Kings of Leon – Youth & Young Manhood

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Ormai a cadenza quasi quotidiana leggiamo appelli quasi disperati dei discografici che denunciano la crisi profonda in cui la loro industria è caduta, attaccano internet e le sue tecnologie indicandole come la causa di tutti i mali che li affliggono, naturalmente da essi non si sente mai una parola di autocritica. Ora vi starete chiedendo che cosa c’entra tutto questo con la giovane band che ci accingiamo a recensire: un attimo di pazienza e lo capirete. Iniziamo col conoscere più a fondo questi ragazzi: I Kings of Leon sono una giovane band formata dai 3 fratelli Followill (Jacob – voce e chitarra- Jared-basso- Nathan –batteria-) e dal loro cugino Matthew (chitarra solista). Hanno iniziato esibendosi durante le funzioni del padre, un pastore anglicano. Probabilmente a causa di questo loro passato di musica sacra la band ha nei suoi cromosomi la musica popolare americana che sommata ad una attitudine garage rock forma una piacevole mistura di suoni con qualche spruzzatina di punk rock qua e la. Mentre ascoltavo questo cd sono andato a informarmi su questa band e ho letto commenti entusiastici : giornalisti che parlano di rivoluzione del rock, altri di rinascita addirittura, voti altissimi da parte di tutti e riflettori ormai puntati su di loro. Sinceramente io ho trovato questo “Youth & Young Manhood” un buon disco rock, un lavoro onesto abbastanza vario e piacevole ma nulla più. I Kings of Leon fanno parte (con differenze più o meno evidenti tra una band e l’altra ) di quel nuovo filone di gruppi rock che propongono una musica volutamente lo-fi: parlo di White Stripes, Strokes, The Kills, BRM e via dicendo. E qui torno al discorso iniziale: ho la sgradevole sensazione che l’industria discografica abbia individuato in queste band la nuova “gallina dalle uova d’oro”, un po’ come fece una decina di anni fa con il crossover poi trasformato in nu-metal. Anche allora c’erano tante band che proponevano varianti dello stesso suono ma con la stessa attitudine (basti pensare a Korn, RATM, Red Hot…), anche allora le stesse band esordirono con dischi belli (alcuni bellissimi) che non ebbero però seguito. Il music-biz si lanciò su di loro e li ricoprì di soldi ottenendo il risultato che questi gruppi vendettero si tanto ma persero anche le idee. La mia paura è proprio questa: che le nuove rock band sopra citate facciano la stessa fine. Ritengo che un gruppo come i Kings of Leon se lasciato lavorare in pace può migliorare molto, può crescere sia a livello compositivo che tecnico e di personalità, può insomma diventare veramente una grande rock band. Ora è solo una buona band giovane che offre belle aspettative ne più ne meno, ma vediamo di analizzare un più a fondo questo loro primo album (in precedenza avevano pubblicato un EP).
Il disco si apre con “Red Morning Light”, brano di chiarissima attitudine punk rock sull’insegnamento dei Ramones, nulla di eccezionale ma nemmeno una brutta canzone. Si prosegue con “Happy Alone” il richiamo alla musica inglese degli anni ‘60 è molto forte, chitarre infuocate e veloci, ritornelli orecchiabili e accelerazioni punk improvvise. “Wated Time” non si discosta molto da questi elementi anche se si rifà un po’ di più ai primi Who (quelli di My Generation) in cui al rock incazzato si univano derivazioni psichedeliche. La voce di Jacob è ruvida e piena di energia ed ha anche un timbro cupo abbastanza originale. “Joe’s Head” è dotata di una bella melodia e si presenta meno veloce delle precedenti, mentre “Trani”cambia completamente rotta andando a pescare nel rock USA sempre dei ’60, l’influenza dylaniana è fortissima impossibile non accorgersene. “California Waiting” riprende il discorso iniziale ma in modo più personale e risulta essere uno dei brani più interessanti del disco. “Spiral Staricase” torna prepotentemente al punkrock (si intende quello degli anni ’60 non il punk del ’77) come “Molly’s Chambers”. Brani piacevoli ma che sanno di gia sentito. Il brano più interessante del disco si trova stranamente alla fine, “Dusty” è ballata dalle forti tinte blues che starebbe alla perfezione in un disco di casa Fat Possum. Ultimo brano è “Holy Roller Novocaine”: bel pezzo anche questo; alle chitarre “sessantiane” si aggiunge una spruzzata blues e la voce di Jacob fa il verso a Cobain, si potevano risparmiare la vecchia storia dei 3 minuti di silenzio ma va beh è solo un dettaglio.
A mio avviso le cose migliori questo disco le offre alla fine dove la band più che imitare i grandi del passato prova a metterci del suo. Rispetto ai loro cugini già citati i Kings of Leon ci mettono un po’ più di varietà e di questo bisogna dargli atto. Gli undici brani che compongono questo album sono tutti dei potenziali singoli e ciò non fa ben sperare. In definitiva un disco carino e piacevole ma nulla più, se amate il suono lo-fi e le tinte garage vi piacerà molto se invece a questi suoni non siete molto avvezzi passate tranquillamente sopra, tanto (e son pronto a scommetterci) li vedrete spesso su mamma MTV in futuro.