40 anni dopo Sgt pepper’s lonely hearts club band

Due sono per il creativo i modi di superare l’eterna dialettica fra arte e mercato: ignorare del tutto il fatto che effettivamente esista un circo mediatico-commerciale attorno all’operato dell’ artista, e andare avanti malsopportando promozioni e questioni di vendite – un atteggiamento che Umberto Eco definirebbe “apocalittico”- oppure prendere atto di tutto ciò che “gira intorno” e usarlo prima di esserne usati a propria volta: atteggiamento, quest’ultimo, che Andy Warhol forse non avrebbe avuto voglia di definire in alcun modo ma che ha costituito la spina dorsale della sua poetica.
“ I beatles sono la più grande pop band della Storia” è un affermazione la cui veridicità è pari soltanto alla banalità del sostenerla: dopo un quarantennio esatto di celebrazioni e riconoscimenti praticamente unanimi, i tempi saranno ben maturi per alzare il tiro e arrivare a parlare dei Beatles come degli “artisti pop tra i più grandi della Storia”. L’occasione ce la serve proprio l’anniversario del capolavoro “Sgt Pepper lonely hearts club band”, a cui in molti ormai si riferiscono come al primo vero album pop. Godendo già di una grandiosa fama anche oltreoceano, i Fab four hanno già intrapreso la strada che li porterà ad essere una band prevalentemente da studio e a lavorare sul piano concettual-musicale non meno che su quello estetico. Prima mossa, superare la concezione dell’Lp come raccolta di canzoni e farne un tutt’uno: malgrado l’effettiva eterogeneità dei vari pezzi in sé, è proprio l’idea di unicum a contraddistinguere “Sgt Pepper”. Un’idea che va ben oltre la coerenza stilistico musicale dell concept, e si spinge fino a comprendere l’oggetto disco nella sua interezza. L’idea di Mc Cartney di mettere “tutto il mondo dentro ad un vinile” si concretizzerà in una serie di innumerevoli rimandi fra il mondo occidentale ed il prodotto concreto che nel giugno del 67 gli abitanti di questo stesso mondo avrebbero trovato sugli scaffali.
Perché è proprio l’oggetto in sé ad interessare i quattro quando prendono la decisione di eliminare dal vinile i solchi di separazione tra una song e l’altra (disorientando così la sempre avveduta commissione d’ascolto Rai, che deciderà semplicemente di non trasmettere il disco). Sul piatto di chi lo ascoltava Sgt Pepper avrebbe girato dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità, bloccandosi irrimediabilmente all’ultimo giro su quella “never could see any other way” ripetuta all’infinito. Se la versione in compact disc si limita a replicarla quattro o cinque volte verso la dissolvenza finale, l’originale costringeva il nostro ipotetico ascoltatore ad alzarsi dalla sua poltrona e sollevare la puntina del giradischi dalla superficie del vinile, rendendosi conto in questo modo che tutto ciò che ha ascoltato (e c’era veramente di tutto, dai fiati all’LSD, passando per il famoso sitar indiano di Harrison ) altro non era che una disposizione spaziale di incisioni su materiale termoplastico: potenza della riproduzione seriale…
Ma un prodotto che si rispetti comprende anche un aspetto esteriore: e qui si arriva all’inevitabile questione della copertina, probabilmente la più chiacchierata della storia. Enumerarne per l’ennesima volta i protagonisti sarebbe terribilmente noioso: basti sapere che l’immagine comparsa come risultato finale non è un semplice taglia e incolla su disegno, ma riproduce un vero e proprio collage a grandezza naturale. Due anni prima che Warhol tratteggiasse i contorni di una banana su un’altra leggendaria copertina musicale, il pittore Peter Blake ( che del newyorchese fu estimatore e discepolo) crea per la banda del Sergente nientemeno che settanta statue ad altezza d’uomo, raffiguranti diversi personaggi della cultura contemporanea, ritratti senza nessuna pretesa di realismo ma così come li si vede sulle riviste patinate o sulle locandine: nella loro versione pop. Nonostante gli sforzi di Blake tendessero alla concretezza in tre dimensioni, lo scatto finale di Michael Cooper ridurrà irrimediabilmente tutto al quadrato della fotografia: grandi personalità della letteratura, della scienza, dell’arte, della musica e del cinema appiattiti su due dimensioni. Con quell’ironia di superficie che solo il pop può permettersi senza peccare di ottusità, i Beatles abbattono ogni barriera fra cultura alta e pop(olare), anticipando di anni l’effetto radical-democratico di quella “tabula rasa parificata” che è la Rete: se è vero che Sergent Pepper è “un passo decisivo nella civilizzazione occidentale” come disse ai tempi Kenneth Tynan del Times, la sua copertina è un passo in avanti verso la visione della cultura nel nuovo millennio.
La cosiddetta “confusione dei piani”, a tutt’oggi motivo di lamentela da parte degli intellettuali vecchia scuola, è già evidente attraverso le reazioni polemiche del tempo, una prassi quando si parla di fenomeni. Coloro che qualche tempo prima coi dischi dei Beatles ci avevano organizzato dei falò in piazza per la famigerata questione del “bigger than Jesus” stavano infatti tornando alla carica, a protestare per l’assenza dello stesso Cristo di fronte alla invece pesante presenza di quello che al tempo era considerato la sua antitesi, il satanista Aleister Crowley. Al di là dell’inconsistenza della critica in sé – i personaggi in copertina sono tutti vissuti nel ventesimo secolo DOPO Cristo – l’errore in cui le varie associazioni religiose stavano cadendo ha del paradossale: chi aveva tacciato il rock’n’roll di “satanismo” per via dell’effetto incontrollato che produceva sui giovani fans, ora si ritrovava a protestare perché il proprio Di(v)o preferito non risulta sulla copertina di un disco pop.
