Recensioni

Creeper – Eternity In Your Arms

Creeper – Eternity In Your Arms

Tre Ep, uno per anno a partire dal 2014, ed oggi i Creeper arrivano alla prova su lunga distanza. Un percorso intenso che giunge al proprio culmine nel momento migliore, cavalcando la bolla Pop Punk emersa recentemente nel Regno Unito. Sei elementi, che fin dal primo impatto scenico manifestano l’amore per la scena – Will Gould (voce) e la sua lunga chioma à la Davey Havoc degli esordi (AFI), Ian Miles (lead guitar) aka Jade Puget (sempre AFI), Sean Scott, che sembra uscito da un video dei Misfits e Hannah Greenwood, la vampirella alle tastiere: seguono Dan Bratton (batteria) e Oliver Burdett (second guitar).

Pallbearer – Heartless

Pallbearer – Heartless

I Pallbearer arrivano così al disco della maturità col cuore pesante, ed un comparto testi che dal mitologico si sposta sul reale. Il pensiero va dunque ad una civiltà crivellata da nuovi interrogativi, ancora tutti da svelare, ed un’attenzione meticolosa per l’attualità. Un sentire che si ripercuote anche in sede di registrazione, segnatamente nella scelta di abbandonare la collaborazione con Billy Anderson, colui che produsse il precedente “Foundations Of Bourden”. I ragazzi, questa volta, fanno da soli: anche nel tentativo di evitare i disagi di un contesto poco familiare – si parla, per la location dove è avvenuta la precedente registrazione, di una specie di rifugio antiatomico, dove non era difficile ritrovarsi a dormire sul pavimento, al freddo.

Blanck Mass – World Eater

Blanck Mass – World Eater

L’amore per le colonne sonore si sente puntualmente nel modo in cui Benjamin ha per suonare i synth, convertendoli spesso a melodici arpeggiatori, altre volte in pure campate industrial noise; poi di nuovo verso lo spazio cosmico più naïf, e infine in una specie di deserto paesaggio lunare lambito da misteriose ma rassicuranti liquidi alieni.

Arbouretum – Song Of The Rose

Arbouretum – Song Of The Rose

La natura é un luogo imprescindibile per ricongiungersi con la propria essenza, con l’ispirazione. Lo sa bene David Heumann, figura portante del progetto Arbouretum, che per il nuovo lavoro della band ha deciso di lasciarsi ispirare da svariate influenze culturali, prima fra tutte la poesia di quel Richard Lovelace, che con “The Rose” ha segnato l’estetica del nostro.

Pieralberto Valli – Atlas

Pieralberto Valli – Atlas

Dopo aver ascoltato il disco di Pieralberto Valli ho letto alcune delle interviste che ha rilasciato in occasione dell’uscita di “Atlas”, suo primo disco solista dopo gli album registrati con i Santo Barbaro. Di due cose ho avuto la conferma, anzi tre: la prima è che Atlas è il prolungamento di alcune cose lasciate in sospeso ai tempi di “Navi” – uscito nel 2012 sempre lavorando in coppia con Franco Naddei tra le pareti del Cosabeat Studio; la seconda, che il tempo e lo spazio sono le due ossessioni di Pieralberto Valli; la terza che a Pieralberto Valli la musica di oggi non piace.

Tim Darcy – Saturday Night

Tim Darcy – Saturday Night

E’ abbastanza raro che un disco d’esordio risulti così complesso, sia nella produzione che nelle sonorità. Eppure il musicista nordamericano (oramai trapiantato nel suo amato Canada) elabora un’opera che cresce alla distanza e che lascerà nelle orecchie dell’ascoltatore molte chiavi di lettura. Benché la poetica con la quale Darcy ha costruito il suo percorso musicale – come leader degli Ought –, affondi le proprie radici nell’amato Post Punk americano, con Saturday Night il nostro spiazza tutti mediante una ricerca intima e quasi distorta; proveniente dal bisogno di scrivere e produrre in solitudine.

