Iron Maiden – A Matter Of Life And Death

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Vuoi mettere? Fare la recensione dell‘ ultimo album degli Iron Maiden? Appena il capo mi ha dato il via libera devo ammettere di non averci pensato. Ma se mi avessero chiesto di scrivere qualcosa sugli Iron Maiden una quindicina d’anni fa, quando pensavo che HM e Metal Shock fossero la Bibbia, credo che mi sarei messo a piangere dalla commozione. Poi si cresce, le cose cambiano, altre cose prendono il posto e tutto assume un’ altra dimensione. Ma gli Iron Maiden mi sono sempre rimasti nel cuore ed ho sempre seguito con interesse le loro vicende. Detto questo, a me gli album che hanno visto il ritorno di Bruce Dickinson in scuderia, non sono piaciuti per nulla. Specialmente ‘Dance of death’, lo trovavo goffo e stanco, pesante e ridondante. Partiamo col dire cosa non è questo ‘A matter of life and death’, quattordicesimo studio album della vergine di ferro. Non è un capolavoro, non è il miglior disco degli Iron Maiden, come sostiene Nicko McBrain, e non riprende per niente i suoni e le leggendarie composizioni degli anni 80, le quali hanno dato giusta fama e gloria agli Iron Maiden . A mio parere questo gruppo è rimasto fin troppo affascinato dalla struttura e dalla tipologia di composizione che fu la bella “Afraid To Shoot Strangers”. Ricordate gli assoli melodici ripetuti, le improvvise accelerazioni piacevolmente insensate di quel brano? Beh secondo me gli Iron degli ultimi anni sono questo, una continua esplorazione delle (poche) possibilità di evoluzione che può dare quella song. Molti dei brani sono molto estesi, si superano spesso i sei, i sette e gli otto minuti e si porta il risultato stilistico ai limiti di un metal quasi progressivo. Gli Iron Maiden hanno quei tre o quattro ingredienti e non esitano a riproporli, senza però firmare un solo brano realmente fresco e coinvolgente. Molto muro, molto suono metallico ma poco, pochissimo riff killer, molta sterile ritmica a power chord, molte autocitazioni (una per tutte, si ascolti l’intro del singolo e ditemi se non è identico a quello di “The evil that man do”), pochissimi chorus convincenti, tra i quali credo che il più riuscito sia quello di “Longest Day” o magari quello di “For the greater Good Of God”. Qualcuno ha parlato addirittura di novità ma io in tutta onestà non sono riuscito a trovarne in questo disco. E per me è giusto così: gli Iron Maiden sono un gruppo classico, che tra l’altro si è evoluto molto in pochissimi anni, tra il 1980 e il 1988, e a mio parere si dovrebbero preoccupare soltanto di tornare a comporre un buon disco classico. Esattamente come hanno fatto gli Slayer con ‘Christ Illusion’, disco che non aggiunge una virgola nella storia del gruppo di Araya e soci, ma che è maledettamente bello, fresco e degno di essere accostato ai vecchi capolavori della band. Credo che, anno più anno meno, sono circa 15 anni che i nostri non si decidono a scrivere una canzone con un riff straordinario. L’ultima fu “Be quick or be dead”, da allora hanno pure guadagnato un Adrian Smith (mica l’ultimo arrivato) in più ma si continua ad insistere su composizioni pachidermiche e poco ispirate, in cui si usa la vecchia arma della ripresa concettuale ( “For the greater good of god” / “Sign of the cross”) per far fronte ad evidenti crisi di idee. Tra l’altro: mi dite a cosa servono le tre chitarre, se poi vengono quasi sempre usate all’unisono? Vabbè, a me gli Iron Maiden stanno simpatici, ma i dischi non si comprano per amicizia e, onestamente, più che guardarli con un nostalgico sorriso e dedicargli qualche pensiero tutte le volte che rimembro i bei tempi delle scuole superiori, non si può.