Sunn O))) & Boris – Altar

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I Sunn, i Boris, Dylan Carlson, Joe Preston, Kim Thayil, Steve Moore, Bill Herzog, Tos Niewenhuizen, Adrienne Davies e tanti altri, tutti insieme appassionatamente per questo chiacchieratissimo disco uscito in una quantità molto elitaria di formati (edizione doppia, tripla, singola, canadese, giapponese, giapponese doppia, tripla, lp, cd, fate un po’ voi) intitolato con molta onestà ‘Altar’. Sugli altari si sacrifica sempre qualcosa, ed in questo caso è il turno, come spesso accade nel magico mondo della musica, di sgozzare e offrire ai fan delle tre parentesine che fanno tanto strano e chic e ai patiti del giappone dove tutto sembra più gustoso solo perchè è lontano, una buona dose di riassuntini concisi e pregni di tutto ciò che è stato, in questi anni, un certo percorso musicale in bilico tra l’ambient, il noise e le derive più o meno metalliche dei suddetti. In un paradosso capace di annullare molto dell’interesse verso questa uscita, troviamo i Sunn in versione semplificata e ruffiana, i Boris impegnati in un ripescaggio più o meno prolifico della loro attività passata, i tre quarti degli Earth capaci ovviamente di dare – assieme agli altri onorevoli ospiti – quel tocco in più necessario e sufficiente a non far crollare l’attenzione. “The Sinking Belle” cosa c’entra, in tutto ciò? Tutto e niente, se ci si attiene alle premesse elencate qui sopra, però Jesse Skyes la interpreta benissimo e alla fine assieme a “Fried Eagle Mind” e “Akuma no Kuma” costituisce il nucleo più solido e significativo dell’album, per il resto un po’ smorto e approssimato, quando non semplicemente autoreferenziale e gratuito. (“Etna”, sì, caruccia, però, “N.L.T”. sì, ambient, però.)
Ritengo sia doveroso spendere due parole sulla clamorosa traccia presente sull’edizione doppia, “Her Lips Were Wet With Venom”, che rispetto al disco vero e proprio si piazza su tutto un altro pianeta: siamo sempre dalle parti del niente di nuovo, ma un niente di nuovo mastodontico e pieno di Sunn, Boris e Earth in equilibrio finalmente stabile e completo. E quando a metà pezzo Dylan tira fuori quelle due note direttamente dal polveroso deserto e quando il buon O’Malley le sommerge in un muro di distorsioni che mancava da tempo ci si accorge che in fondo un po’ di soddisfazioni quest’esperimento può darle, quando si azzeccano le coordinate. Comincia scontato, prosegue azzardato, chiude inaspettato come non si faceva dai tempi di – azzardo – ‘White1’.
Promosso seppur zoppicante.