Vök – Figure

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

L’Eurosonic potrebbe essere il cugino buono dell’Eurofestival (o Eurovision Song Contest, come dicono quelli che prendono la cosa sul serio). Eurosonic è dunque la kermesse che si tiene ogni anno in quel di Groningen (Paesi Bassi), dove per quattro giorni vanno in scena artisti promettenti da ogni parte d’Europa. A dirla tutta è capitato  anche che ci fosse Álvaro Soler, ma questo non inficia la bontà della manifestazione. O almeno non del tutto.

E nel 2015 tra coloro che più si son fatti notare abbiamo registrato questi Vök. Per quali motivi? Prevalentemente per il loro gusto melodico non troppo convenzionale, per l’elettronica d’impatto emotivo e per le scelte ritmiche un briciolo articolate. Non capita spesso quest’ultima cosa. E adesso che gli islandesi sono all’album di debutto (Figure) continuano a piacerci ma c’è qualcosa nel loro percorso a tappe che lascia qualche piccola perplessità.

Allora, intanto i Vök, come accennato, vengono dall’Islanda ma hanno sempre saputo sfuggire ai soliti riferimenti facili di quella terra.  Sono abbastanza lontani anche dalla classicheggiante conterranea Sóley (album nuovo anche per lei in questi giorni). Casomai potrebbero ricondurci alla svolta elettronica di John Grant, quando il barbuto ha scelto l’isola del nord come sua nuova casa. Dovendo affibbiargli un tag scriveremmo dream pop e sarebbe comunque poco esaustivo. All’inizio, da duo hanno pubblicato l’EP Tension. Poi son diventati tre ed hanno fatto uscire un altro EP intitolato Circles. Al momento di pubblicare Figure, la formazione dei Vök si è ormai allargata a quattro elementi.

Tutto ruota in ogni caso intorno a Margrét e ad Andri. Lei, cantante e polistrumentista, sembra una vivace creatura delle foreste. Lui, tastierista e sassofonista, somiglia ad un modello efebico. E i ruoli nella band, per certi versi rispecchiano queste apparenze. Ma nel gioco di progressive addizioni di esperienze e incrementi in line-up si è perso qualcosa per strada. Lungi da noi la retorica un po’ ideologica alla “era meglio il demo” ma il primo materiale aveva una freschezza che in Figure a tratti latita. Le prime produzioni erano più frammentate e giocavano più spesso sull’alternanza tra pieni e vuoti. E soprattutto era dai passaggi più scarni che i Vök traevano la loro specificità.

Progressivamente il suono si è fatto più corposo ma si è persa un po’ di quella magia. Oggi il tratto spigoloso ha subito delle smussature rilevanti e il ritmo ha rallentato anziché permettersi qualche scossa in più. Tutto male? No, affatto. Oggi i Vök allineano il loro suono su disco a quello live (Show Me). Curano la veste in un modo adeguato al pop ricercato che fa da ossatura (Breaking Bones). I sintetizzatori sono usati ancora per incidere i tessuti. Però Margrét si è tolta un po’ di dosso (forse troppo) certi riferimenti a Karin Dreijer. Di conseguenza nelle tracce di Figure troviamo più The XX (di oggi) e Portishead che The Knife. Troviamo una cantante che alle doti naturali ha certamente aggiunto altra ricerca. Troviamo una che esce dignitosamente da una battaglia con l’autotune nella title track (e quasi sembra di sentire i primi Poliça).

Ma forse le parti più coinvolgenti sono alcuni  passaggi di“Crime”, o il finale della conclusiva “Hiding”, quando le trame decisamente notturne sposano  l’emotività del successivo risveglio. “Polar” è l’apice di buon auspicio del disco. Un pezzo che si pone in continuità con quel che è venuto prima ma che può essere anche un ponte per quel che ci sarà. Potente, elegante, densa e anche un filino irrequieta.

Data:
Album:
Vök - Figure
Voto:
31star1star1stargraygray