Intervista a Einstürzende Neubauten: Un’intervista aperta.

Una chiacchierata con Blixa Bargeld significa confrontarsi con quasi trent’anni di storia della musica d’avanguardia. Con un artista che, nella Berlino creativa e conflittuale degli anni ’80, con la sua band, gli Einstürzende Neubauten, ha di continuo sbaragliato frontiere, prima attraverso l’uso di strumenti che musicali non sono, come martelli pneumatici e compressori, quindi con la proposizione di una musica che attingeva tanto dai vagiti industrial di band come Throbbing Gristle e Faust, quanto da musica colta (Nono, Stockhausen) e fornita di solide suggestioni di derivazione teatrale, per poi superare, e arricchire, la propria stessa identità e sfumare dal rumore espressionista dei primi dischi alle esplorazioni del silenzio e della melodia delle ultime composizioni. Il 19 ottobre esce ’Alles Wieder Offen’, nuovo capitolo discografico della band, che fin dal titolo (‘Tutto Nuovamente Aperto’), sembra ribadire il concetto: nessuna frontiera, nessuno schema mentalmente insuperabile, nessun limite a ciò che la musica possa esprimere. Quale migliore occasione, dunque, per chiedere a Blixa Bargeld di raccontare la loro nuova fatica?


Rocklab: Analizzando musica e testi di ‘Alles Wieder Offen’, ho visto il disco come un viaggio, un percorso di te come uomo e artista, che, attraverso il tentativo di definire, o ri-definire, nomi, cose, luoghi (in Die Wellen, il primo brano), arrivi alla soluzione di svuotare tutto se stesso e le proprie sovrastrutture, per arrivare a essere un guscio vuoto, e perciò riempibile, nuovamente aperto. Sei d’accordo?
Blixa: Non ho assolutamente nulla da obiettare al tuo modo di vedere il disco, anzi sei la prima persona che mi intervista che vede ‘Alles Wieder Offen’ come un viaggio, una sequenza, e questo mi fa molto piacere. Sappiamo tutti che il concetto di disco sta estinguendosi, per moltissime ragioni che sarebbe inutile stare a sviscerare ora. Per chi, come me, ha quasi cinquant’anni, è tuttavia un concetto difficile con cui avere a che fare: per la mia generazione, il disco è sempre stato qualcosa che aveva un significato forte di socializzazione musicale, pensa al progressive, e poi a tutti i dischi che avevano un percorso sequenziale, con un senso preciso anche solo nella scelta della sequenza dei brani. Per questo ci piaceva l’idea di fare un disco nel senso classico, e fornito di una sua precisa intenzione. Che tu abbia colto le fasi di questo viaggio non può che farmi piacere. Il titolo poi ha anche a che fare con la particolare situazione in cui siamo noi come band: è il primo lavoro in cui siamo totalmente autonomi, e siamo noi stessi la nostra etichetta discografica (gli Einstürzende Neubauten realizzano dischi attraverso un sistema di finanziamento annuale degli stessi fan della band, tramite una iscrizione a pagamento che fa diventare il pubblico un vero e proprio supporter del progetto. Maggiori informazioni a riguardo si trovano sul sito ufficiale della band: ( www.neubauten.org , n.d.r.): siamo ben consci quindi che tutto è assolutamente aperto e possibile, compreso il nostro stesso fallimento. E’ un po’ come quando la tua ragazza ti lascia, e tu ti ritrovi a essere completamente aperto. Questo è lo stato d’animo che anima tutto il disco. Che inizia con un finale (Die Wellen è il gran finale di una piece teatrale) e termina, in Ich Warte, con la più utopica delle idee: quella di una musica ancora inascoltata. La conclusione più logica sarebbe stata per assurdo la possibilità che il disco terminasse con un suono tipo countdown e che poi si disintegrasse nel lettore.


