Amenra – Mass III

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

No, non ho ancora ascoltato l’ultimo dei Neurosis. Strano? Abbastanza, certo, ma ci sono motivazioni per questa mia mancanza di prontezza nell’ascoltare – e commentare infoiato, come va di moda fare – le ultime uscite nell’ambito. Una delle motivazioni è che sto riscoprendo un po’ di passato, e quando si entra in fase revisionista è dura restare al passo coi tempi. L’altra motivazione è che mi sono capitate per le mani almeno un paio di gemme dignitosamente in grado di dispensarmi certe atmosfere e suoni che da tempo mancavano di una tale sincerità e ingenuità, ingenuità intesa nel miglior senso immaginabile. Una di queste gemme passata ingiustamente | e prevedibilmente | sotto silenzio è Mass III, seconda uscita (dopo demo, promo e split di dovere) degli Amenra – dal Belgio.
E già c’è una certa sorpresa, e curiosità, dato che ultimamente il Belgio si è rivelata una miniera di act interessanti e misconosciuti, solitamente molto maturi come personalità. Gli Amenra non mancano di comprovare i miei giudizi, alzando senza alcun timore i volumi degli amplificatori e spremendo da turbini chitarristici e bordate ritmiche ipnotiche dal sapore quasi tribale un post-core che di hardcore continua ad avere tanto, piazzandosi in un equilibrio (che poi è perenne squilibrio, ma tant’è) tra ritorsioni e involuzioni sludge doom, sferzate epilettiche e sofferte e rarissimi accenni di melodia. Certo, un po’ di mestiere c’è, infatti non sto qui a telefonare agli amici per dirgli di comprarsi il disco. C’è anche un po’ di ingenuità – come ho detto all’inizio – che, se da una parte garantisce una fattore emozionale vivo e presente, non sommerso da maree di tecnicismi, suoni di Steve Albini e concept intellettuali, dall’altra si concretizza in un paio di tracce noiose e oltre il limite della banalità accettabile; esempio perfetto ne è “Némelèndèlle”, oppure alcune soluzioni dell’ultima “Ritual”. Il resto, però?
Il resto è gustosissimo.
Non si sfocia in nulla di nuovo o mai sentito, però che dolori allo stomaco l’attacco di “The Pain It Is Shapeless”, nei suoi dieci e passa minuti di monumentale e urlata tensione. E che bella “Die Strafe Am Kreuz Ich Schreibe Eine Bibel in Blut”, nella sua semplicità e immediatezza, stessa immediatezza che si concretizza in intuizioni sorprendenti come la nenia disperata che spunta fuori a metà di “Le Fils Des Faux Il Fallait Que Je Parte Pour Que Tu Reviennes”, un’immediatezza non mediata da produzioni stratosferiche, non incastrata da dettagli curatissimi, ma che unita a una passione indiscutibile riesce a suscitare – cosa rara di questi tempi – voglia di rimettere il disco dall’inizio.

PS: Non è un disco alla moda, non ci sono delay né campionamenti psichedelici, non parla di passeri ammazzati dal maoismo ed è violento e grezzo perchè a noi ci piace così.