Karma – Astronotus

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Ripenso spesso alla realtà sonora dei primi anni 90, ormai è abbastanza chiaro, sono un’ inguaribile nostalgica. Così prospera e rigogliosa, genialmente incitata da un’ ossessionante ricerca di sonorità sconosciute e da un’ incontrollata esplosione di talenti, perché la parola d’ordine era e doveva essere indiscutibilmente “Rinascita”!. Sì, lo so, questo succedeva in luoghi molto lontani da noi! Ma riuscendo a soffocare per un attimo banali slanci di esterofilia, possiamo fieramente riconoscere che in quegli anni qualcosa di molto simile stava accadendo anche nel nostro benamato “Stivaletto”, sempre un po’ fuori moda e, ammettiamolo pure, difficilmente al passo coi tempi, capace di inorgoglirsi solo ed esclusivamente con i suoi sacri e inespugnabili Festival. Così anche nell’underground di casa nostra qualcosa iniziò a muoversi. Una vera e propria aggregazione di piccoli carbonari cominciò a sperimentare, in cantine e centri sociali, nuovi messaggi musicali, e anche se inconsapevolmente, lo scopo divenne quello di demolire il monopolio Sanremese. Nel pieno di questo fermento nacquero diverse band italiane, molte delle quali operano attivamente ancora oggi, altre invece, utilizzando un’infelice metafora, subirono un’inspiegabile effetto meteora. Anche i Karma parteciparono attivamente a questa risorgimento e anche se il loro nome non compare più in alcuna biografia della musica rock italiana, fecero comunque in tempo a regalare al palcoscenico alternativo tricolore due singolari lavori discografici. Con Astronotus, secondo ed ultimo album pubblicato nel 96, la band scelse come formula di successo quella già fortunosamente sperimentata con il primo lavoro : la psichedelia, unita alla preziosa collaborazione di altri compagni di avventura quali Manuel Agnelli, Casino Royale, Ritmo Tribale….ecc.. Un progetto assolutamente poliedrico la cui genesi non va attribuita ad una creazione a tavolino dei suoi brani, ma alla registrazione diretta su nastro delle jam session improvvisate in studio e successivamente sviluppate. Esempio lampante è il brano “Mururoa”, ouverture strumentale, che con sonorità esotiche e atmosfere tibetane da “Piccolo Buddha” riesce a miscelare saggiamente ritmi dal sapore orientale a suggestivi suoni da spedizione intergalattica che coprono voci confuse in lontananza. Un vero e proprio viaggio in Oriente dunque, passando attraverso ballate profondamente spirituali (“Selezione Naturale”, “Come Svanisse”, “Indivisibili”) a pezzi più acidi e impetuosi (“Terzo Millennio”, “Jaisalmer”, “Atomi”). L’esclusiva complessità di questi cinque musicisti svaniti nel nulla (o quasi) si evince anche nelle prove strumentali (“Amazzonia” e “Kali Yuga”) durante le quali si cambia nuovamente scenario immaginando di prendere parte ad uno di quei riti tribali proprio da popolazione Amazzonica. Un’ esperienza breve ma intensa quindi, quella dei Karma, capaci di portarci in mondi lontani grazie ad una voce calda ed intensa e ad una musica in continuo movimento che a distanza di quasi dieci anni porta ancora a chiedermi che fine possano aver fatto e credere mestamente che sono sempre i migliori ad andarsene.