Mark Lanegan – Bubblegum

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Tra speciali sugli albums più belli del 2004 e recensioni dei dischi più particolari, vai a vedere che quei quattro scribacchini di Rocklab si dimenticano di Mark Lanegan

Questo il pensiero che deve essere circolato nelle teste di qualcuno di voi. Dimenticare giammai, semmai rimandare con tanto di scuse da parte nostra. Primo perché qui si parla di Mark Lanegan – uno che da vent’anni ci regala dischi immensi, siano essi marcati Screeming Trees, Queens of the Stone age o semplicemente Mark Lanegan – e certamente Rocklab non può trascurare questo dato di fatto. Secondo perché “Bubblegum” a parte il titolo osceno, è un signor album.

Un disco nero, come la copertina, come l’umore che trapela in molte delle 15 composizioni presenti. Un disco nato dall’esigenza di solitudine, di sofferenza, materializzata attraverso blues sbilenchi, ballate notturne, e alcuni rock and roll anthems essenziali e diretti che esprimono nient’altro che rabbia sopraffina. Ognuno da vita alle immagini che vuole, ma pensando a questo disco mi viene in mente una stanza polverosa ed illuminata da luci soffuse, un tavolino di legno con una bottiglia di whisky e un sigaro appena spento, la cui fragranza si disperde nell’aria. Penso a PJ Harvey sul divanetto a scrutare il nulla mentre si rende protagonista di alcuni interventi tra i più brillanti della sua carriera. Nel frattempo, anche altri amici di vecchia data accorrono per dar sostegno alle idee di Mark: che se ne sta su di una sedia a dondolo con una disastrata chitarra acustica, gente come Greg Dulli, chiamato in causa per le visioni più eleganti.

Questo quadro, per quanto possa sembrare improbabile, pare comunque essere azzeccato durante l’ascolto di “Hit the city”, scarna ma vibrante, talvolta pure sgraziata. “Wedding dress” e “Like Little Willie John” sono blues marci, malandati, in cui la voce di Mark Lanegan sembra corrosa dagli acidi evocati. “One minute dress” è invece una ballata bella e al contempo strampalata nell’andamento uggioso. Un’introspezione malata è ciò che pare aver ispirato canzoni come “Come to me”, con una PJ Harvey ai confini della prestazione storica ed alcuni interventi di sintetizzatore (!) a dir poco bizzarri. “Strange Religion” e “Morning Glory Wine”, risultano episodi apparentemente pacati nell’incedere ma estremamente agitati nelle sonorità e nelle interpretazioni vocali. Ancora scariche elttriche al passaggio di “Sideways in riverse” e “Driving death valley blues” – quest’ultima animata da uno sporchissimo fraseggio di stampo blues. Affiora persino un tentativo di sperimentazione nell’utilizzo del beating elettronico nella bizzarra “Can’t come down”.

E ad un perfezionista come Mark Lanegan tutto questo ben di Dio non è evidentemente bastato, poiché ha voluto pure aggiungere una delle più belle canzoni che abbia mai scritto, la suggestiva “Out of nowhere”. Resta poco altro da dire se non che “Bubblegum” è un disco maturo, intenso e completo, che soddisfa le aspettative di chi segue Lanegan, spostandosi talvolta anche un po’oltre. Un altro gioiello da parte di questo artista, tra i più importanti del rock contemporaneo, capace di firmare uno dei lavori più riusciti dell’anno appena concluso.