Blind Melon – Nico

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Due chitarra, un basso, una batteria e una magica voce, insieme, virtualmente e anche un po’ mestamente, per l’ultima volta, con un album dall’aria benefica. Con “NICO”, prodotto in memoria di Shannon Hoon e con lo scopo di assicurare l’educazione della sua figlioletta, Nico Blue appunto, si conclude la fugace carriera dei Blind Melon. Ricavato dall’assemblaggio di rarità e inediti, incisi durante le varie tappe degli interminabili tour o nei brevi periodi di pausa trascorsi dal ’91 al ’95. Un’opera postuma che si apre con l’inquietante celebrazione del country-rock di Steppenwolf. Trattasi infatti del brano “The Pusher”, incisa durante un break dopo diciotto mesi di tour, a seguito dei quali, i componenti decisero di ritrovarsi nella pace e nella tranquillità di Mammoth Mountain, lontani dall’alienazione che può procurare la vita on the road. Un titolo che anticipa dei versi che , ad oggi, risuonano pesanti, se si considera che proprio Hoon, in quel lontano Aprile ’94 cantava lucidamente o probabilmente no “…the pusher don’t care if you live or if you die…”. Dopo sei mesi venne annunciata la sua morte per overdose di cocaina. L’album prosegue in abito country-rock e rock-blues con tracce che risalgono inequivocabilmente, richiamandone le stesse sonorità, alle sessions di SOUP. Tra queste appunto “Soup”, “John Sinclair” tributo a John Lennon, “Swallowed”, “Pull” con morbidi archi che anticipano crescenti distorsioni e infine la versione autentica di “St.Andrew’s Fall” proposta con l’originario titolo “St. Andrew’s Hall”, poco dissimile dalla prima se non per la presenza più accentuata di violini e chitarre e con un tempo più lento e dolce rispetto al precedente. Si percepisce chiaramente , l’intento di immortalare il singolare timbro del vocalist , sottolineandone le diverse sfumature e rendendolo unico protagonista, accompagnato solo dalla sua chitarra acustica, con cui sembra giocarci, e da rumori che richiamano atmosfere urbane (in “Life Ain’t So Shitty”) o tribali (in “Glitch”). L’album si conclude con l’ultima consacrazione dell’irrefrenabile genio creativo di Hoon (in “Letters From A Porcupine”) che utilizza i pochi minuti disponibili sul nastro della segreteria telefonica dell’amico chitarrista Thorn, per condividere probabilmente il risultato di un improvviso estro compositivo. Con questo progetto e con l’aggiunta di tracce multimediali al suo interno, i quattro sopravvissuti all’ormai patetico binomio droga-rock&roll, ci hanno convinto che se avessero avuto il tempo avrebbero potuto spargere altre meraviglie. E noi, a pieno titolo, tra gli inferi del Rock e l’eden del Folk, nell’Olimpo della buona musica, un posto d’onore, lo riserviamo ai Blind Melon.