L'Officina del Blues

Carissimi amici di RockLab, rieccoci con un nuovo episodio dell’Officina Del Blues. Come purtroppo vi sarete accorti il mio proposito di fare diventare questa rubrica a scadenza mensile per ora resta in alto mare, i fatti della vita e delle tempistiche tecniche allo stato attuale non mi permettono di rispettare questa scadenza, speriamo di che con l’andare del tempo le cose migliorino. Bene dopo questa piccola, ma doverosa, spiegazione veniamo a noi e al fantastico mondo del blues made in Italy. Come ben sapete in questo nostro spazio non vogliamo parlare solo del blues suonato ma di tutto ciò che gira attorno ad esso; più volte è stato detto che la maggior difficoltà che trovano i bluesman nostrani è quella di far conoscere la, propria musica e trovare case discografiche disposte ad investire su di loro. Questa è una realtà innegabile ma per fortuna c’è qualcuno che da qualche anno sta tentando di cambiare tutto questo e lo fa esponendosi in prima persona. Sto parlando dei ragazzi della Kayman Records una casa discografica espressamente dedicata al blues nostrano, una sorta di piccola Alligator (anche il nome la ricorda) italiana. Abbiamo scambiatio 4 chiacchiere con Martin Iotti produttore di questa coraggiosa label italiana.

Innanzi tutto spiegaci come è nata l’idea di creare una casa discografica dedicata al blues italiano.

L’idea di creare un etichetta che producesse roots music e blues , nacque circa 10 anni fa ed è rimasta per diverso tempo chiusa in un cassetto, fino a che un giorno, dopo aver acquisito maggior esperienza e capacità ,  insieme al mio amico e socio Marco Brioni,  decisi che era il momento giusto per fondare l’etichetta: tutto è nato per il desiderio di produrre della musica , per la passione della musica e di produrre e comporre nuova musica. Molti artisti che abbiamo prodotto inizialmente sono artisti della nostra zona che pur riscuotendo successo in Usa e in Europa , non venivano presi in considerazione dalle major italiane. Abbiamo cercato di fare qualcosa per loro e così è nato il nostro cammino!
Voi siete attivi dal 2000, in questi 6 anni di esperienza che idea ti sei fatto del rapporto tra l’Italia e il blues?

Diciamo subito che nel 2000 abbiamo fondato la Kayman Records ma la vera attività discografica è cominciata alla fine del 2001 con la produzione dell’opera prima “Call me Johnny” di Johnny LaRosa. In Italia, nonostante le difficoltà che si incontrano , direi che il pubblico è attento al blues, parlo di esperienze che ho anche da musicista, sembra che non interessi a nessuno poi ti accorgi che ai Festival, ai concerti in piazza e/o altre manifestazioni, gli spettacoli di blues si riempiono sempre di pubblico, e questo è un ottimo segnale, ma non è diventato ancora fenomeno di massa  perchè i mezzi di informazione non lo spingono abbastanza nei vari canali televisivi, radiofonici, quotidiani, ecc….

Come vi organizzate per la distibuzione dei cd presso i negozi? avete delle difficoltà o nonostante tutto i cd blues sono richiesti?

Siamo partiti con un distributore che ci appoggiava su tutto il nord-Italia e centro ma poi abbiamo abbandonato l’Italia passando all’Europa, dove abbiamo incontrato la storica CrosscutRecords che ci ha distribuito “Drivin’& Jivin’ ” , la nostra seconda  produzione con la quale abbiamo vinto in Francia il premio come miglior album europeo del 2002.
In Italia le vendite nei negozi di Cd blues di artisti italiani sono molto basse, causate dal fatto che non c’è un minimo di promozione, viceversa gli artisti di blues recuperano vendendo molti Cd ai loro concerti.
La Kayman Records ha tuttora una buona vendita on-line , maggiore di quella ottenuta dai negozi.

Dacci qualche dato sulle vendite giusto per capire se nonostante tutto in Italia un musicista blues può sperare di sopravvivere anche a livello economico.

