Musselwhite, Charlie – Sanctuary

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Il 2004 fino ad ora non è stato un grande anno per noi amanti del blues: a parte un paio di album dal vivo davvero molto belli non ci sono state grandissime uscite. Questo è un trend che era iniziato nella seconda metà dello scorso anno e che, purtroppo non accenna a diminuire.
Non che non siano usciti dischi di blues belli e piacevoli ma si sente la mancanza del grande album e comunque la media dei lavori di livello è stata piuttosto bassa nell’ultimo anno. Capita, è già successo in passato e succederà ancora che arrivino dei momenti di piccola o grande crisi. D’altronde il blues ha ormai passato il secolo di vita ed è normale che attraversi una mini-crisi di creatività. Nel 2003 due giganti delle dodici battute, Buddy Guy e BB King, hanno pubblicato i loro album e personalmente entrambi mi hanno deluso. Di solito quando ci si trova in una situazione di stagnazione come quella che attraversa oggi la musica del diavolo la soluzione migliore è rivolgersi ai grandi vecchi, ma se pure questi deludono… Per fortuna che questo non vale per tutti. Ci ha pensato Charlie Musselwhite ha risollevare gli animi dei amanti del blues. Il suo ultimo album “Sanctuary” è di una bellezza assoluta. Nel caso di Charlie la cosa non deve sorprendere più di tanto visto che il nostro in quasi 40 anni di carriera, e quasi altrettanti album pubblicati, di delusioni ne ha date davvero poche. Oltretutto da qualche anno il buon Musselwhite sembra attraversare una seconda giovinezza regalandoci un grande disco dopo l’altro. Il grande armonicista compie 60 anni proprio nel 2004 ma non ha perso nulla del suo tocco magico e la sua voce è se possibile migliorata, se a questo ci aggiungiamo una grande vena creativa possiamo facilmente capire come “Sanctuary” risulti essere uno dei suoi album più belli di sempre. Inoltre il cambio di etichetta, dalla storica Point Blank alla innovativa Real World che fa capo a Peter Gabriel, sembra avergli dato un entusiasmo tutto nuovo. Come al solito il nostro interpreta per la maggior parte brani scritti da altri ma ha la incredibile capacità di renderli suoi. Per questa sua nuova fatica l’armonicista del Mississippi si affida ad una band di tutto rispetto che vede Charlie Sexton alla chitarra e Michael Jerome Jared Nickerson rispettivamente a batteria e percussioni e al basso. Il resto lo fa Charlie con la sua voce calda e potente e la sua magica armonica. A dargli una mano arrivano poi un paio di ospiti di grande livello vale a dire i Blind Boys Of Alabama, anch’essi della scuderia di Gabriel; e Ben Harper. I primi lo accompagnano in “Train to Nowhere” una song dei Savoy Brown. La versione che Musselwhite ci regala è stupefacente. Così affascinante e con la voce quasi sussurrata i BBOA che stendono il loro tappeto di voci e un a melodia quasi ipnotica e ammaliatrice con l’armonica sempre protagonista ed efficacissimi inserimenti vocali degli amici Blind. Davvero un brano straordinario di una classe cristallina. I nostri sono presenti anche nel semi-talking “I Had Trouble” , altra song di assoluto valore.Anche Ben Harper si fa valere nella sognante “Alicia” un lento e crepuscolare strumentale dai toni vagamente latini dove l’armonica del nostro si esibisce in uno straziante lamento che arriva diretto al cuore mentre la chitarra , che oserei definire maraschi in certi passaggi, crea quella patina di malinconia notturna che rende il brano assolutamente straordinario. Per quello che riguarda gli altri brani, quelli senza ospiti particolari, non avete altro che l’imbarazzo della scelta. La title track un lento blues acustico allo stesso tempo raffinato e sporco con sempre quel pizzico di sana malinconia che in un blues non deve mai mancare. Musselwhite è bravo a scegliere gli autori da interpretare e sempre più spesso prende le song dai repertori di musicisti non prettamente blues ma che con il blues hanno molto a che fare. Gente come Townes Van Zandt di cui reinterpreta la splendida “Snake Song” (era su “Flyin’ Shoes” del 1978) con una voce da brividi. Bella anche la sua versione di “Shootin’ for the Moon” di Sonny Landreth (dal capolavoro “South Of I-10), non c’è la magica slide dell’autore ma l’armonica di Charlie non la fa certo rimpiangere e il dobro di Sexton è comunque molto efficace. La song mantiene intatto il suo sound tipicamente borderline ma Musselwhite ne accentua i toni hard confezionando un altro piccolo gioiello di blues sporco e sabbioso. C’è poi l’opener “Homeless Child” acustica con il dobro il battito di mani a ricreare un ritmo da blues antico quasi tribale, sensazionale!!! Otrei continuare il lodi sperticate ma meglio lasciarvi il piacere di scoprire gli altri piccoli gioielli che questo fantastico disco contiene. State pur certi che non ve ne pentirete; Sanctuary” è un grandissimo,grandissimo, grandissimo album.