Mellencamp John – Trouble No More

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Che cosa distingue un buon musicista da un “fuoriclasse”? Non la tecnica (sia essa vocale o strumentale), non l’intuizione, non la creatività ma il coraggio. Si perché senza di esso non avremmo avuto tutte quelle piccole grandi rivoluzioni che nel corso della sua storia hanno mutato e segnato il mondo della musica. Facciamo un esempio: Se Bob Dylan non avesse avuto il coraggio di presentarsi nel tempio del Folk a Newport con la chitarra elettrica sfidando i fischi e gli insulti molto probabilmente ora non avremmo tanti piccoli grandi capolavori che da quella intuizione sono scaturiti. A volte questi gesti estemporanei hanno portato dietro di se enormi cambiamenti, altre volte sono passati quasi del tutto inosservati, ma non credo che sia questo ciò che conta; La cosa davvero importante è la voglia di osare e più un artista è famoso più questi piccoli gesti hanno indubbiamente valore. John Mellencamp nel corso della sua quasi trentennale carriera ha venduto tonnellate di dischi, entrando spesso in classifica, è una star che incide per una delle label più importanti la Sony Music. Da uno così ci si aspetta un disco di buon rock commerciale, una manciata di canzoni buone per le radio e le televisioni e il suo recente passato rafforza questa , triste, aspettativa. Invece cosa fa il nostro John? Si chiude in una stanza per diversi mesi sommerso da centinaia di vecchi dischi blues e folk, prende con se i musicisti di cui si fida maggiormente gli spiega il suo progetto: Prendere 12 canzoni del passato e ripresentarle riviste, modernizzate ma non stravolte. 12 piccoli capolavori acustici dei grandi maestri della musica americana: Robert Johnson, Son House, Woody Guthrie, Willie Dixon, Kansas Joe tanto per citare i più conosciuti. Il suo chitarrista Andy York ne rimane talmente coinvolto che decide di rintanarsi per 6 mesi nel Delta del Mississippi a studiare a fondo lo stile di Robert Johnson! Ma non finisce qui, a rendere ancora più indigesto il lavoro ai media affamati di pop John ci aggiunge alla fine del disco quella “To Washington” che ha fatto andare su tutte le furie la presidenza Bush. Una ballata acustica proveniente dal repertorio di Guthrie che Mellencamp rilegge in chiave moderna trasformandola in una dura invettiva contro la politica americana. Certo non è una novità in tempi di guerra ma fare una grande canzone con un grande significato è ben diverso che mettere assieme due note e cantare “pace e amore”.
Spazio subito il campo da ogni dubbio: Questo disco è a dir poco superlativo, tanto che è difficile scegliere una canzone invece di un’altra . Si parte con “Stones In My Passway” dal repertorio di Robert Johnson, un blues rurale,duro come quelli del grande maestro, John rende la canzone un po’ più ritmata con l’aggiunta della batteria mantenendo la slide in primo piano e cantando da par suo con una grinta rara. Un inizio davvero travolgente. Si prosegue con “Death Letter”, ancora Delta blues da uno dei suoi massimi esponenti, Son House. Altro bluesone sporco e tirato alla spasmo, abbastanza simile alla versione originale come impostazione ma per questo non meno bello, John ha l’anima adatta per interpretare questa musica come si deve e lo fa alla grandissima. Ora è il turno di Woody Guthrie; Se con il blues del delta John ha dimostrato di trovarsi a meraviglia con il folk di Guthrie ha un feeling davvero unico. Il pezzo che ci propone è Johnny Hart una splendida ballad dal tempo veloce condita un superlativo lavoro al violino di Miriam Sturm, ma la vera protagonista è la voce del nostro, davvero ispirata, si sente che Mellencamp ama davvero questa musica e si immedesima nel suo spirito, ancora un gioiello imperdibile. “Baltimore Oriole” è una ballad malinconica con una bella fisarmonica in sottofondo ad accompagnare un’altra grande prova vocale del leader. La successiva “Teardrop Will” è un pezzo alla Cougar dei tempi d’oro, quello che componeva capolavori come “Jack and Diane”.; Si passa poi al primo traditional:”Diamone Joe”, brano che fa parte della tradizione americana e che nel corso degli anni è stato intepretato dai musicisti più diversi come da Harry Belafonte a Jerry Garcia; La versione che ci regala l’ex coguaro è in chiave tipicamente folk con un bel coro femminile a supportare la voce sempre molto appassionata di John. Tra i grandi maestri della musica tradizionale a cui Mellencamp ha voluto rendere omaggio non poteva di certo mancare Willie Dixon, colui che è stato probabilmente il più grande autore di canzoni blues di tutti i tempi. Dalla sua penna sono usciti classici immortali come “I Ain’t Superstitiuos” e “Hoochie Coochie Man”; John sceglie “Down In The Bottom” un classico di Dixon e lo rilegge in modo rurale, strumentazione ridotta al minimo e tanto cuore. Tra i tanti autori del passato Mellencamp inserisce anche una autrice del presente infatti “Lafayette” è stata scritta dalla bravissima Lucinda Williams; Brano struggente in cui il coro e la fisarmonica sono protagonisti. Dopo l’omaggio a uno dei tanti bluesmen dimenticati come Kansas Joe (famoso più che altro per essere stato marito di Memphis Minnie il disco si chiude alla grande con la gia citata “To Washington”, un duro schiaffo alla società americana, uno di quelli che lasciano il segno.
Ho voluto dedicare molto spazio a questo disco perché è raro al giorno d’oggi ascoltare un opera tanto “vera” e coraggiosa, ed è ancora più raro che a cimentarsi in questa impresa sia un musicista famoso come John Mellencamp. Una prova d’amore verso la musica che lo ha ispirato, un disco crudo ma dalla bellezza disarmante, bentornato coguaro.