Springsteen, Bruce – Devils & Dust

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Quando alcuni mesi fa trapelò la notizia che Bruce Springsteen era in studio per incidere un nuovo album senza l’apporto della fidata E-Street Band, molti parlarono di un lavoro sulla falsa riga di “The Gost Of Tom Joad” e “Nebraska” (album tra l’altro molto diversi tra loro); invece così non è. Personalmente ritengo che per rintracciare le origini di “Devils And Dust” bisogna tornare al 1986 quando, dopo l’enorme successo di Born In The USA e le conseguenti polemiche sulla mala interpretazione che molti diedero al disco, Bruce decise di pubblicare per la prima volta un album (Tunnel Of Love) senza avvalersi della Band al completo (Nebraska era un vero disco solista con solo chitarra e armonica). Quello era un momento molto particolare nella vita di Bruce , era nato l’amore con Patty Scialfa e il Boss stava lentamente trasformandosi da rocker arrabbiato e impegnato in song-writer . Allora l’operazione riuscì solo a metà, forse a Bruce mancò il coraggio per distaccarsi in modo netto dal suo passato o molto più probabilmente i tempi non erano ancora maturi. Tuttavia, che il nostro sentisse dentro di sé l’esigenza di evolversi come musicista era ormai chiaro e divenne palese quando nei primi anni ’90 uscirono “Lucky Town” e “Human Touch”: quello fu certamente il punto più basso di una carriera favolosa che fino ad allora non aveva mai visto momenti bui. Ancora una volta Bruce era andato in studio senza la band e per la prima volta andò anche in tour senza i fedeli compari (cosa che non successe ai tempi di Tunnell OF Love). Si arrivò così al 1995 e “The Gost Of Tom Joad” : Bruce ancora una volta da solo con chitarra e armonica come ai tempi di Nebraska. Questa volta però il pubblico, che aveva storto il naso per i due precedenti lavori, accolse benissimo l’album e il successivo tour acustico nei teatri di mezzo mondo fu un successo strepitoso. Cosa era cambiato? Semplice capirlo: sia in “Tunnel of Love” (in misura comunque molto minore) che in “Lucky Town” e “Human Touch” Bruce aveva cambiato il suo modo di porsi al pubblico, di raccontare le sue storie. Quelle che prima erano le vicende dei reietti della società, delle persone comuni, operai, impiegati ,muratori ,meccanici alle prese con le difficoltà del vivere quotidiano, raccontate in modo crudo ma con sempre un filo di speranza, erano ora diventati delle specie di novelle: Bruce da narratore di strada era diventato un musicista letterato. “The Gost..” invece riproponeva le storie romanzate raccontate in modo narrativo come nei suoi album più celebri da “Born To Run” a “The River”. Fu proprio questo cambiamento di stile a mio avviso a spaventare in un certo modo i fans di Bruce e a disorientare la critica, anche perché, bisogna ammetterlo, i risultati avevano parecchie ombre, certamente superiori alle luci. Ora finalmente sembra che il travaglio sia finito e che il nuovo Bruce Springsteen sia venuto alla luce in tutta la sua grandezza. Certamente una grossa influenza sul cambiamento di Springsteen l’hanno avuta le sue letture dei classici della letteratura americana, ma non solo: da sempre Bruce è molto attento alla vita sociale del suo paese ed è cosa nota che gli avvenimenti degli ultimi anni e la conseguente politica americana lo hanno molto turbato. Questi sentimenti sono già chiari in “The Rising” e poi palesati con la sua partecipazione a “vote for change” la tournee fatta per sostenere la candidatura di John Kerry. Ma se “the Rising” lanciava un messaggio in fondo ottimista per il futuro degli Stati Uniti duramente colpiti dalla tragedia dell’11 settembre, “Devils And Dust” va oltre. Bruce sembra dire che l’America ha bisogno di guardarsi allo specchio e riscoprire i valori di una volta, fare un piccolo passo indietro; lo dimostrano i molti riferimenti religiosi di alcuni brani (la prima volta che succede) e l’ambientazione stessa delle canzoni (ben visibile nel DVD allegato), nel sud-ovest americano ancora brullo e selvaggio, ben lontano dalle luci delle mega metropoli. Le canzoni che compongono il disco hanno origini differenti: alcune sono nate durante il tour acustico di “The gost of…” altre sono state scritte appositamente per l’occasione ma la differenza non si nota a dimostrazione che Bruce già da tempo stava “covando” questa sua trasformazione. Semmai è chiaro come Springsteen abbia voluto esplorare un po’ tutti i lati della musica popolare americana. Le influenze sono tante e varie, ci sono echi di Dylan, di Ghutrie ma soprattutto dell’ultimo Johnny Cash, quello della serie American.. Anche dal punto di vista dei testi Bruce analizza diverse tematiche. Si parte con il soldato americano inviato