Gazzelle – Superbattito

Gazzelle – Superbattito

Non c’è un vero e proprio crocevia in questa ondata sinthy-indie-cantautorale mainstream degli anni Dieci. Un po’ i Baustelle di “Charlie fa Surf”, il primo Bugo, molto Le Luci della Centrale Elettrica, ma sono stati soprattutto I Cani de “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” ad aver fatto breccia nei cuori hipster tardo adolescenziali dei ventenni d’oggi. Ad affiancarsi, ognuno a modo loro, a Niccolò Contessa sono arrivati i Thegiornalisti, Calcutta, Giorgio Poi e i vari Cambogia, Canova e Gazzelle.

Boss Hog – Brood X

Boss Hog – Brood X

Jon e Christina descrivono la loro come una vita ciclica. Come il Rock. Giorni di sole, pioggia, gioia, dolore, bambini, sbronze solenni, letargo e rinascita. In mezzo a tutto questo il suono. Imprescindibile componente per loro, come per chiunque ami realmente viverlo, alla faccia di chi: “Qua è tutto già stato fatto, é ora di darsi ai canti Gregoriani”. Un discorso bizzarro quello votato alla continua ricerca d’innovazione, che spesso cela un flebile amore, di comodo.

Children of Alice – Children of Alice

Children of Alice – Children of Alice

Per quanto il suo nome risulti malauguratamente semi sconosciuto ai più – Julian House non è esattamente nuovo alla scena musicale – a quella prettamente inglese, quanto a quella mondiale. Come designer, è infatti il creatore di alcuni iconici artwork, per capirci: la copertina di Exterminator dei Primal Scream è stata concepita proprio dal nostro – che ha collaborato in veste di grafico con molte altre band, Oasis e Placebo comprese. Parte proprio dalla sua esperienza come grafico, il percorso per arrivare ad essere uno dei componenti dei Children of Alice.

Alice in Chains – Facelift

Alice in Chains – Facelift

Nati alla fine degli anni ottanta come combo devoto all’istrionismo street-metal allora dilagante, gli Alice in Chains – ancora noti sotto la sigla Diamond Lie –, dopo qualche anno passato ad affinare il suono tra prove e concerti vari, verranno subito messi sotto contratto dalla Columbia che garantirà loro il disco di debutto: ‘Facelift’ appunto.

Jesus & Mary Chain – Damage And Joy

Jesus & Mary Chain – Damage And Joy

“Can’t stop the rock”, ma dimenticatevi gli Apollo 440. Qui l’immaginario non è quello dell’onda travolgente, piuttosto una risposta alla domanda: “Ma siete ancora qui?”. Spallucce alzate e occhi chiusi a scandirne l’incredulità. La storia, almeno per quanto riguarda i primi due dischi, è sicuramente dalla loro: peccato che siano trent’anni che non s’imbattano (manco per sbaglio) in un disco buono, qualche sufficienza però c’è stata – come ad esempio il goffo tentativo di stare al passo coi tempi emerso nell’ultimo lavoro in studio, quel Munki che nel 1998 frullava certe buone intuizioni con il Trip-Hop di “Perfume”. Parliamo anche di vent’anni fa.

Pontiak – Dialectic of Ignorance

Pontiak – Dialectic of Ignorance

Forse ai Pontiak sarà piaciuto il nuovo film di Matt Ross “Captain Fantastic”, o forse li avrà fatti incazzare a bestia. Chissà. Infatti, la band è composta dai tre fratelli Carney, che lavorano e vivono in Virginia all’interno della loro fattoria, sono sposati e dividono tutto con la comunità – come Viggo (Mortensen) che nel film di cognome fa Cash e passa dallo stato brado (nei boschi della costa nord occidentale degli Stati Uniti), al riconsiderare le proprie ideologie, certo non del tutto.

Colombre – Pulviscolo

Colombre – Pulviscolo

Anticipato non molti giorni fa dal tagliente “Blatte”, brano in collaborazione con Iosonouncane, il disco possiede lo stesso dolce sentore che si avvertì quando, nel marzo del 2015, uscì DIE di Jacopo Incani; nonostante i due progetti siano agli antipodi, ma di fronte al talento non si ha scelta. Ed ecco quindi “Blatte“, che insospettabile potrebbe ricordare le cose più riuscite del duo Mina/Celentano, legando Imparato, in un sottile e piacevole fil rouge, alla tradizione.