Gallagher, Rory – Irish Tour

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

L’Irlanda è da sempre patri di grandi musicisti, dagli U2 a Van Morrison passando per i Chieftains e decine e decine altre grandi band. Purtroppo uno dei migliori, se non il migliore in assoluto, dei figli di questa terra è venuto a mancare molto presto. Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più influenti di tutti gli anni ’70, nonostante la sua celebrità non abbia mai varcato,in modo considerevole, i confini della verde isola. Per far capire l’enorme importanza di questo straordinario artista basta pensare che The Edge ha dichiarato di voler imparare a suonare la chitarra dopo aver sentito un disco di Rory, stessa cosa l’ha dichiarata Stewart Copeland dicendo che dopo aver assistito ad una esibizione di Gallagher ha deciso di intraprendere la carriera del musicista. Tutto questo senza considerare la moltitudine di chitarristi che dal suo stile sono stai profondamente influenzati. Rory Gallagher era un personaggio vero, uno di quei musicisti nati per suonare dal vivo, sul palco era una furia e sprigionava una energia unica. Questo “Irish Tour” è forse il suo disco dal vivo più bello (ma se vi capita non fatevi scappare “Live in Europe”), certamente il più famoso. In queste 10 tracce il nostro da un saggio di tutta la sua maestria sia alla chitarra elettrica che al mandolino, sua grande passione, interpretando canzoni sue e celebri cover . Il disco si apre con “Cradle Rock” un torrido e infuocato rock-blues ad altissima gradazione di ottani. Accompagnato da Lou Martin alla tastiere, Rod De’Ath batteria e percussioni e Gerry McAvoy al basso, Rory incendia il palco con questi funambolici 6 minuti di grande musica facendo vibrare la sua Stratocaster come solo lui sapeva fare. Strepitoso l’assolo acidissimo, molto hendrixiano, a metà brano che da una grandiosa prova di tutta la potenza live di Rory. Dopo la presentazione della band è la volta di “I Wonder Who” un sensazionale slow blues da far venire la pelle d’oca, una esecuzione che non ha nulla da invidiare a quelle dei grandi bluesmen americani. Questa canzone è perfetta per apprezzare il vero fulcro della musica di Gallagher tutta incentrata sui muscoli e sul cuore: lui non era un chitarrista particolarmente raffinato ma era in possesso si una incredibile energia che sapeva sapientemente scaricare sulla sua 6 corde. Sentite come maltratta la chitarra nel terremotate assolo ,di oltre un minuto, tra i 4:0 e i 5:0. Sentite con quanta passione e con quanta forza canta e suona questo straordinario musicista. Godetevelo a tutto volume quando sul finale della song fa letteralmente cantare il suo strumento. Strepitoso. E’ ora il turno di un grandissimo classico del suo repertorio “Tattoo’d Lady” granitico brano hard blues dal ritmo travolgente con un splendida prova alle tastiere di Martin che duetta sapientemente con la slide infuocata del leader. “Too Much Alcohol” è un classico di J.B Hutto, (un altro che quanto a forza non scherzava affatto) suonato nel classicissimo stile talking blues in SOL\Si tipico della scuola di Muddy Waters: questo è uno di quei brani fatti apposta per far scatenare il pubblico, il quale infatti batte le mani a tempo e segue il suo beniamino nei suoi pirotecnici assoli. Oltre 8 minuti di puro delirio elettrico. “As the Crow Flies” è il primo brano acustico del disco. Si tratta di una composizione di Tony Joe White, estratta dal suo favoloso Train I’m On, che Rory interpreta alla grande con la slide. Inizio lento e tagliente e poi il grande bluesman irlandese si scatena in una straordinaria esecuzione tra rock e delta blues con la slide che detta legge e l’armonica a dare ancora più gusto ad una performance davvero sensazionale. Favoloso a dir poco! La successiva “A Million Miles Away”, che si protrae per oltre 9 minuti, è uno slow elettrico grandioso impreziosito dal sapiente uso dell’organo hammond e dalla favolosa prova vocale di Rory, il quale non fa certo mancare i suoi chilometrici e torrenziali assoli al cardiopalma. “Walk on Hot Coals”si sposta su coordinate decisamente più rock psichedeliche; la solista debordante forza espressiva e quella sana dose di improvvisazione live rendono questo brano davvero entusiasmante: per oltre 11 minuti Gallagher maltratta la sua stratocaster con assoli al limite della rottura delle corde. “Who’s That Coming?” interpretatati alla slide elettrica riprende il discorso della song precedente senza cedere si un millimetro in forza. “Back on My Stompin’ Ground (After Hours)” si riporta invece su una strada decisamente più rock-blues e ci dà l’ennesima grande prova dalla bravura del nostro. Si chiude con il rock & roll tutto sudore e cuore di “Maritime” dove si mette in bella mostra l’assolo al piano di Martin.
Nel 1974,anno della sua uscita, “Irish Tour” venne eletto da Melody Maker “miglior album live dell’anno”, giusto riconoscimento per un disco strepitoso; un live vero perché vero era il suo autore. Rory Gallagher è uno di quegli artisti che non gode della fama che il suo enorme talento meriterebbe, un musicista che tutti gli amanti del rock dovrebbero conoscere e amare. Irish Tour è, a mio avviso, il modo perfetto per fare la sua conoscenza.