Becoming the Archetype – Terminate Damnation

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Questa uscita a nome Becoming the Archetype è uno dei pochi esordi interessanti nell’area metal di questo ultimo periodo: intendo ovviamente la cerchia di quei gruppi metal che cercano in tutti i modi di non fare roba fatta e rifatta da 20 anni a questa parte, o per lo meno cercano di cambiare un minimo le carte in tavola. In sostanza dentro questo disco c’è death svedese, thrash, estetica metalcore americano, qualche progressione tipica di Opeth e compagnia intellettuale, sporadiche pretese grind, stacchi acustici, produzione più bombastica del secolo e al contempo grezzissima. Ottime due canzoni, “Elegy” e “Into Oblivion”, le altre sono meno ispirate e lasciano poco o niente anche dopo numerosi ascolti. Qualche stacco è azzeccato, qualche passaggio è interessante, ma molti altri sono stucchevoli e abbastanza inutili, mal gestiti a livello di dinamiche. “Night’s Sorrow”, totalmente acustica, non c’entra totalmente niente messa lì, in mezzo al disco, con i suoi pesantissimi quattro minuti ed oltre; l’intro è molto epica ma molto banale, un po’ come “The Epigone”; verso la fine del disco il livello si risolleva un po’ con la rasoiata di “Beyond Adaptation” e l’accoppiata “Denouement” – “Trivial Paroxism” ma la sensazione generale è quella di idee poco chiare e songwriting troppo approssimativo.
Cito dalla loro biografia: “for fans of Living Sacrifice, Opeth and Unearth.” Ecco, è verissimo! Questo disco ai fan di Opeth ed Unearth (vedi: quindicenni finto-avanguardisti ma estremi) piacerà un sacco, ma non è una cosa di cui andar fieri. Poi ecco, per carità, io il disco ce l’ho, me lo sento abbastanza volentieri, non è che mi incazzo selvaggiamente come mi accade sentendo come si sono ridotti i Moonspell, però è un peccato, visto cosa questi Becoming the Archetype riescono a tirare fuori quando mettono bene a fuoco gli obiettivi di un gruppo metal, cioè spaccare il culo e provocare nell’ascoltatore voglia di bere birra, urlare e posizionare le dita delle mani in un simbolo codificato negli anni ’80 che significava “I Love You”.
Non commento il fatto che si definiscano “christian metal”, parlando di Gesù & compagnia bella. Tanto dalla musica non si capisce per niente, anzi, potrebbero benissimo parlare di squartamenti, di sicuro guadagnerebbero in divertimento e attitudine caciarona.
La copertina gioca sullo stile Mastodon senza però riuscirci, un po’ come l’ultima degli Avenged Sevenfold. Basta con questi trend.
We need meno archetipi, meno parossismi, meno parole con più di 13 lettere.
We need più budella e più birra.