Lang, Jonny – Long Time Coming

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Quando nel 1995 ( a soli 12 anni) Jonny Lang esordì con l’album “Smokin” si pensò al miracolo; Come poteva un bambino suonare cantare il blues a quel modo? Certo il disco non era perfetto ma considerata l’età del suo autore le aspettative per il futuro sembravano più che rosee. Il successivo “Lie to Me” (1997) non fece altro che rafforzare queste convinzioni presentandoci un Jonny più maturo e pronto per il grande salto. Il terzo disco ,”Wander this World” 1998, smorzò un pochino gli entusiasmi perché se da un lato ci mostrava un musicista e cantante di ottima statura artistica dall’altra si concedeva abbastanza a sonorità un po’ troppo “radio frendly”. Da allora sono passati 5 anni e le notizie che giungevano dagli USA sulla giovane promessa del blues erano abbastanza allarmanti. Jonny era stato reclutato dal businnes holliwoodiano per partecipare all’orribile seguito di “The Blues Brothers” (con annessa soundtrack), la sua faccia veniva sempre più spesso affiancata a quella di giovani star del pop e del cinema. Insomma sembrava chiaro che gli squali del musicbiz avevano gettato il loro sguardo sul giovane bluesman e questo non faceva certo ben sperare. Certo è che tu mi sarei aspettato di sentire da lui tranne questo “Long Time Coming”. 14 canzoni una peggio dell’altra, il blues è sparito per lasciar spazio ad un annacquato pop che farà felicissime le schiere di quindicenni che sbavano dietro al bel faccino di Jonny Lang. Prendete una qualsiasi song di Robbie Williams metteteci dentro un assolo, banale, di chitarra elettrica, mescolate con cura e avrete Long Time Coming. Ma c’è anche di peggio: prendiamo ad esempio “Dying To Live”: intro di piano, drum machine in perfetto stile R&B di quello che va fortissimo su MTV, voce sofferta con improbabili urletti di sofferenza, archi in sottofondo. Una roba talmente banale da farmi addormentare dopo 20 secondi di ascolto se non fosse che avevo anche forti conati di vomito e come ciliegina sulla torta rumore di gabbiani sparsi qua e la. Gia questa sarebbe bastata per farmi lanciare il dischetto dalla finestra ma, masochisticamente, ho voluto proseguire nell’ascolto e così mi imbatto in “The One i Got”; solite atmosfere patinate, falsetto a dir poco irritante e ogni tanto un qualcosa che non capisco se sia una armonica o cosa, il tutto spruzzato da qualche tocco di chitarra. Io mi chiedo se è possibile che il disco sia davvero tutto così e imperterrito procedo nell’ascolto: “Red Light” stessa solfa con se possibile un falsetto ancora più irritante di prima, “Beatifull One” sembra uscita da uno degli ultimi dischi di Bon Jovi (ma almeno da loro me la aspetto e hanno una tonnellata di classe in più): una ballatona da spingere al suicidio dopo il secondo ascolto,roba che se una persona un po’ depressa ci si imbatte il rischio è davvero alto. Poi fossero almeno cantate bene, nemmeno questo! Ma l’apice dell’orrore lo raggiungo con la title track: si parte con improbabili rumori di sottofondo per poi giungere in un improbabilissimo blues acustico solo voce e chitarra che onestamente non riesco a capire se sia slide, voce filtrata appena appena per darle un tono vissuto e solito falsetto con gli urletti che davvero mi fanno salire il sangue al cervello. Inutile proseguire nella disamina, ho faticato moltissimo a finire l’ascolto di questo album che è senza ombra di dubbio una delle cose più brutte che abbia mai ascoltato in vita mia. Si possono fare anche dei bei dischi pop, si possono fare dei brutti dischi blues ma questo è una presa in giro. Cantato malissimo, suonato (?) ancora peggio; non una briciola di inventiva, non un barlume della passata grinta, niente lo zero più assoluto. Vado a vedere se in casa c’è bisogno di un sottobicchiere perché non vedo altro utilizzo per questo pezzettino di plastica luccicante.