Solefald – Red for Fire

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E’ innegabile che i Solefald non abbiano mai fatto un disco precisamente inquadrabile. Ogni uscita è stata sempre una svolta, un continuo rinnovarsi mantenendo al contempo una profonda identità e originalità. Il bello è che i Solefald sono riusciti a suonare innovativi anche facendo un disco non innovativo, un ritorno alle radici (sia musicali sia geografico/culturali), un’interpretazione personalissima della mitologia nordica affrontata con le idee ben precise e nessuna facile pomposità, a partire dalla confezione: un digipack essenziale, rosso acceso, monocromatico, un booklet con i testi nero su bianco. Classe ed eleganza. Musicalmente il lavoro è ineccepibile, seppur lontano dalle magmatiche sperimentazioni del precedente In Harmonia Universali: siamo su coordinate completamente differenti. Le chitarre sono secche e marziali, la voce di Cornelius urla ruvida, echeggiano le atmosfere dei suoi Sturmgeist. Gli archi hanno un ruolo fondamentale, soprattutto nei brani strumentali (o quasi) Bragi e Prayer of a Son, ma gli arrangiamenti orchestrali sono efficacissimi e leggeri, mai una nota prevedibile ma tutte magicamente al posto giusto. La prima traccia, “Sun I Call” richiama vagamente un certo lato epico dei Bathory evolvendosi in un crescendo tremendamente bello che dà un assaggio di tutte le sonorità che troveremo proseguendo nel viaggio; un sassofono introduce le tre voci all’unisono di Lazare, Cornelius e Aggie Frost Peterson, ospite d’eccellenza che donerà la sua voce anche alla bellissima “White Frost Queen”, una perla di luce e tranquillità inaspettata circa a metà del disco. Tolte queste due (abbastanza diverse dal resto delle tracce) e i sopraccitati intermezzi strumentali il resto dei pezzi è nettamente più violento, una violenza particolare, una violenza personale. Ed è questa la principale bellezza di Red for Fire, la personalità raggiunta dai Solefald che permea ogni nota e che gli permette di rielaborare quella base (black) metal sino ad oggi relegata quasi solamente a solida impalcatura delle loro composizioni. Ridimensionata in buona parte tutta la parte sinfonica e sperimentale Lazare e Cornelius si concentrano sulla materia prima, sulla ritmica, quasi un tributo alle fondamenta del loro sound: ed ecco le stupende ed epiche “Survival of the Outlaw”, “There Is Need” e “Crater of the Valkiries”, batteria tirata, produzione pulita e affilata, inserti solenni arricchiti dal cantato di un Lazare in stato di grazia. Se l’ultima uscita degli Arcturus è stato una parziale delusione questo dei connazionali Solefald è un centro pieno; un disco metal personale (cosa rara ultimamente), arricchito da un’atmosfera e una naturalezza sopraffina. Quando c’è genio c’è poco da fare se non inserire il repeat sul lettore CD e godere.

PS: L’anno prossimo dovrebbe uscire la seconda parte, “Black for Death”, che includerà una versione di “White Frost Queen” con protagonista Sua Maestà Kristoffer Garm Ryggs. Spero vivamente di dover solo fare un copia-incolla di questa recensione cambiando qualche titolo, quando sarà il momento di parlarne.