrere a facili stratagemmi, o a soluzioni compositive già adottate in passato, che oltretutto avevano ricevuto un responso critico favorevole, viste le recensioni dei nostri precedenti lavori. Vogliamo fare la musica che ci pare e vogliamo farla come ci pare. Questo è un primo messaggio che appare evidente in tutto l’album. Il cambio di prospettiva c’è stato, ed è avvenuto quasi a freddo, a tavolino, detto fra mille virgolette. In pratica in fase di pre-produzione ci siamo promessi che avremmo realizzato qualcosa di diverso, che facesse venir voglia di ballare. Ovviamente a modo nostro. Abbiamo quindi costruito l’album partendo dal sentimento del ballo unito alla musica, e da qui abbiamo intrapreso un percorso di ricerca, fondamentalmente ritmica. Abbiamo approfondito la samba, la scuola caraibica, e contaminato il tutto con il nostro stile. Sono convinto che un artista (in questo caso un collettivo artistico) debba evolversi rispondendo unicamente alla propria libertà creativa e al proprio spirito di ricerca, senza mai dare al pubblico quello che già si aspetta. Vale per chi ha più seguito, e vale anche per chi, come noi, ha un pubblico meno vasto. E in questo c’entra sempre il discorso di prima su Ferretti.

Quali sono i nutrimenti letterari che hanno ispirato le tue liriche?

Mi ricollego alla domanda fatta all’inizio. Abbiamo scelto Ginsberg perché è fra i massimi autori di riferimento della Beat Generation. Per quanto mi riguarda ho letteralmente divorato le sue poesie, benché nei testi abbia introdotto pochissime citazioni, stranamente. Non ho un filone letterario prediletto, a dire il vero. Sono abbastanza caotico. Resta comunque la passione per autori come Ginsberg, Kerouac, e Burroughs, tanto per citare alcuni fra i più noti della suddetta corrente. 

Penso al brano “PPP”, che sta per Pier Paolo Pasolini. Come entra la sua figura nel vostro immaginario?

Entra con un tackle a gamba tesa. Poeticamente, letterariamente, mi ha sempre lasciato impressionato. Soprattutto per la capacità di far rivivere la lingua sulla carta, nero su bianco. Le sue opere, così come la sua vicenda personale, sono la testimonianza di un animo inquieto e anticonformista, indigesto allo stesso P.C.I. se andiamo a vedere.

Come unisci le tue influenze letterarie all’atto dello scrivere?

Ultimamente per la stesura di “Tropico” ho riscoperto poeti dialettali romagnoli (la band è di Forlì, ndr) come Raffaello Baldini, Aldo Spallicci, Tonino Guerra; questo per ribadire che il mio background è piuttosto eterogeneo e poco inquadrabile. Leggo, sottolineo, prendo parti di testo e poi le unisco a parti scritte di mio pugno. Una sorta di cut-up un po’ sui generis. Senza prendere le parole e lanciarle in aria, però. Questo per dire che mi interessa la contaminazione, e mi interessa approcciare stili letterari diversi, che poi raccontano sempre le tre tematiche di cui ti parlavo prima: Amore, Morte e Dio. Tre tematiche che sostanzialmente racchiudono l’intera esistenza umana.