System of a Down – Hypnotize

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Dove Mezmerize è il disco che i SoaD dovevano realizzare ora, un lavoro in stato di grazia, ovvero un fulmineo succedersi di brani centratissimi e devastanti intervallati da ballate colanti emozioni e contenuti (politici – ma come Spike Lee o Ken Loach), ‘Hypnotize’ ne è il cuginetto più povero.
Sarebbe stato davvero bello se questo cugino povero fosse stato anche un tantino più oltranzista del suo referenziatissimo parente, ma tant’è.
Il fatto è che l’acquolina in bocca te la fa venire, quando in prima posizione ti trovi uno dei pezzi più devastanti dell’intera carriera dei SoaD (Attaaack!!), e a seguire una dies irae alla system in salsa iraquena che riesce a non far calare il tono e la tensione. Ma a farci passare la fantasia di essere assaliti da una raffica di padellate in faccia ci pensano i brani a seguire, che si assestano indolenti su un tono medio, ripetendo francamente un po’ troppo spesso lo schema intro rumorosa, inciso melodico-epico e sfuriata, che abbiamo ben imparato a conoscere negli anni. E purtroppo questo manierismo innerva la maggior parte dei brani del disco.
Si ha come l’impressione (ed in effetti è esattamente così) di essere di fronte ad un semplice contenitore di brani scartati dalla lavorazione di Mezmerize, mancando del tutto quella cura che i System usano (quando sono in gran spolvero) nel declinare i brani in tracklist e quell’idea di compattezza che in ‘Mezmerize’ raggiunge addirittura lo stato dell’arte (riuscendo nell’incredibile impresa di rendere approcciabile pressoché a tutti un disco dai ritmi serratissimi e aggressivo come pochi).
E pensare che in mezzo a brani di grana più grossa brillano come diamanti alcuni episodi che sarebbero potuti entrare dritti dritti nel disco principale, e parliamo di cose grossissime, come la title track “Hypnotize” che solo per il fatto di inziare con l’intro più bella del mondo e con la frase più bella del rock and roll (why don’t you ask the kids in Tienanmen Square…) varrebbe il prezzo del biglietto; come “Vicinity of Obscenity” che installa su un riff suonato credo con un fucile d’assalto semiautomatico la sequenza “banana banana banana banana terracotta banana terracotta terracotta pie” per farci godere e basta; come la meravigliosa triade che chiude il disco, dall’anthem per amori malati di “She’s Like Heroin” a “Lonely Day” (una delle migliori ballate dei SoaD), fino alla ispiratissima reprise da tre minuti e passa di “Soldier Side”, dopo la quale si può solo tacere, e non solo per la bellezza del songwriting, ma anche per il coraggio di dire parole, quel coraggio (ormai in disarmo e in disuso) di dire ancora qualcosa di ostinato e contrario con gli strumenti del rock ‘n roll.
In conclusione, ci possiamo permettere il lusso di paragonare questo ‘Hypnotize’ ad un disco di b-sides solo perché il suo predecessore ha i crismi del capolavoro, della pietra miliare, dello stato di grazia?
Non so, dico solo che questo ‘Hypnotize’ è comunque un’anticchia al di sopra di quanto di meglio la scena heavy ci possa proporre oggi.
Che i SoaD ci stiano abituando troppo bene?