AA.VV. – Deep Six

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1985 vuol dire venti anni fa. A Seattle di notte non si dorme: al contrario c’è un fermento febbrile, positivo e scisso da ogni tipo di secondo fine: ad ogni modo gente normale, le solite storie e la sera a strimpellare quattro accordi nei garage degli amici. Così, senza un preciso perchè, forse solo per giocare a fare le rockstar o più semplicemente per far colpo sulla ragazza vista la sera prima al bar: in definitiva suonare è sempre stato il modo più semplice per sfogarsi ed esorcizzare l’immancabile fardello di brutture e noie varie che la Città porta inevitabilmente con sè. Ai generi musicali non bada nessuno, Seattle è grande e c’è spazio per tutti, così come il numero di circoli e piccoli club aperti ai gruppi emergenti crescono come funghi (e chiudono nel giro di poche settimane…). La vita intanto avanza, tra concerti per pochi intimi (il che spesso significa i componenti degli altri gruppi) e registrazioni casalinghe destinate a deliziare solo le orecchie dei propri creatori, ma qualcosa sta per invertire il senso di rotazione di questa ruota che gira troppo ostinatamente in un solo senso… Un bel giorno, qualcuno decide (forse anche qui per gioco, come tutto è iniziato) che questo fermento represso nuoce proprio a tutti e c’è bisogno di uno sbocco più concreto: e c’è qualcosa di più concreto in questo senso di un 33 giri di 12 pollici? Il sovracitato si chiama Chris Hanszek e l’autunno lo passa con sei delle migliori band della città a mettere su nastro un paio di canzoni a testa: ciò che ne consegue non vuole essere una stele-in-vinile commemorativa, quanto piuttosto un’istantanea sull’underground autoctono del periodo. Gli eletti sono Green River, Malfunkshun, Melvins, Soundgarden, Skin Yard e U-Men, i quali qualche mese dopo hanno in mano il documento che suggella la loro appartenenza alla nuova (e ora regolarizzata a dovere) scena. Da qui la storia è nota a tutti: la matassa si srotolerà lentamente e inesorabilmente per una decina d’anni, lasciandosi alle spalle droga, alcol, dischi di platino, awards, morti per overdose, parole gridate al vento, arrivisti, miti, feedback e distorsioni, fraintendimenti, sogni, canzoni, paure, un’ intera generazione e perchè no, anche la prima, seminale compilation Deep Six. Tuttavia vale ancora la pena riscoprirla quindici anni dopo e re-immergersi nella stupenda ruvidezza dei suoi momenti più belli, se non altro almeno come una remota e dovuta forma di tributo a quelle persone che plasmarono questo suono (che di li a poco farà scintille…) ma dei frutti che esso produsse non raccolsero che le misere bucce(con le dovute eccezioni). E, tanto per rifarsi a sublimi versi pensati e stesi in ben altri contesti: ascoltate e meditate che questo è stato, o vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi. (E mi perdonino questo irriverente inserto sia l’autore, sia i sommersi/salvati).