Non saprei darti nessun tipo di indicazione sulle vendite perchè sono dati che rimangono approssimativi , non è il genere musicale che fa vendere ma l’artista proprio: se un artista è più famoso o conosciuto perchè più valido vende di più come in qualsiasi genere di musica rock,pop, o altro. Non dipende dal genere musicale. Uno dei nostri artisti ha venduto 3000 copie (tra negozi, concerti, on-line) perchè molto amato dal pubblico e ritenuto un artista validissimo, però mi è anche capitato di vendere solo 600 copie di una band che si è rivelata un fallimento sotto molti punti di vista, perciò da questo spunto prendo l’occasione per dire che non è un problema di genere musicale, per vivere di musica suonando e vendendo dischi l’artista o la band, devono essere validi: credere nel loro progetto portarlo avanti negli anni con passione e dedizione, organizzarsi bene con un programma  semplice ma preciso, vedo molti artisti italiani giovani che prendono il genere blues come uno scherzo e questo sta danneggiando chi invece lavora in un certo modo come Fabio Treves, Finardi, Tolo Marton, Donnie Romano, Enrico Crivellaro.
Kayman records: sia il nome che il logo ricordano moltissimo quelli della celebre Alligator, è un caso o una cosa voluta?

Ci siamo accorti secondariamente di questa analogia tra noi  e la celebre Alligator , nella zona da dove proveniamo cioè la bassa emiliana (le zone vicino al fiume Po) esiste un tipo di cultura di neologismi giovanil-popolari dove il termine ” kaymano” è usato da molti anni e indica un uomo che corre dietro alle donne, si ubriaca, si diverte con gli amici, sogna…, da qui abbiamo preso spunto per il nome dell’ etichetta perchè la notte che la fondammo in una stanza di una soffitta a Brescello (il paese di Peppone e Don Camillo) , io e il mio amico-socio Marco Brioni eravamo ubriachi di vino ma ricchi di speranze.

So che in passato avete organizzato dei festival blues, parlaci di queste esperienze.

Organizzare un festival è la cosa più divertente e stressante che si possa fare, ti chiedi ad un certo punto perchè lo stai facendo e non sai darti una  risposta, l’unico vero motivo è una grande passione poi viene il lavoro, cioè portare avanti una promozione di nuove produzioni o nuovi artisti che hai nello staff, il festival al quale siamo molto legati è il “Kayman Blues Festival” che si tiene ogni anno in luglio all’ Ikebana del Lido Po di Boretto (RE), si svolge in riva al fiume  lo sentiamo molto vicino, aldilà che è il festival-festa dell’etichetta, c’è l’affluenza di tutti i nostri fans , estimatori, amici.
Da qualche anno abbiamo anche istituito “Il Gran Galà della Musica” gli Oscar del blues, che si svolge a fine anno e premia i migliori artisti della Kayman Records e non solo.

Parlaci di Americalia il film che state producendo.

Americalia è il nostro secondo progetto, dopo il film-documentario “Emiliana” (FreenaOnFilms-2001) dove abbiamo prodotto solo le musiche, sentivamo il desiderio di raccontare in modo più approfondito la storia di alcuni personaggi presi sia dalla realtà che dalla fantasia, un omaggio alla bellezza della vita e della musica. Ci sarà la straordinaria partecipazione di Bobby Solo nella parte di un  bluesman, pochi conoscono la passione di Bobby per il blues soprattutto di artisti come Clarence Brown, Johnny Copeland. Il film  non sarà un documentario didascalico sul blues o un trattato , il blues sarà il linguaggio nascosto che lo spettatore coglierà dai personaggi. Le musiche originali sono scritte da Martin Iotti ed eseguite da diversi artisti della Kayman,  ci sarà  la partecipazione anche di artisti esterni.

Voi siete anche distributori on line di “il Compagno di Viaggio” il libro scritto da Marco Ballestracci, parlaci di questa iniziativa.

Il giornalista-scrittore e musicista Marco Ballestracci , molto vicino alla Kayman ormai da anni per amicizia e lavoro, ha scritto questo libro , edito dal Foglio-Esperimenti Letterari, dopo aver compiuto l’ennesimo viaggio negli States. Abbiamo ritenuto questa opera davvero interessante perchè nel panorama italiano sono veramente pochi i libri che uniscono musica e letteratura, questo è uno di quelli che potrebbero avere un loro significato particolare, c’ è la giusta misura tra il raccontare il blues a chi non lo conosce e l’avventura di un viaggio che potrebbe accadere ad ognuno di noi.
Tra l’altro cade proprio a puntino visto che la Kayman Records vuole proporsi non solo come produzioni discografiche ma anche di letteratura e cinema , nel tentativo di unire artisti che propongano sempre di più nuovi territori : esplorati o inesplorati che siano non importa, quello che ci colpisce sono le idee. Ci consideriamo , nel nostro piccolo, degli innovatori sul territorio dell’arte e della musica, perchè non ce ne frega niente degli stereotipi delle cose, noi facciamo quello che ci pare, seguendo il nostro cuore e la nostra forza interiore

