Los Lobos – Kiko

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Nella seconda metà degli anni ’80 i Los Lobos hanno conquistato il mondo con la loro irresistibile versione de “La Bamba” la celebre canzone dello sfortunato Ritchie Valens: originari di Los Angeles i lupi propongono una musica forte e coraggiosa , un succoso misto di roots, rock sonorità tex mex e folk. Il loro percorso artistico non conosce soste, sempre alla ricerca di nuovi suoni e sperimentazioni, passando dall’esuberante rock folk degli inizi fino a giungere al loro capolavoro Kiko. Considerato, giustamente, uno dei dischi più belli del secolo scorso questo album ci presenta David Hildago e soci nella veste dei pionieri sonori. Abbandonati , ma non completamente, gli strascichi rock elettrici degli inizi i Los Lobos si confrontano con strumenti tradizionali prendendo i suoni dell’America e proiettandoli in un universo onirico. Lo spettro sonoro della band si dilata a dismisura toccando tutte le influenze del variegato mondo californiano. Il risultato è un lavoro splendido, di precisione sonora maniacale ma mai freddo e calcolatore. La perfezione dei suoni esce spontanea raggiungendo a tratti livelli esaltanti. 16 canzoni per sognare questo potrebbe essere il sottotitolo di Kiko. Ascoltate ad esempio “Kiko and the Lavender Moon” , le orchestrazioni di fiati quasi swing anni ’30 sono magicamente miscelate con la fisarmonica tipicamente tex mex dando vita a una folk song futuristica su cui si erge la voce dolce e cadenzata di Hildago. “Saint Behind the Glass” è giocata sul banjo di classico stampo messicano che si contrappone alle armonie vocali di matrice psichedelica, echi dei Beatles (tra le maggiori influenze del gruppo) in vacanza a Città del Messico. “Angels With Dirty Faces” si sposta su suoni cosmico-indiani; il sitar guida la danza ipnotica mentre suoni elettronici fanno capolino a proiettare la voce in una dimensione allucinata e sognante. “That Train Don’t Stop Here” unisce sonorità R&B alla voce filtrata. Tom Waitts li ha definiti “i cubisti del rock” , paragonandoli a Picasso, e trovo che ci abbia azzeccato in pieno. In Kiko ogni canzone è un piccolo gioiello unico e irrinunciabile come la strumentale “Arizona Skies” che si apre con delle percussioni tribali che sorreggono una struggente melodia di chitarra messicana. “Short Side of Nothing” è invece una classica rock ballad cupa, introversa a tratti epica dotata di una grandissima presa emotiva. “Two Janes” è una folk song di grandissimo spessore che sembra stridere con la successiva “Wicked Rain” dove al posto del mandolino troviamo i synth, la voce leggermente filtrata, il sax sovrapposto agli space sound. Elementi scollegati solo in apparenza perché una volta messi nelle mani dei lupi danno vita ad un suono incredibilmente affascinante. Nuova canzone e nuovo cambio di rotta, stavolta è il rock paludoso dei Creedence a farla da padrone nella coinvolgente “Whiskey Trail”. Il disco si chiude con “Rio De Tenampa” cantata in spagnolo e con una “banda” da festa patronale in sottofondo da cui a tratti spicca una chitarra elettrica di matrice blues! In Kiko ogni canzone è un viaggio, una scoperta verso territori inesplorati, tasselli di un puzzle surreale e sognante che una volta uniti fanno si che il disco si collochi in quel limbo senza tempo destinato ai capolavori.