Intervista a I/O: Il Ritmo Della Ricerca

  • R.: Penso si siano toccati un po’ tutti i punti che caratterizzano la vostra musica, per finire quest’intervista però vorrei chiedervi, a grandi linee, di spiegare a chi legge cosa sono per voi i concetti di “minimalismo” e “pulsazione”.
  • Luca: Recentemente ho visto Tony Conrad dal vivo: ecco quello per me è minimalismo, le stesse 3 note ripetute per un’ora, con micro-variazioni impercettibili ma che danno quel minimo di dinamicità necessaria per non far risultare noioso e senza senso quello che si sta facendo. Minimalismo, al di là di ogni definizione accademica, secondo me vuol dire ottenere da pochissimi elementi il massimo risultato, creando incastri (ritmici, armonici, dissonanti ecc.) sempre interessanti. Poi minimalismo è ripetizione, non fine a se stessa, ma volta a creare tensione emotiva. Più che ad una corrente musicale precisa (che effettivamente c’è e c’è stata), io penso al minimalismo come concetto universale che può essere applicato a diverse correnti musicale, che siano esse suonate da basso/batteria/ chitarra, che siano elettroniche o orchestrali. La pulsazione è un elemento musicale percepito ma non del tutto esplicito: senti che c’è un certo “groove”, una costante che ti fa muovere il culo, ma non sai di preciso cos’è, perché in realtà è data da un’insieme di relazioni e interazioni di note e suoni; mi dispiace ma non riesco ad essere più chiaro di così …

    Paolo R. : Il minimalismo non è come si pensa suonare poco… ma è qualcosa di più complesso, è l’interesse verso il processo creato attraverso la modifica di piccole cellule ritmiche-sonore.
    La pulsazione è tempo inconscio ostinato, efficace come mezzo per dialogare in un’improvvisazione minimalista.

  • R.: Mi trovo sempre in difficoltà quando qualcuno mi chiede di definire cosa è per me il free-jazz. Dato che venite spesso accostati al genere, se proprio di genere vogliamo parlare (secondo me si tratta più di una impostazione, un talento espressivo), come rispondereste voi alla domanda “Cos’è il free jazz”?
  • Paolo B. : Credo che l’accostamento degli I/O con il free-jazz ci stia solo in parte e per alcune caratteristiche “comuni”, o idee condivise con questo genere…ma dire che gli I/O fanno free-jazz mi sembra eccessivo…Il free-jazz è un genere dove riveste un ruolo fondamentale la libertà e la possibilità per il musicista, o i musicisti, coinvolti in un qualsiasi contesto musicale di free, di uscire da canoni “convenzionali” di tipo armonici, strutturali e ritmici, dove però vanno a valorizzare di conseguenza di più l’aspetto sonoro, il suono, e l’energia che ne scaturisce. Credo anche che il free-jazz ti porta ad essere consapevole che ti puoi esprimere attraverso una completa libertà, che non è vincolata da mezzi, dove cerchi e devi instaurare un processo di composizione istantanea con gli altri strumentisti coinvolti in questo processo, e dove le idee di tutti sono un tutt’uno e sono portate al massimo dell’espressione.

    Paolo R. : A me piace concepire il Free jazz in modo aperto, come lo pensavano gli Henry Cow, o anche i maggiormente prog Softmachine e Gong. Un suonare assieme come se si trattasse di una “comune fratellanza” dove non esiste prevaricazione di potere da parte di nessuno. Nel caso della musica, evitare il protagonismo, i linguaggi monodirezionali e rispettare le minoranze sonore.

  • R.: Sarei molto curioso di sentirvi suonare dal vivo e spero che prima o poi passerete da Genova, nel frattempo però mi piacerebbe sapere come vedete voi che ne siete protagonisti la vostra dimensione live, se partite dalle idee dei dischi o da nuove creazioni dettate dalle situazioni in cui vi trovate sul palco.
  • Paolo B.: Anche noi siamo curiosi di sentirci suonare a Genova…speriamo di passarci presto… Nella nostra dimensione live, cerchiamo sempre di portare idee nuove, indipendentemente dalle situazioni che ci troviamo ad affrontare, riproponendo il discorso musicale che stiamo affrontando e che ci interessa continuare a sviluppare e che è ben presente all’interno del disco.