Bene ragazzi come avete potuto leggere la nostra Kayman è una vera macchina blues a 360°, speriamo che l’esempio di Martin e dei suoi collaboratori spinga molte altre persone ad occuparsi di blues, per ora a me non resta che consigliarvi di visitare il loro bel sito www.kaymanrecords.com e di restare sintonizzati sulle nostre frequenza perché nei prossimi mesi parleremo ancora della Kayman e dei musicisti della loro “scuderia”.

Voglio ora parlarvi di un altro personaggio che non è solo un favoloso armonicista blues ma anche un bravissimo scrittore, il suo nome è Bertarando Goio in arte Harmonica Bert. Ho avuto il piacere di conoscere Bert qualche mese fa e sono davvero rimasto impressionato dalla sua abilità con il “piccolo strumento” che egli usa in un modo del tutto singolare, un a sorta di armonica blues sperimentale ma facciamoci spiegare più approfonditamente da lui sia l’origine di questo suo suono ma anche la sua avventura come scrittore.

Il tuo è un blues molto particolare, una sorta di armonica blues sperimentale, parlaci di questo tuo singolare modo di interpretare l’armonica

In realtà non si tratta di vera e propria sperimentazione. Anzi, si tratta addirittura del recupero di una tradizione vecchia quanto l’armonica stessa o anche oltre, quando al posto dell’armonica c’erano pifferi e violini, quando ancora il termine blues non era entrato nella definizione di un genere musicale, effettivamente molto magmatico e non ben specificato. D’altronde agli inizi del ‘900 e anche dopo, la distinzione tra musica bianca e musica nera non era per nulla definita, come invece accadde più tardi, anche a causa (o colpa?) della mania tipicamente occidentale di “catalogare” ogni cosa creando artificiosamente, e spesso senza un riscontro reale, generi e stili dove invece una linea di demarcazione non esisteva o era molto labile. All’interno di questa tradizione, un modo di fare musica con l’armonica era quello “solista”: in altre parole, accanto alle band e ai gruppi comprendenti chitarre, banjo, jug (il vaso o la bottiglia soffiando all’interno del quale si creava una linea di basso), kazoo, percussioni e via dicendo, esisteva anche un filone (anche se il termine non è proprio corretto) che vedeva i suonatori di blues harp esibirsi anche da soli, eseguendo brani strumentali o, spesso, alternando la voce all’armonica. Era un modo di suonare che, a dispetto della relativa scarsità di testimonianze discografiche era piuttosto diffuso. E’ comprensibile che le etichette prediligessero musiche vivaci ed eseguite da ensemble, ma al di là delle esigenze di mercato, la tradizione dell’armonica solista era diffusa quanto o quasi quella di qualsiasi altro strumento che venisse suonato da solo, come poteva essere il pianoforte o la chitarra. Era un modo di fare musica che ai nostri occhi sembra addirittura preistorico o perlomeno inusuale. A ben vedere però, non è azzardato ipotizzare che proprio l’armonica fosse lo strumento “solitario” per eccellenza: strumento tascabile, strumento da viaggio, economico e compagno ideale del bluesman vagabondo o del contadino che cercava consolazione dopo una dura giornata di lavoro. Esemplare è la scena serale di “Il sole splende alto” in cui si vede il servitore nero del vecchio giudice Priest che dopo cena si siede sui gradini e modula una melodia su un’armonica.
Insomma, questo modo di suonare, così intimo, così misterioso e quasi arcano, mi ha affascinato tantissimo, e mano a mano che scoprivo le registrazioni di questi pionieri dell’armonica la mia passione è cresciuta mi sono dedicato a questo stile cercando di riprodurre e di reinterpretare quelle musiche. Suonare l’armonica da soli non è come farlo in gruppo (non dico più difficile, ma diverso): è un altro modo di intendere la musica, oserei dire più diretto, con un contatto molto forte tra musicista e strumento. Ad esempio quando si suona e si canta alternando armonica e voce, si crea un “respiro” e un’atmosfera palpabile che nessuna musica  elettrica e amplificata riesce a creare. E’ qualcosa che si “sente” nell’aria quasi, e non esagero, come un rito. In questa musica c’è tutta la saggezza, la sofferenza e il senso della vita del blues, inteso come modo di pensare, di vivere e, naturalmente, di tradurre tutto questo in suoni e parole. E’ musica che affonda le radici nelle worksongs, nel gospel e nei richiami del campi di cui è l’erede più diretto e meno mediato, mantenendo terribilmente vivo e tangibile lo schema di “botta e risposta” tipico di questi “calls”. Si pensi a pezzi come Man Trouble Blues di Jaybird Coleman, o al mistero di Evening Prayer di DeFord Bailey; o ancora all’inquietante Devil In The Woodpile di Noah Lewis, e potrei citare all’infinito. Musica che al di là dell’esteriorità e dell’immediatezza, possiede la forza dei significati più reconditi e intimi che si perdono nella notte dei tempi. Al tempo stesso si tratta di musica diretta, ruvida, essenziale, priva di ornamenti, che ha la propria bellezza e il proprio fascino nell’incredibile intensità, nella purezza e nel modo privo di mediazioni e di qualunque retorica con cui si rivolge a chi ascolta. E se questo vale per tutto il blues più antico, forse l’armonica conserva una chiave in più per offrire questo mistero musicale.

