Harris, Corey – Mississippi to Mali

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Piccola premessa: per apprezzare a pieno questo album bisogna innanzi tutto capire cosa esso rappresenta. Partiamo dall’inizio e cioè dall’autore: Corey Harris è senza dubbio uno dei migliori bluesman giovani in circolazione. Il suo esordio discografico risale al 1995 con l’album “Between Midnight and Day” un disco buono ma che non metteva in luce a pieno tutte le potenzialità del nostro. Da allora Harris non ha più sbagliato un disco migliorandosi di volta volta. I suoi successivi 4 album (compreso Vu-Du Menz prodotto a 4 mani con Henry Buttler) sono tutti di livello elevatissimo. Corey propone un delta blues antico e moderno; antico perché il suo amore per la tradizione è sempre ben percepibile nei suoi lavori e moderno perché egli non disdegna affatto le influenze e le contaminazioni. Il suo nome è diventato noto anche ai non appassionati del genere quando Maartin Scorsese ha deciso di usarlo come “guida musicale” nel suo film “From Mississipi To Mali” che rientrava nella serie dei 7 lungometraggi che il regista italoamericano ha prodotto per festeggiare i 100 anni della musica del diavolo. In questo particolare episodio Corey Harris intraprende un viaggio a ritroso verso le origini del blues: partendo dalle sponde del Mississippi il nostro giunge fino al cuore dell’Africa, nel Mali, dove intervista , si confronta e suona con musicisti del luogo mettendo in risalto come il blues derivi direttamente da quegli affascinanti suoni tribali. Per questo disco si è usata la stessa logica del film e ad esso hanno collaborato gli stessi musicisti che ritroviamo poi nella pellicola di Scorsese. Le 15 canzoni che vanno a comporre questo ipotetico viaggio sono divise tra brani originali di Harris, cover e traditional di diversa estrazione culturale; è inoltre presente anche un brano firmato da Ali Farka Toure musicista africano tra i più interessanti. Si passa così da brani in stile Chicago come “Mr. Turner” a brani con forte influenze tribali come” Special Rider Blues”. Proprio questi ultimi rappresentano la parte più interessante del disco. Il Grande classico di Skip James (ma anche di Son House) è eseguito con l’utilizzo di percussioni tribali, dal suono molto simile a quello delle maracas, accompagnato da un flauto e da una chitarra acustica. Una combinazione magica che unita alla splendida ed evocativa voce di Corey va a creare un mix altamente ipnotico e suggestivo.” Tamalah” è invece il brano scritto da Toure, cantato nella sua lingua madre il pezzo è una sorta di talk blues tribale. Sempre su questo filone va collocarsi “Back Atcha” che altri non è che la rivisitazione in chiave “africana” di “Sittin’ on Top of The Wolrd”. Caratterizzata dall’ampio uso di tamburi e dal flauto il brano è pregno di fascino antico. Bella la voce solista femminile. Molto bella anche “Rockie” un blues elettroacustico dai tratti crepuscolari davvero affascinante. “Cypress Grove Blues” è un delta blues, segnato dal connubio chitarra mandolino, dall’andamento ipnotico che ricorda molto lo stile di Junior Kimbrough. Tra le cose migliori del disco va annoverata certamente “Charlene” una splendida ballata francofona che richiama gli antichi suoni della Louisiana. A chiudere il disco due grandi classici: “Catfish Blues” eseguita anch’essa in stile “maliano” , uno dei migliori esempi della linea di continuità che lega le 12 battute alla musica tribale africana e la meravigliosa e immortale “Dark Was The Night, Cold Was The Ground” eseguita alla slide nel classico stile di Blind Willie Johnson, versione davvero splendida con tanto di holler a far correre un lungo brivido sulla schiena degli amanti del blues più antico.
Come dicevo all’inizio questo disco va apprezzato non solo per la qualità , alta, della musica ma soprattutto per ciò che esso rappresenta. Mississippi To Mali è infatti un favoloso e affascinate viaggio a ritroso nel tempo, da queste 15 canzoni possiamo capire da dove arriva il blues, con esse compiamo il viaggio che secoli fa fecero gli schiavi che prelevati a forza dal “continente nero” sbarcarono in America e portarono con loro i suoni della terra d’origine. Quei suoni che compongono poi l’ossatura del blues e di tutti i suoi derivati. Certe parti dell’album possono risultare ostiche per chi non è avvezzo a certo sonorità perché l’impressione di eccessiva ripetitività di certi passaggi è forte. Per chi invece ama il blues più antico, quello di Charlie Patton, Robert Johnson, Mississippi Fred McDowell e di tutti i grandi maestri del passato questo album è una vera manna. Ancora un grande lavoro per Corey Harris che si dimostra una volta di più un bluesman di prima grandezza.