Way to Blue: Tribute to Nick Drake

Ci sono artisti che devono aspettare la morte per essere riconosciuti come tali, nel caso di Nick Drake la morte, soprattutto in età così giovane, è stato come il coronamento di un percorso lirico e poetico, come una sorta di sorte inevitabile; d'altronde portare il peso del mondo per 26 anni non è cosa da poco. Non so se tutti conoscono la storia di Nick Drake, sicuramente la conoscono molte più persone oggi nel 2006 che nel 1970, anni in cui il cantautore ha scritto le pagine più belle della sua breve ma intensa carriera. La storia di Nicolas è quella di uno scrittore di canzoni, belle canzoni, ricche di arpeggi di chitarra, di melodie sognanti di violino e tappeti percussivi, ma la cosa che ha reso immortale la storia di Drake è forse l'universo dei suoi testi, disperati, speranzosi, pieni di amore e morte, colmi del vittimismo tipico di chi vede il mondo dalla parte “sbagliata” dalla parte “debole”, o forse più semplicemente del vittimismo tipico di chi porta la depressione con se nel cuore, come il suo migliore amico. La storia di Drake finisce nell'anno in cui compie 26 anni, l'età migliore per morire, per incastonare la sua immagine, così sfuggevole e rara, come quella di un bel ragazzo, giovane e pieno di mistero. come la sua morte ancora non chiara del tutto. Suicidio o no, non è così importante, d'altronde la morte fisica in certi artisti sembra essere solo un dettaglio poco rilevante. Ed è con queste consapevolezze che il 2 luglio nella cornice di Villa Pamphili, Roberto Angelini e Rodrigo D'Erasmo hanno voluto rendere omaggio a questo cantautore, e l'hanno voluto fare chiamando a raccolta quanto di meglio propone oggi la scena di cantanti e cantautori italiani indipendenti; da Cesare Basile fino a Lara Martelli, passando per Pinomarino, Marco Parente, Nicolò Fabi giu giu fino a Bugo. Non starò qui a disquisire tutte le performance in una sorta di elenco, ma vorrei soffermarmi su quelle che più mi hanno emozionato e che meglio hanno saputo far arrivare la poesia e la musica di Drake al folto pubblico giunto a Villa Pamphili (anche se troppo in ritardo rovinando un pò l'inizio del concerto con brusio e spostamenti di posti vari). Le cose migliori le ho sentite da Giulio Casale con una versione di “Parasite” e un'altra di “Wich Will”; il cantante degli Estra è veramente maturo, sicuro di se, e la sua voce piena e roca ti sbatte in faccia le parole come un pugno, arrivano subito dove devono arrivare, lui e la sua chitarra riescono a riempire meglio di qualsiasi arrangiamento, c'è chi ha il rock dentro, lui è uno di questi. Lara Martelli con “Cello Song” ci fa sentire un Drake in versione femminile, sicuramente una sorpresa e un qualcosa di mai sentito, la voce di Lara è ammaliatrice e anche la lettura di una poesia su Drake fa correre un brivido. Altra voce femminile che ha interpretato benissimo, è quella di Barbara Eramo che riesce a non snaturare “Time Has Told Me” con la sua voce potente quasi soul, sicuramente in potenza non una voce adatta per le canzoni di chi non ha mai urlato come Nick, complimenti. Cesare Basile con la sua presenza infernale trasmette al pubblico tutto il lato disperato di Nick, una versione di “Black Eyed Dog” con un Marco Parente alla batteria scatenato. Peccato per qualche piccolo problema tecnico per Basile ma il cantautore siciliano ha il piglio di uno che i palchi li conosce come le proprie tasche e si vede e soprattutto si sente. Lo stesso Parente poi si alza da dietro le pelli e viene a declamare una serie di suoi pensieri su Drake scritti nei giorni delle prove di questo spettacolo, ed è magia. Marco riesce con parole semplici, con immagini chiare e precise a tradurre la visione di Drake per il pubblico, una grande prova di cantautorato parlato. Ma nella serata c'è anche un'inedito. Pinomarino è andato a scovare un testo inedito di Drake non ancora musicato, e lui, traducendolo in italiano, lo ha fatto. E il risultato è stato stupefacente, una canzone bellissima, sarà il mio amore per il Rodes ma Pinomarino ha sfornato davvero una canzone maiuscola con una prestazione altrettanto all'altezza, spero di poterne sentire una versione da studio al più presto. Prima di questa performance Pinomarino ha anche simpaticamente raccontato una barzelletta che la leggenda vuole essere una costante di Nick Drake che lui raccontava moltissimo, tanto da indurre in molti a pensare fosse scritta dallo stesso Drake, un paio di minuti di allegria in una serata dove, ovviamente, la malinconia era la padrona. Ma la serata ha anche proposto interpretazioni meno convincenti, a mio gusto ovviamente, una su tutte quella di Alessio Bonomo che ha riproposto due versioni italianizzate di “Way to Blue” e “Northern Sky”, sicuramente dal punto di vista della traduzione Alessio ha fatto un lavoro ottimo, riuscendo a rendere il senso delle canzoni in una metrica certo non pensata per l'italiano, ma la cosa che non mi ha convinto è l'interpretazione vocale, forse ha giocato un pò d'emozione ma la voce di Alessio era indecisa, tremolante e poco efficace, bello il lavoro di chitarra elettrica ricca di effetti di Matteo D'Inca in coppia con Bonomo in queste due canzoni. Per ritornare su prestazioni più convincenti c'è da segnalare sicuramente la prestazione di Massimo Giangrande (voce e chitarra dei Punch&Judy) che ha fatto parte della band che ha accompagnato tutti gli artisti che si sono succeduti in veste di chitarrista e che ha preso l'occhio di bue per cantare e suonare con grande sicurezza “At the chime of a city clock”. Una versione potente e fortemente comunicativa la sua, come la sua voce.
Una delle mie paure in questa serata era la presenza di Simone Cristicchi. Non vi nascondo la mia poca considerazione di questo “artista” molto sulla cresta dell'onda da un anno ormai grazie a singoli molto pompati che fanno dei testi scanzonati e nel contempo intelligenti la loro forza. Una formula abbastanza abusata e la sua proposta poi non mi è mai sembrata così originale da meritare chissà che. Ma questo è un mio parere che ieri sera non è servito davvero a nulla, perchè Simone ha cantato e interpretato come non t'aspetti, una versione di Fruit Tree davvero straordinaria, voce sicura e degna la sua, una bella scoperta e un plauso, ma la mia opinione sulla sua produzione non cambia, perlomeno è cambiata quello sull'interprete dalle grandi potenzialità. Nicolò Fabi, nome grosso della serata, è arrivato come ultimo artista “esterno” ed ha cantato “Man In a Shed” lui e Angelini sembrano essere ottimi amici e sul palco si sono cercati con sguardi e sorrisi in continuazione trasmettendo una forte empatia al pubblico e la sua performance ne ha sicuramente giovato. Ma come dimenticare Bugo? Quando l'ho visto entrare in questa atmosfera così delicata e introspettiva, lui con il suo incedere dinoccolato ho avuto timore che potesse non essere capito e soprattutto rovinare quest'atmosfera, invece Bugo è stato grande, ha riproposto in italiano (un italiano molto bughesco a dir la verità!) una versione molto energica di Hazy Jane 2 con il suo consueto stile ha sicuramente dato una scossa alla serata che fino ad allora era andata avanti con lo stesso mood rilassato. Ho dimenticato diversi artisti in questa recensione, ma la serata è stata lunga e ho voluto citare solo quelli che mi hanno colpito di più, cito velocemente chi è rimasto fuori da questo articolo, Filippo Gatti, Marco Fabi, Songs for Ulan…. Le ultime considerazioni le voglio lasciare per Roberto Angelini su tutti, che ha suonato per due ore accompagnando la maggioranza degli artisti con la sua chitarra acustica snocciolando arpeggi tutt'altro che facili, e dirigendo la band come un direttore d'orchestra quando questi andavano in panne, uno sforzo organizzativo e di prestazione di questo artista che da un pò di tempo sta cercando di togliersi di dosso la fama di “quello che ha fatto Gatto Matto” canzone che ci aveva tormentato un paio di estati fa, e ci sta riuscendo con classe e stile sposando progetti come questo.