Ascoltando i tuoi brani è impossibile non notare la tua stupefacente tecnica, come hai imparato a suonare?

Ti ringrazio per lo “stupefacente”…In realtà io non sono un mago né un virtuoso, ma quello che posso dire è che faccio largo uso di una tecnica sicuramente poco usata, almeno oggi. Si tratta di un espediente in voga tra gli armonicisti solisti che ho avuto modo di ascoltare, e consiste nell’eseguire la melodia con il foro destro mentre la lingua, battendo ritmicamente su due o tre fori a sinistra, crea una sorta di linea di accompagnamento di basso. In tal modo sembra un po’ come se le armoniche fossero (quasi) due, trasformando così la diatonica in una specie di piccola fisarmonica. Questa tecnica conferisce quindi uno spessore che le note singole o il semplice suono ad accordi non possiedono, cosa che è molto utile se si suona da soli senza accompagnamenti. Naturalmente non è una tecnica che è sempre utilizzabile (non entro nel merito di questioni troppo tecniche) né è sempre necessaria, anzi; ci sono pezzi in cui è giusto ed efficace usare le note singole. E comunque, più in generale, la regola aurea per suonare… non esiste!  me piace, quando lo ritengo necessario, fare uso di questa tecnica particolare ma, come ho appena detto, non è la sola che uso.
Riguardo a come ho imparato, è una storia lunga: dirò solo che ho iniziato da ragazzino accompagnandomi con la chitarra e tenendo l’armonica sul supporto per fare Bennato e Bob Dylan. Poi ho scoperto il blues e lì è stata la mia “rovina”! Verso i vent’anni ho cominciato a dedicarmi un po’ più seriamente all’armonica finché per un Natale non mi è stato regalato il metodo di Paolo Ganz, e allora mi si è aperta la strada, anzi, un mondo intero, e ho deciso che l’armonica sarebbe stato il mio strumento. In sostanza ho imparato da solo, come quasi tutti gli armonicisti. Ho imparato essenzialmente ascoltando e riascoltando i dischi e cercando di ripetere le frasi dei grandi, di ispirarmi per creare cose più originali. Ma al di là dell’ascolto, io ho cercato, e continuo a farlo, di carpire lo “spirito” dell’armonica nel blues, di ciò che veramente la anima e che la rende così eccezionale. L’ascolto dei dischi rimane comunque la via più valida, secondo me, di imparare uno strumento così magmatico come l’armonica, così sfuggente alle regole tradizionali di apprendimento e anche per questo tanto più straordinario.

Raccontaci del tuo libro su Sonny Boy Williamson, come ti è nata l’idea? come si sono svolte le ricerche?