    Luca: Suonare in Italia purtroppo non sempre dipende da quello che fai, ma dai contatti che hai e da chi conosci… Dal vivo, come dicevo prima, partiamo da un’idea ben precisa, che può essere la stessa del disco o un’altra, ma poi le composizioni prendono forme diverse e il risultato può essere molto diverso. A volte abbiamo fatto concerti molto vicini ad un concerto rock/funk, altre volte siamo stati molto astratti e poco comunicanti…

  • R.: Cosa (e come) si muove nell’attuale panorama musicale sperimentale italiano? Soprattutto molti hanno avvertito la necessità di creare veri spazi vitali per le realtà italiane fin troppe volte osteggiate da invisibilità, individualità e soprattutto da luoghi e situazioni assolutamente non all’altezza (e di contro ci riferiamo ai festival organizzati da Ebria o al network in fase embrionale del progetto Tempia).
  • Paolo R. : Ebria Records, etichetta di cui io e Andrea facciamo parte, organizza il BääFest 4 festival all’Ortosonico a Giussago PV, gli altri anni si faceva alla Stecca degli Artigiani a Milano (quartiere Isola). Era un luogo stupendo molto simile a certi posti a Berlino, un luogo di spazi per l’arte la musica l’artigianato… gestito da varie associazioni nate spontaneamente per la rivalutazione del quartiere. Bene è stato abbattuto dalle ruspe… per fare posto a grattaceli, parchetti e speculazione immobiliare. Questa è la mia personale esperienza sugli spazi vitali per una Città. Ma non si molla!
    Andrea: Oltre al BääFest abbiamo gestito delle rassegne musicali “Ra.Me.Nun.Co” vincolate alla esplorazione di forme nuove di espressione e organizzate con l’aiuto di alcuni amici (IOIOI, Bruno Dorella, Mirko Spino, Andrea Marutti, Nicola Ratti, Tasaday). Stiamo cercando posti disposti ad ospitare questo tipo di proposte, se qualcuno fosse in grado di consigliarci o accoglierci nel suo spazio, noi saremo ben felici di valutare ogni possibilità.

    Luca: Ci sono sicuramente molte realtà interessanti in Italia, forse non così tante come sembra, in fondo a fronte di una miriade di gruppi e di progetti, sono sempre le stesse persone che vedi ai concerti e, molto spesso, che vedi anche sul palco. Lo sforzo maggiore che si può fare oggi è quello di rivolgersi ad un pubblico più ampio, senza creare delle piccole elite o circoli più o meno esclusivi, come spesso sembra accadere…

  • R.: Una volta una persona mi ha detto che secondo lui non esiste improvvisazione vera e propria, c’è tantissimo lavoro dietro e ogni cosa, seppur naturale e spontanea ha una sua origine. Questo discorso vale anche per la vostra musica?
  • Paolo R.: Certamente… molti pensano che l’improvvisazione sia fare quello che si vuole. In realtà è essere consapevoli di avere un suono, una firma riconoscibile da chi ti ascolta e contemporaneamente essere riconoscibili in un linguaggio tra i vari strumenti che suonano con te per poter dialogare. E’ un codice che si svela e si rafforza prova su prova riflettendo assieme al termine di ogni brano. Direi che per qualche verso assomiglia ad una pratica meditativa orientale.

    Luca: Quello che facciamo è improvvisato, non sentirai due volte lo stesso pezzo ai nostri concerti, e non sentirai mai i pezzi del cd dal vivo. Però è vero quello che dici, sotto e intorno all’improvvisazione c’è un concetto ben preciso, un discorso comune che determina in parte la meta verso cui muoversi o il punto da cui partire nell’improvvisare. Molto tempo delle nostre prove è costituito da discorsi e scambi di idee, proprio per condividere cosa intendiamo per improvvisazione e dove vogliamo spingerci. Ora stiamo esplorando il concetto di ritmo e di pulsazione, ma sicuramente per il prossimo disco ci sposteremo da qualche altra parte…

    Andrea: l’improvvisazione ha diverse sfaccettature, può esser radicale o seguire un canovaccio compositivo. Noi ci alleniamo per la realizzazione di un concetto, in forma libera ma scrupolosamente attenta all’espressione di tutti i componenti del gruppo, ognuno è stimolo dell’altro ed è fondamentale l’ascolto reciproco.

