Soundgarden – Screaming Life/Fopp

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Spronata dall’allora recente debutto su major dei Soundgarden (con ‘Louder than Love’), la Sub Pop intuì e colse al volo il momento più propizio (e proficuo) per riportare a galla i trascorsi indie della band nella propria scuderia, essendo gli originali 12” di ormai ardua reperibilità.
Ecco così radunati in formato CD i due unici lavori della formazione per la benemerita etichetta indipendente americana. ‘Screaming Life’, che usci nel lontano 1987, è il loro biglietto da visita e condensa i primi intensi due anni di attività del complesso: “Hunted Down” e “Nothing to Say”, debutto ufficiale a 45 giri, sono la summa e insieme l’esemplificazione del loro particolare approccio alla materia hard rock dei ’70: in particolare la seconda traccia in questione è particolarmente efficace nel filtrare le cadenze monolitiche dei Sabbath attraverso le innovazioni stilistiche che gli anni ’80 hanno introdotto in ambito metal.
Di rimando un brano come “Tears to Forget” (presente in versione seminale anche nell’antologia ‘Deep Six’), cioè velocità estrema e forza dirompente, non ci fa scordare la loro discendenza diretta anche dall’altra sponda musicale, cioè il miglior hardcore statunitense i cui assordanti clangori si spensero proprio in quegli anni. A mescolare le carte ulteriormente, si aggiungano poi le incursioni squisitamente psichedeliche che attanagliano brani quali “Entering” e la conclusiva” Hand of God”.
Il mini ‘Fopp’, di un anno successivo (all’uscita del quale i nostri erano già scesi a patti con la SST per ‘UltramegaOK’), continua il medesimo discorso perdendo un po’ dell’efficacia del predecessore, anche se la title-track, una cover degli Ohio Players, rimane un loro piccolo, imprescindibile classico.
Da segnalare anche “Swallow my Pride”, cover dei conterranei Green River, che pur non cingendosi d’alloro risulta addirittura superiore all’originale.
Su entrambi i lavori primeggia innegabilmente la voce di Cornell, qui agli albori ma già così dannatamente unica ed efficace, supportata a meraviglia dalle doti tecniche di ogni componente, già allora in lizza fra i migliori musicisti di Seattle.
Appare tuttavia probabile che i fan del sound degli ultimi dischi restino piuttosto perplessi di fronte alle infinite immediatezze e ruvidezze di queste canzoni: si ricordi, però, che il bagaglio musicale dei Soundgarden si plasmò ben prima di quel fatidico anno in cui l’industria e la gente comune cominciarono ad interessarsi (e di conseguenza anche a pretendere un certo suono…) alle band di area grunge. Resta quindi doverosa la presa di coscienza di una derivazione diretta dal punk e dal metal, rifuggendo il più possibile il tentativo di catalogazione forzata in base all’ormai logoro concetto di appartenenza stilistica: i Soundgarden forgiarono il proprio suono da soli, senza imposizioni e compromessi di alcun genere, semplicemente “farcendo” i loro generi di base preferiti con le nuove influenze a cui furono sottoposti durante la loro crescita umana ed artistica. Nonostante le dichiarate ristrettezze economiche e i budget irrisori, queste registrazioni (il mago Jack Endino, responsabile di ‘Screaming Life’, vi dice nulla?) restano pregne di qualcosa di difficilmente definibile a parole: un’entità scarna ed essenziale, visceralmente diretta e maledettamente sensuale che rimarrà coi nostri almeno fino al debutto su A&M.
I Soundgarden, da qui in poi, di strada ne faranno molta: questi Ep non sono altro che gli scrigni che ne conservano la vera essenza.