Romare (full band) + Go Dugong @ Locomotiv (BO) 10-03-2017

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Nella seconda serata della mini rassegna “Blender” ospitata dal Locomotiv Club di Bologna, i battiti cardiaci da drum machine e le spine dorsali di bassline, hanno richiamato un folto, famelico ed eterogeneo pubblico fedele al groove. Un clima caloroso ed eccitato ha accolto due artisti chiacchierati, affermati e degni di attenzione.

Il macchinista d’apertura è Go Dugong, al secolo Giulio Fonseca; un amante dei beat muscolari, delle forme liquide di scuola Hip Hop, nonché un onnivoro di ritmi World. Per lui si è trattato della data zero sul progetto “(Indian) Furs”: il primo di una serie di lavori dedicati a specifiche zone del globo, con l’ausilio dell’ormai nota tecnica del Field-Recordings.

Go Dugong ci porta in India, lo fa sfogliando un diario di viaggio e le registrazioni di un personale schedario tassonomico di tutto fascino. Bastano pochi accenni di sound, una spicciolata di fruscii e siamo trasportati corpo e anima tra i villaggi del Rajasthan, le rovine di Uttar Pradesh e le mangrovie del Kerala. Accompagnati da bassi al ventre e battiti ipnotici, riusciamo a muoverci con grazia accurata tra i suoni della natura, il vociare urbano, i taxi impazziti e i riti religiosi dell’India. Obiettivo raggiunto! La contrapposta stratificazione dei ritmi metropolitani e della natura fanno presa su un pubblico attento e incline al trasporto emotivo.

Questo warm-up di stile, con piacevole sorpresa crea il giusto stato catartico e introduce lo show di Archie Fairhurst aka Romare. Il nuovo entrato in casa Ninja Tune (con l’album “Love songs Pt.2”) si prepara alla sua prima data Italiana in versione full band, tutto è pronto con un biglietto multi-scalo dal Regno Unito al Delta del Mississippi sino all’Africa antica. Sul palco, Archie si prende i meriti e diventa direttore d’orchestra, detta i tempi e i minuziosi cambi. Ad accompagnarlo troviamo un percussionista e un giovane polistrumentista da prima linea, armato di basso elettrico, sassofono e flauto traverso.

Lo show prende vita da un accattivante down-beat che ci porta lentamente ai canonici 125 Bpm della scuola House. L’inconfondibile tecnica di missaggio a collage di Romare si consuma tra classici e medley estratti dai suoi due album e dagli EP di inizio carriera. C’è classe nella distribuzione sonora e nella costruzione di ogni singola vibrazione, la dinamica del live pare funzionare, i tempi raddoppiano e si dimezzano con estrema naturalezza. Romare ha la possibilità di far suo un dancefloor documentaristico quanto un teatro di emozioni senza età, ma la versione full band risulta ancora un poco acerba. La scelta di un percussionista World, anziché un batterista classico, non soddisfa a pieno il desiderio univoco di assaporare quel tamburellare dal delicato delay, ormai divenuto marchio inconfondibile delle produzioni e dei remix di Romare.

Il direttore d’orchestra comunque va all’osso delle sue composizioni, affronta lo show cadenzandolo come un set da dancefloor, e trascurando totalmente alcuni brani fondamentali del suo repertorio. Dimentichiamo le sensuali trame Blues, e purtroppo ci priviamo anche dei sample vocali di colta ricerca a cui ci aveva abituati. Un nuovo sviluppo grammatico ci trascina sui bassi primordiali dal gusto Funk, seppur orfani delle voci di Nina SimoneMalcom-X, e James Brown… la danza tribale non si arresta.

Un’improvvisa caduta ritmica a picco lascia qualche respiro (e pure qualche dubbio) riportandoci a dinamiche di matrice Dub, il viaggio riprende nuovamente quota e sorvola l’Africa nera, tanto da renderle tributo con una lunga divagazione riassuntiva: un estratto dai primissimi lavori dell’artista cita pubblicamente la famosa “It began in Afrika” – a molti nota grazie ai Chemical Brothers –, estratta con tanto di basi armoniche dallo spoken word originale, “Drumbeat” di Jim Ingram del 1974. Con l’eleganza che gli è propria, Romare ridefinisce in apparente semplicità un mondo multietnico, a ricordarci che passato e avanguardia condividono gli stessi arti e il medesimo sguardo. Qualche accorgimento e l’esperimento full band potrebbe tramutarsi in men che non si dica in una reale orchestra dal fascino unico.