R: In
Die Wellen, e poi in Susej, adotti l’immagine di Gesù Cristo.
B: Non sono sicuramente una persona religiosa, però è chiaro che l’immaginario religioso sia un riferimento culturale da cui noi occidentali siamo formati. In passato ho usato molte immagini derivate dall’Antico Testamento. In Die Wellen, la frase pronunciata da Cristo in croce era forse l’elemento più potente che potessi usare come limite massimo di quel climax ascendente che descrivo lungo la canzone, e di tutti i dubbi che il testo manifesta. In Susej (Jesus, n.d.r.) invece Gesù Cristo è presente per tutt’altro motivo, per l’argomento stesso di quella canzone, che è il lavorare in reverse, all’incontrario. Nella tradizione magica, il pronunciare le parole all’incontrario si usa per far svanire gli incantesimi. Questo era esattamente lo scopo che mi prefissavo. Poi l’idea Susej-Jesus l’ho presa da Paul Celan, e da una sua opera in particolare che si chiama ‘Microlut’. Comunque, le canzoni sono come una serie di porte, ed è bene non spiegare più di tanto ciò che esse dicono, in modo da lasciare quante più porte aperte possibili.
R: I vostri ultimi lavori convogliano una sensazione di self-consciousness, di agio con ciò che la vostra arte ha creato. Un agio non da punto d’arrivo raggiunto, ma da sicurezza nel maneggiare la propria creatività.
B: Ho 48 anni, per cui è abbastanza normale che venga sempre più a confronto con ciò che ho fatto in 28 anni di musica. Di sicuro però questo disco non è una retrospettiva. La cosa che è accaduta è che in queste canzoni mi sono citato spesso, e ho fatto riferimenti a testi e musiche scritte in passato. Del resto è una cosa che ogni scrittore fa, nella sua opera, e ci sono tantissime interconnessioni tra le mie musiche e i miei testi.
R: In Nagorny Karabach esamini il concetto di enclave. Tu, inoltre, sei di Berlino, per cui di questa nozione non puoi che essere un esperto!
B: È tutto molto semplice e diretto, in quel brano: l’Io narrante sono io, il testo è esplicito e non nascosto. Non sono mai stato, peraltro. in Nagorny Karabach, così come non sono mai stato in Armenia (Armenia è il titolo di una delle prime canzoni degli Einstürzende, n.d.r.): sono luoghi della mia mente. Un po’ come in quel libro di Riszard Kapusczinski, ‘Imperium’. Lì lo scrittore, che era un apolide, si finge il pilota di un aereo russo per poter arrivare in Nagorny Karabach, e quando ci arriva scopre che è un luogo paradisiaco, perché la bellezza oggettiva del luogo è come mischiata alla proiezione mentale che lui stesso si era creato nella sua mente.
R: Un po’ come Salgari, che nel XIX secolo scrisse di pirati della Malesia senza mai abbandonare la sua cascina in Italia…
B: Esatto! È un concetto molto ottocentesco, in effetti, questo. In Germania abbiamo avuto, in quel periodo, Karl May, che scrisse centinaia di libri, veri e propri best seller per ragazzi, con storie ambientate nel Far West, senza mai lasciare la sua Sassonia. Comunque, tu dici di Berlino: credi che sia ancora, oggi, una enclave? Io non ci vivo da otto anni, e tuttavia sono convinto che in Germania sia ancora l’unico posto dove potrei vivere. San Francisco, dove pure ho vissuto, è sicuramente un’altra enclave di libero pensiero negli Usa, mentre ora vivo a Pechino: da lì ho potuto guardare dall’esterno, al mondo occidentale, e percepire il suo dissolvimento, in particolare il dissolvimento di Berlino Ovest. Tutto ciò si è certo riverberato nella scrittura del testo di Nagorny Karabach, che forse per questo risulta diretto e piano. Comunque, ti voglio dire che il concetto di frontiera, e di confine, in sé non è per forza un concetto negativo: in fondo, credo sia naturale che si voglia mantenere il territorio della propria mente libero per le proprie preziosità. Non si tratta tanto di una enclave, questa, quanto piuttosto di quella che io chiamo una ex-clave.

R: In Let’s Do It A Dada, invece, uno dei brani più funambolici di ‘Alles Wieder Offen’, parli di “ur-text”, il testo primigenio. Si può dire che i Neubauten siano dei testi primigeni per un certo tipo di musica?
B: Beh, non voglio reclamare nessuna autorevolezza così grande, per i Neubauten: per me l’industrial sono i Throbbing Gristle, noi tutt’al più possiamo essere dei testi primigeni di noi stessi! Il prefisso “ur-“ in tedesco è sempre stata una parola strana e misteriosa, ci deve essere forse una qualche radice latina poi persa: pensa alla parola “urlaub”, che significa “vacanza”, e che è formata appunto da “ur-“ (il più antico, il primo”) e “laub”, che significa “foglia”. Che diavolo significa? In realtà Let’s Do It A Dada vuole essere una specie di scherzo, in cui mi rivolgo a vari personaggi con una certa confidenza, e tra le cose che dico c’è appunto l’ur-text, il testo primigenio. Questo ha anche a che fare con una ossessione che ho da qualche anno: nei periodi di dormiveglia mi ritrovo a immaginare nuovi alfabeti, a ragionare di nuovi simboli e nuovi lemmi con cui ideare alfabeti. E’ una cosa che è nata da dei libri che mi sono stati regalati e che mi ha preso totalmente. Evidentemente mi porterà da qualche parte, questa cosa…
R: Su questa frase sospesa il ghigno gentile di Blixa suona come un furbo congedo, che non chiuda i discorsi. Un finale aperto, dunque, anzi, del tutto nuovamente aperto. Come avrebbe potuto essere altrimenti, del resto?