Ma restringiamo il campo e torniamo ai quattro protagonisti: perché su una pedana fiorita, in mezzo a faccioni di presenti e grandi assenti, dovrebbero esserci loro, i Beatles: letteralmente icona fra le icone. Ecco, su questo aspetto band e collaboratori calcheranno parecchio la mano. Nel ’67 infatti i beatles erano già i beatles per tutto il mondo, universalmente conosciuti grazie ad un’immagine che li voleva baronetti-della-porta-accanto. Va da sé che dopo un successo come quello di Revolver e un anno di attesa, la band dovesse campeggiare in tutto il suo splendore nel bel mezzo della cover, come del resto era stato dai tempi del primo “Please, please me”. Così non fu. Per la prima volta infatti, a regnare incontrastati su una copertina dei Beatles – per giunta già così affollata – non sono i 4 di Liverpool, bensì i membri tutti baffi e psichedelia della Sergent Pepper’s Lonely Hearts club Band, come denuncia la grancassa al centro. Un nome al quale – se la cosa non fosse assomigliata troppo ad un suicidio commerciale – sarebbe stato accreditato il disco stesso, che invece si limitò a intitolarcisi. Il mondo avrebbe trovato i Beatles così come li conosceva alla sua immediata a sinistra: fra le icone del novecento si era deciso (immodestamente ma anche assai lucidamente) di far rientrare pure loro, nella versione grigio-unificante che li aveva resi noti a chiunque. Quattro statue di cera dal museo di Madame Tussaud sarebbero state lì, al posto loro, custodi di uno stile da bravi ragazzi che li aveva immortalati ma che nei fatti era già consegnato alla storia.
L’album invece si apre e (quasi) si chiude proprio nel nome della Sergent Pepper’s Band: il “doppio” che il complesso inglese decide di far parlare al proprio posto ha la funzione di ironizzare sullo stereotipo in cui i Beatles erano stati confinati dopo il successo mondiale e allo stesso tempo serve a prenderne le distanze.
La title track iniziale funge da introduzione per la Banda dei cuori solitari: su una musica trionfale prende la parola il presentatore della serata che, enfatico, annuncia “..So may I introduce to you /the act you’ve known for all these years/Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Immediatamente subentra il gruppo che procede con le (auto)presentazioni: “We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band / We hope you will enjoy the show / We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band / Sit back and let the evening go”. Se si esclude un ‘solo di chitarra un po’ troppo audace – non a caso ripreso in un live sull’Isola di Wight da Jimi hendrix, altra icona del 900 indirettamente coinvolta – lo stile è smaccatamente riconoscibile come beatlesiano, con uno stile corale a quattro voci che ricalca quello di “Love Me Do” e dei primi successi, quando il gruppo stava approdando alle classifiche dopo una lunga gavetta come orchestrina da ballo. “…It’s wonderful to be here/ It’s certainly a thrill / You’re such a lovely audience / We’d like to take you home with us / We’d love to take you home…” sono frasette di circostanza rivolte al pubblico che i nostri dovevano aver ripetuto un milione di volte, tanto nelle sale da ballo quanto sui palcoscenici internazionali, d’innanzi a delle audience spesso diverse soltanto nel numero. Torna dietro il microfono il presentatore virtuale “I don’t really want to stop the show/ But I thought that you might like to know/ That the singer’s going to sing a song/ And he wants you all to sing along/ So let me introduce to you/ The one and only Billy Shears/ And Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” : in questo modo viene presentato il frontman della band, tale Billy Shears che – almeno nel primo pezzo – ha la voce di Ringo Starr. Nella sua parte iniziale infatti “With a little Help from My friends” si lega al pezzo che l’ha preceduta: “What would you think if I sang out of tune /Would you stand up and walk out on me /.Lend me your ears andI’ll sing you a song /And I’ll try not to sing out of key / Oh, I get by with a little help from my friends”. I riferimenti metatestuali alla condizione del cantante pop e alla pratica diffusa di far cantare il pubblico sono conditi con urletti ed applausi pre-registrati. E’ la beatlemania ad essere campionata e portata su disco, secondo quello che diverrà un artificio frequente nei dischi, il cosiddetto “live in studio”. Al procedere delle tracce lo stile beatle song lascerà spazio ad arrangiamenti e suoni più elaborati come le suggestioni indiane di “Within or without you”, roba che nemmeno Revolver era riuscito ad anticipare. Con Billy Shears e la banda del Sergente Pepe a fare da controfigura, gli originali sono liberi di sperimentare, di andare oltre quanto seminato fino ad allora. I loro comodi alter ego torneranno sulla penultima canzone, una ripresa delle note d’apertura: “We’re Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band/We hope you have enjoyed the show… We’re sorry but it’s time to go/ Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band/ We’d like to thank you once again… It’s getting very near the end”. Il gran finale si avvicina ma ancora non è arrivato: per l’ultima volta applausi e grida finte si attenuano per accogliere quello che probabilmente è l’articolo più rappresentativo del lotto.
Come una preziosa ghost track ante litteram, o un bis, se vogliamo continuare con il parallelo del live, “A day in the life” conclude il disco fuor di metafora. Quasi che gli autori tornassero a show finito per appropriarsi di quella che sarebbe stata considerata da molti una delle dieci canzoni più belle del mondo, ma che ora, più di ogni altra cosa, mostrava al mondo il volto dei rinati Beatles, in bilico fra canzonetta e sperimentazione, fra Pop e Art.