Mah, a me è sempre piaciuto scrivere e nel 2002 ho anche pubblicato una raccolta di poesie. Il libro su Sonny Boy è nato, in realtà, come un articolo che io intendevo pubblicare, se non su qualche rivista cartacea, almeno su internet. Però, col passare del tempo, mi accorgevo che l’articolo assumeva sempre più le dimensioni di un piccolo libro, e ogni giorno cresceva e cresceva. Questo finché Fabio Treves non mi ha fatto la grande proposta: pubblicarlo presso le Edizioni Gariazzo. Allora mi sono messo a capofitto per scrivere e trasformarlo in un vero e proprio libro, con note a piè di pagina, bibliografa, discografia, antologia di testi, immagini, appendici, ecc… Dopo due anni di lavoro (da quando avevo pensato di fare l’articolo!) e mille cambiamenti che hanno rischiato di esaurire la pazienza di Alex e Fabio, è venuta fuori la versione finale e, dalla sua uscita, questo libro ha avuto una risonanza piuttosto notevole presso gli appassionati ed è stata una grande soddisfazione per me che sono riuscito, in Italia, a pubblicare la biografia di un bluesman. Un grande punto d’orgoglio di cui parlo senza vanterie di nessun tipo.
Le ricerche le ho svolte sui libri sulle note di copertina dei dischi, a volte mi sono fatto guidare dalle… mie impressioni personali e, grazie al web, ho avuto modo di attingere ad una mole di materiale altrimenti impensabile. Ma mi difendo dall’eventuale accusa di aver fatto un lavoro di copia e incolla, nel senso che la difficoltà sta nell’aver dovuto interpretare e sistemare notizie e dati che, vista la natura sfuggente del grande personaggio, erano straordinariamente contraddittori, spesso dal punto di vista cronologico, per cui mi capitava di continuare a scrivere per poi scoprire o capire che un evento messo ad un certo punto del libro andava invece anticipato o posticipato. Le incongruenze sono rimaste e ho cercato in tal caso, di presentare entrambe le versioni di un fatto e, quando possibile, di azzardare io stesso un ipotesi. Ma forse è anche questa incertezza che rende Sonny Boy un personaggio così accattivante. Se fosse tutto chiaro, una buona metà del suo fascino se ne andrebbe , non credi? E oltre a questo la sfida stava nello scrivere un testo che fosse anche accattivante e divertente: non dico un romanzo, ma nemmeno un elenco di dati; qualcosa, insomma, che attirasse e che rendesse interessante il tutto, anche nella speranza che il blues e l’armonica potessero far breccia nei “non addetti ai lavori”. Poi, naturalmente, oltre alla rocambolesca vicenda biografica, c’è la sua arte che rimane la cosa più importante: un lascito di circa 150 pezzi che fanno di lui un autentico genio dell’armonica, un cantastorie originale, un versificatore unico e un cantante d’eccezione: un vero poeta del blues.
Per quest’avventura che non avrei mai creduto possibile e che ancora oggi vedo come una grande vittoria personale, non smetterò mai di ringraziare Alex e Fabio che, tra l’altro, ha dato un lustro in più al mio libro con la sua prefazione.

Oltre ovviamente a Sonny Boy quali sono i tuoi punti di riferimento come armonicisti?