a combattere in Iraq della title track e si arriva fino alla spiritualità quasi gospel di “Jesus Was An Only Son” che richiama alla mente immagini di sperdute chiesette della campagna rurale. Per la prima volta Bruce da libero sfogo alla sua forte passione per la musica delle radici, quel gospel bianco di cui Johnny Cash era maestro. Nel mezzo storie di degradazione e solitudine come quella della prostituta di “Reno”: Arrangiamenti velati, una slide in sottofondo e la voce profonda e malinconica di Bruce che incanta come non mai. Atmosfere a metà tra Nebraska e Tom Joad, “Devils…” come già detto non è ne l’uno ne l’altro ma ha un po’ di entrambi. Più arrangiato e suonato (splendido il lavoro del produttore Brendan O’ Brein) e anche più vario. Qui ci sono episodi marcatamente ispirati al country antico quello che ancora profumava di gospel come ad esempio “Long Time Comin’”. Incedere classico alla Springsteen di The Rising ma su un tappeto di suoni country-gospel con il violino leggero e i cori del ritornello. E il rock? Tranquilli Bruce non abbandona il suo primo grande amore, “All The Way Home” ne è la classica dimostrazione con la batteria che pesta a dovere le chitarre sporche e polverose e poi entra l’armonica bluesy proprio come piace a noi. Incredibile questo album, ha un filo conduttore comune ma è sempre vario e sorprendente. “Maria’s Bed” è un vero omaggio alla musica d’oltreoceano, chitarre, fiddle, mandolini, suoni tra country e folk, tra Johnny Cash e The Band, tutto il disco è pregno dell’anima e del cuore dei grandi song writer americani, quelli dimenticati dai molti, gente come Townes Van Zandt o Graham Parson per giungere poi fino ai maestri di tutti come Guthrie, Leadbelly, Robert Johnson, Missisippi John Hurt, Willie Nelson. Ognuno ci sente quello che più ama perché Devils And Dust ha la grandiosa capacità di entrare nel cuore dell’ascoltatore e far venir fuori i nostri amori più lontani e segreti con ballate toccanti e meravigliose come “Silver Palomino” dove un arpeggio delicato di chitarra e un leggero fiddle accompagnano la voce di Bruce che assume mille e una tonalità. Davvero impossibile descrivere tutti i colori e gli odori che escono da queste canzoni, Devils And Dust è come un tappeto di foglie su una strada brulla e polverosa; ogni foglia ha un colore e sfumature diverse che però solo chi sa soffermarsi a guardare riesce a cogliere, gustatevi così la tromba lontana e magica di “Leah” che vi guida in un sentiero surreale tra alberi e ruscelli. Che dire poi di “All I’m Think About” con Bruce che sfodera uno straordinario falsetto, quasi un sussurro per raccontare una storia antica mentre la slide lancia coltellate ficcanti ma mai invadenti. Il disco si chiude con “Metamoras Banks” ballata malinconica che riporta direttamente a Tom Joad. L’album è finito ma il viaggio continua, il bonus DVD contiene 5 canzoni private di tutti gli arrangiamenti e gli orpelli; Si parte con la title track. Bruce è solo seduto all’interno di una vecchia casa in mezzo alla penombra, con chitarra e armonica, i muri sono scrostati la cassa della chitarra consumata dal tempo e solo un piccolo abatjour fa luce su uno Springsteen mai così cantautore. E via si prosegue con “Long Time Comin’”, “Reno”, “All I’m Think About”, “ Metamoros Banks”, ogni canzone un gioiello, quasi una preghiera tanta è la spiritualità che si percepisce dalla voce e dal viso di Springsteen, impossibile non pensare a Johnny Cash. Bruce è solo con le sue canzoni, prese e cantate così come sono state concepite, nude, scarne, pregne di polvere e sudore, tanto splendide quanto semplici, questa è l’anima della musica americana che ci riporta a quando personaggi come Robert Johnson, Charlie Patton, Roy Rodgers davano vita a quella musica che poi si sarebbe dilatata e divisa in stili e generi diversi ma che allora era semplicemente il piacere e l’arte di liberare la propria anima in perfetta simbiosi con la terra ed il cielo. Bruce Springsteen riesce nel miracolo di far rivivere quelle atmosfere in quello che, dal punto di vista strettamente cantautorale, è sena ombra di dubbio il suo disco più bello. Ma come tutte le cose belle e semplici “Devils And Dust” ha bisogno di tempo, non chiedetegli tutto e subito, sedetevi tranquilli nella vostra casa e lasciatevi rapire dalle sue note, seguitele nel loro viaggio e ad ogni ascolto proverete sensazioni nuove, scoprirete inflessioni ed immagini sempre diverse per un viaggio che spero non abbia mai fine perchè i grandi dischi, quelli davvero immortali sono quelli che ci fanno sempre sognare, che sempre ci emozionano e ci sorprendono, “Devils And Dust” è senza ombra di dubbio uno di questi. Capolavoro non ci sono altri termini per definirlo