    Paolo B.: Anche la nostra musica parte da un punto, un origine, che poi trattiamo attraverso l’improvvisazione. L’improvvisazione è una pratica musicale e come tale deve essere continuamente esercitata, e questo lo si fa grazie alle nostre conoscenze e tenendo bene in considerazione il tipo di linguaggio che stiamo trattando, applicato al risultato musicale che vogliamo ottenere. La spontaneità e la naturalezza sono una parte molto forte e importante quando si improvvisa e credo che tolto anche uno solo di questi due elementi, c’è il rischio di snaturare la pratica stessa.

  • R.: Rapporto tra linguaggio e ritmica: nel vostro ultimo lavoro il primo sembra la naturale conseguenza e necessità del secondo. La voce non è solo strumento ma sembra che nasca proprio come conseguenza della musica: come se non avesse altra scelta. La trovo una cosa dannatamente interessante…
  • Andrea: Il lavoro che ha portato la voce in questa direzione è stato lungo e laborioso, ma alla fine si è cercato di far diventare la voce una parte strumento/strumentale per unirsi in un tutt’uno alle altre fonti sonore. La voce in sé vuole essere una malgama naturale, non vuole esser al disopra o al disotto delle parti, vuole mischiarsi e confondersi fino ad arrivare a confondere anche chi sta ad ascoltare per evitar di assumere un ruolo da protagonista come nel rock e nella musica popolare si è soliti fare.

    Luca: La voce è utilizzata come quarto strumento, ed è, al pari della chitarra, concepita come una sorgente di suono che poi viene processata, distorta, campionata e distrutta in tempo reale, mentre contrabbasso e batteria scandiscono tempi e ritmiche.

  • Tra le tantissime e spesso interessanti proposte del panorama musicale italiano più sperimentale, le improvvisazioni minimaliste degli I/O sono sicuramente tra le più valide. Difficilmente ricollegabili a un unico tipo di sonorità le loro composizioni offrono tantissimi spunti, Rocklab li approfondisce in questa intervista con la band al completo: – (Ringrazio per la collaborazione nella stesura delle domande Giorgio Pace)

    Rocklab: Partirei da “Polytone”, il vostro nuovo album. Ho constatato una discreta evoluzione rispetto al vostro lavoro precedente (staccandovi anche dai continui paragoni con Sinistri e Starfucker cui era sottoposto il vostro album di debutto). La destrutturazione musicale resta protagonista, ma allo stesso tempo esiste una maggior effettività nei risultati, un linguaggio fluido della musica. In poche parole trovo che l’album nuovo sia più scorrevole, continuo dal suo inizio alla sua conclusione. Era uno dei risultati che vi eravate prefissati, un effetto nato per caso o una sensazione solo mia?

  • Luca: Non è una sensazione solo tua, è un effetto/risultato ricercato nel tempo e determinato anche dalle esperienze live: abbiamo cercato di spostare il baricentro della nostra musica sul ritmo e su composizioni più brevi e più “accessibili”, cercando di rendere più coinvolgente e meno autocentrato il nostro stile improvvisativo. I paragoni con Sinistri e Starfuckers continuano ad esserci: non che non ci faccia piacere, li stimiamo molto e io penso che siano uno dei migliori gruppi in circolazione (non solo italiani), però penso che adesso abbiamo davvero poco in comune con loro, se non la voglia di rendere rock un approccio di ricerca.

    Andrea: il risultato di questa fluidità, penso sia venuto da sé. Il fatto che nel primo cd ci fossero molteplici stimoli ed idee, ma non una effettiva linea di conduzione musicale, fa esaltare maggiormente il lavoro che c’è stato dietro la realizzazione di “polytone”. In questo cd si è cercato di realizzare un idea e portar diversi esempi che la caratterizzano ed è “visibile” proprio con queste tracce musicali, là dove, invece, non era presente nel primo cd, essendo quello solo un primo abbozzo di diverse idee.

    Paolo R.: Il linguaggio più fluido è una conseguenza delle idee che con il tempo diventano sempre più chiare sul nostro concetto dell’improvvisazione.