Oddio… sono tanti! Tanti ma non tutti. Io più che altro mi riferisco ai bluesman della “vecchia guardia”, sopratutto neri. Mi difendo subito da accuse di essere un “parruccone” che non ama le cose nuove e che rifiuta tutto ciò che è bianco. Assolutamente no! Dico solo che, amando le origini, mi viene spontaneo ascoltare più che altro i neri che il blues l’hanno di fatto inventato. Parlo di mostri sacri come Walter Horton, Little Walter, Sonny Boy Williasmon 1° (di cui il Sonny Boy del mio libro ha usurpato il nome facendosi chiamare Sonny Boy Williamson 2°), Snooky Pryor, Junior Wells, James Cotton e tanti altri maestri della scena di Chicago. E poi ancora Slim Harpo, maestro dello “swamp blues” e una miriade di artisti meno noti ma non per questo meno importanti.
Per quanto riguarda gli armonicisti delle origini, a cui attingo per la mia attività da solista, si tratta di artisti al 90% sconosciuti, talora presso gli stessi armonicisti (che veleggiano verso lidi più contemporanei) almeno in Italia, di oggi: parto da quello più noto e che tutti conoscono: Sonny Terry, che con la sua oltre quarantennale attività ha avuto modo di diventare una vera star e di essere uno dei pochi sopravvissuti di un mondo e di una cultura musicale scomparsa da tempo. Ma se guardiamo indietro, troviamo uno che fu una delle ispirazioni dello stesso Sonny Terry: DeFord Bailey, star radiofonica del Grand Ole Opry che è stato il primo vero artista solista al quale mi sono rifatto; e poi Noah Lewis, l’armonicista cocainomane dei Cannon’s Jug Stompers; il misterioso e a suo modo unico Jaybird Coleman, maestro di un modo di far musica alternando canto e armonica. Il suo è “uno stile vicino ai richiami dei campi, con la tecnica botta e risposta tra la voce e l’armonica (Paul Oliver, The Story Of The Blues). Emozionante, inquietante… Eccezionale! Andando avanti troviamo nomi di musicisti che hanno inciso pochi, talora due o tre pezzi e sono caduti ingiustamente nell’oblio: Ollis Martin, autore dello straordinario Police & High Sheriff oltre ad essere la seconda armonica in I’m Gonna Cross The River Of Jordan di Jaybird Coleman. E poi Eddie Mapp, un virtuoso che incise poco più che adolescente per finire accoltellato a 21 anni in un vicolo di Atlanta da una ragazza gelosa. Sempre andando a memoria, El Watson, William McCoy e l’incredibile George “Bullet” Williams, l’armonicista con lo stile più selvaggio che abbia potuto ascoltare, che lega la sua fama, oltre alla sua eccezionale arte al fatto di essere impazzito sembra in conseguenza della sua abitudine di (ebbene sì!) mangiare lucido da scarpe spalmato sul pane! Per finire (anche se ce ne sono altri) cito due grandissimi che, pur non avendo avuto l’occasione di registrare da giovani, sono stati riscoperti negli anni ’70 e hanno registrato materiale solista e non di un valore che dire inestimabile è dire poco: si tratta di “Peg Leg” Sam e l’ancora più sconosciuto Johnny Woods che io metto assolutamente in cima alla classifica tra i miei maestri. Insomma, di ispirazioni ne ho parecchie e non saprei davvero dire qual’è il disco che porterei sulla proverbiale isola deserta!

Hai in mente nuovi progetti musicali o editoriali per il futuro?

Per ora no, anche se è mia intenzione registrare a breve qualche brano nuovo (nuovo inteso come mai fatto, non necessariamente “mio”) e anche dei rifacimenti di quelli “vecchi”, roba che che però per ora rimarrà nel cassetto a livello di demo. Poi chissà?! Per ora suono come ho sempre fatto e mi guardo in giro. Scrivere sì, certo, continuo a farlo, ma da lì a pensare a un progetto editoriale insomma, ce ne passa… Magari articoli da mettere su internet, sicuramente non libri, per ora. Anche perché, quand’anche avessi un’idea, dati i miei nuovi impegni lavorativi, non potrei per ora dedicarmi a un libro che richiede un impegno a lungo termine e a tempo pieno. Anche se… non si può mai dire!

Un grazie di cuore a Bert per questa bellissima intervista, come avrete capito il nostro è un vero pozzo di conoscenza musicale e se vi capita ascoltate la sua musica ne vale davvero la pena. A tal proposito vi segnalo la presenza di Bert al “Festival Del Ticino 2006” che si terrà il 14 maggio a Vergiate (Va) , per tutte le informazioni consultate il sito www.festivaldelticino.it

