Mew – And The Glass Handed Kites

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Ci sono bands, di questi tempi, che provenendo (chi più e chi meno) dal gran calderone onnivoro della fucina dell’indie, sembrano pur aver trovato una traiettoria espressiva più solida. Si tratta di lavori (bellissimi peraltro) caratterizzati da un richiamarsi spontaneo a epoche passate, ma più in termini di sentimento che di stilemi ed accademia. Una rilettura di “quei tempi”, ma senza indulgere alla citazione e al furbesco modaiolo, una questione di stomaco e di nervi piuttosto, un sentire comune più che un ragionare, un’urgenza espressiva che trova in “quei” metri e in “quelle” istanze linfa nuova, carica di futuro. Editors, ovviamente, ma soprattutto I Love you But I’ve Chosen Darkness e ancora più e soprattutto Arcade Fire. Lavori accomunati da una certa oscurità di fondo, da una certa sentita parentela con le più oscure e/o emotive tra le derive del post ‘77, ma con meno seriosità (almeno in apparenza) rispetto ai loro lontani parenti, e in più con la leggerezza, con quel “giocare al rock n’ roll”, che è forse il più evidente marchio di fabbrica dei nostri tempi.
I Mew forse guardano anche un po’ più in là, riferendosi a cose che da quell’epoca wave traggono la loro matrice e vanno oltre (e quindi i paragoni con My Bloody Valentine che vengono spesi un po’ ovunque sono effettivamente illuminanti), ma lo fanno con la stessa noncuranza per la noiosa filologia, con un’attitudine a rimacinare tutto senza troppe pippe, in barba ai pignolini, che caratterizza anche gli altri gruppi della variopinta (ma tendente al nero) schiera di cui sopra.
E infatti non ho mai visto tante definizioni fioccare per un unico disco, per un unico gruppo, e quando al recente concerto dei quattro danesi all’Alpheus di Roma ho sentito dietro di me una ragazza esclamare (un po’ contrariata) al suo boyfriend “ma non sono poi tanto shoegaze!” (appena dopo l’esecuzione del singolone “special”) mi si è allargato un po’ il cuore.
Danesi, già. I quattro Mew vengono dalla Danimarca, da quei paesi scandinavi che negli ultimi anni hanno dimostrato una vitalità musicale senza precedenti. Parlando a tal proposito della scena svedese, il buon Chinaski dei Linea 77 in una recente chiaccherata mi faceva notare quanto quest’esplosione di gruppi all’assalto delle classifiche di mezzo mondo non fosse un semplice caso dovuto all’aria che si respira sul Baltico, ma frutto di una precisa operazione da parte del ministero della cultura locale, che in particolare a partire da metà anni novanta ha affrontato il coraggioso onere di finanziare il rock e la musica “leggera” in generale, aprendo sale prova e sale di incisione a prezzo politico e finanziando, per così dire, il sottobosco. Chissà che lo stesso non sia avvenuto anche in Danimarca. Certo viene da chiederselo, se un gruppo come i Mew è riuscito dopo due dischi quasi autoprodotti e distribuiti solo in terra natia, a fare il salto su una major e rimanere tale e quale, se non meglio, scalando peraltro le classifiche. Significa che i frutti crescono anche al di qua del baltico (e i Carpark North?) e sono anche più buoni. Eccone alcuni…
E così prende posto in successione la potentissima emozione di Why Are you looking Grave? che serve su un piatto d’argento di chitarre a strati un testo che ti si pianta subito nel cuore perché ne capisce i più intimi segreti, perché loro sono della tua generazione e le sanno le cose che ti fanno ridere e ti fanno piangere. E se c’è anche J Mascis dei Dinosaur Jr a chiederti perché hai un’espressione grave, significa che allora hanno capito tutto di te.
E se un brano come Apocalypso (utilizzato come primo singolo del disco) viene definito dal vocalist Jonas Bjerre come una cosa a metà tra la fine del mondo e una dance-music caraibica (!!) ti stupirà ancora di più andarlo a sentire e scoprire che possiede tutti i tic dell’indies da classifica, ma che a partire da qui dice parole nuove e parla di futuro. E poi sfuma davvero gloriosamente nella ballabilissima Special, così radiofonica, ma quanta sostanza! E lo capisci allora che questi hanno classe da vendere.
I Mew… questa è gente che ha macinato il connubio tra rock ed elettronica avvenuto tra anni novanta e duemila (più per mano dei djs a dire il vero) e che lo riusa con la naturalezza di una cosa ormai ovvia ed acquisita, facendo sembrare i Sigur Ros un po’ meno interessanti e innovativi e i Radiohead degli zietti scapoloni che non vogliono invecchiare (ok, questa l’ho detta più perché mi fa ridere che per altro).
Se c’è una cosa che si può rimproverare a questo lavoro è forse di essere eccessivamente monocorde, costruito un po’ troppo spesso sul gioco tra strati di chitarre splettrate, batteria rombante ed esplosioni e una tastiera che insegue per aria gli audaci deliqui melodici della voce spaziante di Jonas. Ma è anche vero che il disco stesso è stato progettato come un lavoro unico e sequenziale, un unico grande brano destinato ad esplorare a detta del gruppo i vari aspetti della vita e della paura.
Ed è poi anche vero che non è facile ascoltare oggi un brano così adorabilmente preso a calci nella struttura come The Seething Rain Weeps for You e rimanere impassibili davanti ai riff di chitarra che lo percorrono e a quel freschissimo abbozzo di assolo melodico post-dinosaur jr che mette il punto esclamativo proprio in cima ad un climax, come un bambino disegnerebbe un fiore fucsia proprio al vertice di una collina.
E la scena è tutta per White Lips Kissed, quello che considererei il vero anthem dei Mew, se mi chiedessero di scegliere, perché contiene tutti gli elementi del lavoro nella proporzione perfetta per stupire, straniare, smuoverti e commuovere, e farti venire di nuovo voglia di esplosioni chitarristiche. Quelle che ti regala una traccia di commiato, ma solo un po’(What a day i have had/ What a day i have had/ now it’s over, isn’t it?/ There goes Louisa/ there goes Louisa), scritta con i denti serrati, scritta con il terrore di un bambino, scritta per chi soffre la paura lancinante di non bastare a se stesso.
Se sapranno crescere come promettono, i Mew sono destinati a scrivere una pagina deliziosa della storia del rock. Stay tuned.