Voina – Alcol, schifo e nostalgia

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È anche normale che nel 2017 un disco venga intitolato alla santa trinità del disagio. Quasi fisiologico, oserei dire: al giro di boa, al fatidico momento di verifica, i figli delle stelle che sorridevano in pista al ritmo della disco music hanno lasciato il posto ai figli della crisi condannati a masticare e risputare continuamente quello “schifo” che come una pestilenza invade le nostre vite. La soluzione, sembrano suggerire i Voina, è rifiutare qualsiasi forma di eroismo, dispiegare le vele della rabbia, ergere il vessillo della nullafacenza in segno di rifiuto.

Questo, in breve, il messaggio che attraversa le dieci tracce di “Alcol, schifo e nostalgia”, secondo disco di Ivo Bucci, Domenico Candeloro, Nicola Candeloro e Daniele Paolucci, voce, batteria, chitarra e basso. Un disco che, al di là dei sacrosanti gusti personali, salta innanzitutto all’occhio per la sua copertina – che non ha nulla da invidiare a quella dell’ultimo disco di Levante in termini di efficacia – e poi salta all’orecchio con le prime tre canzoni, nell’ordine: “Welfare”, “Io non ho quel non so che” e “Bere”. Pezzi che quasi subdolamente si imprimono nella memoria per ritmo incalzante, semplicità melodica e carattere programmatico dei testi.

Rispetto ai fratelloni della scena i Voina potrebbero sembrare più “ingenui” o più “immaturi” o meno “profondi”: molto più semplicemente è che invece di vestire con la poesia la canzone di lamento, vestono di parolacce la canzone dello scazzo.

Hai cambiato lavoro/un altro lavoro di merda (“Welfare“)
Io sono un libero professionista/libero nel senso che non faccio un cazzo (“Io non ho quel non so che“)
Questi sogni non sono nostri/i vostri sogni fanno schifo al cazzo (“Bere“)

Qualcuno mi ha fatto notare che “schifo” non è una parolaccia, ma se ascolterete il disco dei Voina la ritroverete spesso vomitata da Ivo Bucci, roboante voce della band: coltello tra i denti e serietà del turpiloquio – come padre putativo il Cristiano Godano della “Festa Mesta“, quello dei complimenti per la festa, una festa del cazzo, anche se oggi siamo lontani anni luce da quelle invettive secche e punitive.

Nei testi dei Voina però non c’è spazio per i mezzi termini quando si tratta di dipingere la disfatta di una generazione di trentenni che hanno in animo di spaccare locali e condividere disturbi mentali – Io vorrei fare un disastro con te/Spaccare questo stupido locale/Le nostre ossa che sbattono/Le nostre ossa che sbattono/Il rumore che fanno quando si abbracciano/i nostri disturbi mentali (Ossa).

Sopravvissuti allo schifo, comincia la parte del disco dedicata all’odio gratuito: odiare è gratis, odiare è per sempre (Morire 100 volte), quindi perché non farlo, ogni motivo è buono. E qui il disco mostra la sua parte più fragile, quella, se vogliamo, più banale e più pretenziosa, la volontà più o meno mascherata di essere un prodotto che intercetta un bisogno. Finalmente qualcuno dice che non ci piacciono gli aperitivi, che è da persone tristi fare le cene in casa, ascoltare il Jazz, e che non ci frega niente se stiamo con Il futuro alle spalle, per usare il titolo di un libro di Hanna Arendt che non è Nietzsche – non faccio foto/ non faccio video/Non cito Nitezsche per fare il figo – anche se fa pur sempre la sua figura.

I Voina centrano l’obiettivo che probabilmente si erano prefissati: piacere a tutti quei giovani che credono di vivere così. O che vivono così, un po’ eroi, un po’ antieroi, esacerbati, sensibilmente urtati. Dal punto di vista estetico, a parte la spinta iniziale con rabbia controllata, “Alcol, schifo e nostalgia” offre poco, ma non è certo un disco che nasce con l’intento di offrire sensazioni che vadano oltre la manifestazione di una serie di insofferenze nei confronti dell’esistenza. È solo che definiti i due o tre argomenti principali – e questo disco ha argomenti precisi – si corre il rischio di diventare monotematici, di assopire e di assopirsi.

Data:
Album:
Voina - Alcol, schifo e nostalgia
Voto:
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