Parliamo di una band veterana del blues i italiano: I DOCTOR WU, gruppo vicentino di livello nazionale, dedito al blues ininterrottamente dal 1989, sta scrivendo in questi anni le sue pagine più importanti. ?Dopo anni di gavetta infatti, con più di 600 concerti nei locali e nei festivaI estivi del nord Italia, e dopo molti cambi di formazione, ha trovato la giusta dimensione e sta iniziando a raccogliere i frutti di tanto lavoro. ??Dal 1999, anno d’uscita del primo CD interamente auto-prodotto, i DOCTOR WU sono cresciuti grazie anche alle molte collaborazioni e hanno iniziato a suonare nei locali che contano: ?dividendo inoltre il palco con artisti del calibro di WILLIE MURPHY BAND ?di Minneapolis, ALVIN LEE & MICK TAYLOR, THORNETTA DAVIS & BAND, iMARCUS MALONE, la MORB BLUES BAND, il chitarrista inglese BRENDAN HOBAN già con i FAMILY e con PAUL YOUNG, PAUL COX con cui hanno organizzato tre tour di una settimana tra il 2000/2003 che ha riscosso grande successo e da cui è stato tratto un CD live, AIDA COOPER, MASSIMO BUBOLA, TIROMANCINO, ed altri. ?Si parlava del primo CD intitolato semplicemente DOCTOR WU per la BM MUSIC PRODUCTION e mixato nel ’99 a Londra. Presentato proprio in Inghilterra con un minitour di quattro date nei Pub è stato accolto molto bene e recensito altrettanto positivamente in Italia da testate giornalistiche specializzate quali IL BLUES, JAM e IL BUSCADERO. ?Il Cd conteneva 11 brani originali ed una interpretazione dell’ormai classico Mo’ BETTER BLUES dal film omonimo di Spike Lee. ??L’attuale orientamento della band è verso un energico Rock-Blues ispirato dall’interpretazione dei molti brani di ROBBEN FORD, altri di CREAM, ERIC CLAPTON, GARY MOORE, – BB KING e di alcuni originali che andranno a comporre il nuovo CD in studio dei DOCTOR WU. ?La formazione vede alle tastiere Francesco Signorini, che vanta un invidiabile curriculum nel pop con artisti quali MIETTA, FIORDALlSO, SORRENTI, PORTERA, BRAIDO, ma anche nomi noti del blues e del jazz, tra tutti EDDIE HAWKINS. ?Alla batteria, Andrea Bassan, alla chitarra Luca Peruzzi e Nicola Filotto bassista e cantante autore di tutte le canzoni originali della band. ?Il nuovo CD dei DOCTOR WU dovrebbe vedere la luce entro la fine di questo promettente 2006. Personalmente ho avuto modo di ascoltare un loro live registrato nello scorso agosto al “Montecchio Maggiore in Blues”, un disco solido potente trascinante come ogni album dal vivo dovrebbe essere. Grandiose le versioni di “All Along The Watchtower, eseguita in modo hendrixiano, e di “Start It Up”. Molto piacevole anche lo slow venato di soul “One More Time” (Marcus Malone). Una nota di merito anche per l’originale “What’s Wrong In My Mind” che ci mostra una band matura e conscia dei propri mezzi, certamente una delle realtà più interessanti del nostro blues.

Bene ragazzi, come avete visto in questo numero abbiamo parlato di qualche band in meno ma in modo molto più approfondito, mi piacerebbe che fosse questo d’ora in avanti il format della nostra Officina; credo che fare una semplice carrellata di nomi e date sia quasi inutile mentre una analisi più approfondita delle varie band dia modo a tutti di conoscere meglio queste ultime e di apprezzarle in modo totale. Vi segnalo che dal prossimo episodio (che dovrebbe andare on line verso la fine di maggio) ricominceremo il nostro viaggio tra i locali del blues italiano. Ricordo a tutte le persone che sono interessate che visti i tempi lunghi che la creazione di ogni puntata comporta è meglio se mi scrivete allegando una presentazione il più possibile dettagliata della vostra band e possibilmente dei brani in mp3. Purtroppo il tempo a mia disposizione è quello che è. Mi scuso con coloro i quali mi hanno scritto e che non vedono il loro nome presente in questa puntata ,purtroppo ho avuto dei problemi con il pc e alcune mail sono andate perse, prego gentilmente tutti quelli che mi avevano scritto e che non hanno ricevuto risposta di ricontattarmi e mi scuso per questo spiacevolissimo inconveniente. Infine voglio informarvi che il progetto di creare una sorta di grande agenda blues italiana rimane ancora in cantiere, i tempi incerti della pubblicazione e la scarsità di tempo a mia disposizione per ora non mi permettono di farlo. Bene per questa terza puntata è davvero tutto, ci rileggiamo il mese prossimo, buon blues a tutti.

  • Ancora un bello special, è bello aver modo di scoprire queste realtà nostrane che altrimenti restano appannaggio di pochi. Bravo Marco.