Verdena – Solo un grande sasso

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L’album dei Verdena prodotto da Manuel Agnelli, cosa c’è di nuovo e cosa c’è di peggio. Di peggio c’è che il suono non convince appieno, troppo ricco sui toni bassi, dove la voce di Alberto Ferrari, dotata di un timbro non potentissimo ma incredibilmente affascinante e più che mai internazionale, fatica a mostrare le sue carte migliori, ed anzi a volte proprio a farsi sentire, raramente riuscendo a sfondare il muro delle chitarre (che meraviglia però, queste!).
Di meglio c’è che Manuel ce la mette tutta nel perseguire un obbiettivo molto chiaro: produrre un disco che possieda un singolo potenzialmente caro ai ragazzini del 1999 e di Valvonauta, ma che poi li sorprenda e spacchi in due con un lavoro per il resto di una profondità inaudita, che serva finalmente a proiettare il trio bergamasco nel gota della critica discografica, togliendogli finalmente quella patina ingiustificata e immeritata di “band per ragazzini”. E ci riesce, perché Manuel è un santo e una persona piena di amore per quello che fa, ma il disco ne viene penalizzato nella misura stessa in cui l’immagine dei Verdena ne viene invece potenziata. Perché Verdena, a differenza di Afterhours, è una band che cresce nella misura in cui si cimenta con la superficialità, col vuoto, con lo zero comunicativo e ne costruisce inni, pistole cariche, vene blu che scorrono sotto la pelle e malattie asteniche. E’ l’effetto e non la cura, è il suono di quello e non il suo contrario. E nonostante questo il qui presente Solo un grande sasso ci regala un capolavoro come Nel mio letto, le chitarre a rotazione di Centrifuga, brani anche lunghi otto minuti e qualcosa, una coda chitarristica di Starless che da urlo è dir poco, le chitarre psichedeliche e allucinate di Spaceman che fischiano come una visione in mezzo ad una tempesta di fiamme, e oscurità profonde come Nova o 1000 anni con Elide. Un manifesto programmatico con un sacco di futuro dentro, che nel tempo non faticherà a venire fuori in forma più compatta, forse anche grazie a quello che c’è qui, e forse anche grazie a Manuel Agnelli.