Bedouine – Bedouine

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Azniv Koekwjian, meglio nota come Bedouine, il 23 giugno si è presentata in tutta la sua eleganza con l’album d’esordio omonimo. Dieci brani di pura e semplice America anni Settanta; di chitarre acustiche, archi, voce rilassata e di batteristi con le spazzole al posto delle bacchette.

Anni fumosi, dove anche l’aria sembrava più densa. La nativa siriana, trasferitasi negli Stati Uniti da piccola, sceglie Nick Drake, Leonard Cohen, Astrud Gilberto e Bobbie Gentry come mentori – nell’ottica d’integrazione all’interno di una società decisamente diversa da quella dov’era cresciuta. Tutta la sua musicalità ruota intorno queste dinamiche, queste musiche, soprattutto quella di Drake.

La sua voce, come una nenia, è capace di trascinare l’ascoltatore, senza che questo se ne accorga, in un limbo senza tempo. Passano le canzoni e quel limbo diventa sempre più familiare, accomodante.

Bedouine, in quest’opera si avvale di Gus Seyffert alla produzione, coadiuvata dall’etichetta di Matthew E. White, la Spacebomb. Tutto analogico; come l’ispirazione seventies comanda. Parliamo di un album che merita più di un ascolto. La grammatica è perfetta. Le dinamiche e il gioco degli accostamenti tra gli strumenti fanno pensare che sia realmente uscito in quegli anni, e oggi in via di ristampa.

Solitary Daughter” e il suo gioco tra parlato e cantato rimandano a un Dylan profondo. Azniv Koekwjian ha assimilato completamente il gusto e il linguaggio della musica bianca americana, quel folk rock acustico che lo ha reso riconoscibile in tutto il mondo.

Ma se questo fosse al contempo un problema? La nativa di Aleppo – in “Summer Cold” si sentono le strade della cittadina siriana –, ha completamente rinunciato alla sua “identità araba” per sposare la causa americana, ma non un genere qualunque della tradizione occidentale, bensì quello che più di tutti è considerato americano nell’animo.

Non che questo sia per forza un punto a sfavore, parliamoci chiaramente. Oggi chiunque può suonare qualsiasi genere e sentirlo proprio, ed è giusto così. Del resto, Mark Levine ne parla ampiamente nel libro Rock the Casbah! I giovani musulmani e la cultura pop occidentale. Di punk, rock musulmano se ne ascolta molto (fortunatamente) e se non sapete dove trovarlo, o troppo pigri per farlo, esiste una bellissima app per smartphone dal nome Mideast Tunes dove c’è di tutto, letteralmente di tutto: dal pop al folk al rock, al jazz passando per l’elettronica – a proposito di quest’ultimo genere, tanto per rimanere in Siria, Hello, Psychaleppo! è un progetto molto interessante. Un intreccio di sonorità che rimandano a oriente e occidente.

Il fatto è che nel libro e ancora oggi per molti artisti presenti nell’app, la musica occidentale serviva come rottura, come pretesto per far sentire la propria voce. Le regole sono fatte per essere infrante e se qualcosa viene vietato, è ovvio che, ove possibile, sarà quello il mezzo. Il protopunk dei Television, poi tramutato in punk in Inghilterra con Sex Pistols o Clash, è diventato un movimento di rottura, preso da culture estranee a quella occidentale con lo stesso scopo.

Suonare punk, hard rock, metal, grunge, in Oriente significava, ovviamente, voglia di rivalsa.

Creare un modo diverso da quello distopico all’orizzonte. Era il mondo del selvaggio nel libro “Il mondo nuovo-Ritorno al mondo nuovo” di Aldous Huxley o quello di “Nastri. Una favola post-rock” di Stefano Solventi, dove la ribellione alle regole imposte diventa centrale per la sopravvivenza dell’individualità e dell’arte. Tutto ciò aveva un motivo e soprattutto un’identità. Un’identità nuova, presa sì da un’altra cultura, ma custodita gelosamente.

Ascoltando i risultati di contaminazioni decennali tra culture diverse si scoprono fusioni dal sapore incredibile; si scoprono spezie, odori, tonalità, strumenti, caratteri, storie, religioni diverse. Tutte con una propria tipicità, tutte con un’idea alla base, tutte con un’identità. Tutte meravigliosamente legate a mondi diversi l’uno dall’altro, ed è proprio questo che rende bella una cultura: la diversità.

Bedouine ha deciso che per lei andava bene così: tramutarsi in un’entità americana. Omologarsi ad uno stile definito e camminare nel tracciato. Del suo essere araba rimane la facciata, con il nome che rimanda a quel tipo di tradizione, legato, come racconta in un intervista alla npr, al fatto di non trovarsi più nella sua vera casa e di non importarle più dove si trovasse. Sempre nella stessa intervista dice anche di non pensare che la sua musica sia così americana, ma vicina al folk degli anni Settanta, americano. Canta delle bombe americane su Aleppo in “Summer Cold”, sempre restando su stilemi musicali tradizionalmente americani.

Questo tasto arabo rimane non suonato. L’espressione del proprio essere è giusto esprimerla come meglio si crede, altrimenti non ci sarebbero innovazioni, momenti di rottura, passi avanti. Però, personalmente, e onestamente, data la qualità nella scrittura e l’eleganza delle composizioni avrebbe potuto osare di più, avrebbe potuto rompere gli schemi.

Il fatto è che se si considera l’album da un punto di vista musicale e artistico in senso stretto rimane un lavoro importante, decisamente ben fatto con punte artistiche molto alte, come per “Back to you”, “Nice and quiet” o “Mind’s eyes”. Se, però, si inserisce in un contesto più ampio pecca d’identità, di carattere, rimanendo uno dei tanti album belli usciti durante l’anno, un compito ben fatto, ma nulla più. Peccato.

Data:
Album:
Bedouine - Bedouine
Voto:
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About Massimiliano Barulli

Studente di Etnomusicologia @ La Sapienza, Roma. Mi interesso di tutto ciò che ruota intorno alla Musica e di tutto ciò che è Musica. Pop, Rock, Blues, Indie, World Music e contaminazioni.