Foto di: Patrizio Piastra

ALTRE FOTO DELLA SERATA

  • Bella rece… mi pento di non essere venuto anche io a questo concerto :-(

  • mi pento anche io.
    piccola considerazione su Angelini: impressionante. Implicato in migliaia di progetti sopra la righe nell'ambiente romano, sarebbe da riscoprire, perchè ci da prova continuamente di saperci fare.

  • sara', ma pur non essendo presente la cosa mi convince poco. pochissimi hanno inciso covers di Drake inserendole nei loro albums,moltissimi invece i tributi. nati spesso per strani motivi che poco hannoa che fare con nick e con la sua poetica,molto con altre cose meno piacevoli. nessuno inoltre conosce bene le sue accordature,di conseguenza spesso le cover hanno strane tonalita',passaggi un po' casuali etc.
    niente di male,ma l'unico modo per amare Drake e' continuare ad ascoltarlo nei suoi lavori e per il resto,lasciarlo riposare in pace.
    che tutto mi suona di falso e stucchevole alla fine.

  • Bella recenzione di una serata emozionante… peccato non esserci stato. Bravo Francesco, hai rievocato quel brivido che solo le canzoni di Nick Drake sanno regalare. Il tempo non esiste o è come ranicchiato in una calda coperta, e il sangue che pulsa ritmicamente e silenzioso nelle vene ha il calore portentoso degli ‘strani’ accordi della chitarra di Nick.
    Grazie di questo e per avermi fatto conoscere il sito di rocklab
    :smile: