The Rumble Strips: It’s only “folk pop” but i like it!

Poco pubblico ma buono. Sinceramente mi aspettavo più persone alla prima romana dei Rumble Strips, nuova band proveniente dalla fervida Inghilterra che con ottoni, ritmi cavalcanti e chitarre scordate ha un po’ scosso il panorama musicale, intasato ormai da synth anni 80 e da cravatte troppo strette. I 4 di Devon, per l’occasione con un quinto elemento (Henry Clark che si occupa di tastiere e trombe), portano sul palco del Circolo degli Artisti il fortunato e interessante debutto Girls & Weather, piccolo gioiellino di un pop scalcinato e genuino, rotolante e incalzante, spontaneo e anche un po’ paraculo (che non fa mai male).
Come ogni live che segue al disco di debutto lo show è sfortunatamente breve, fatto per lo più dall’intera scaletta del concerto più qualche nuovo pezzo -2 brani nuovi proposti nel set, più un terzo nel bis-, ma tanto basta per scaldare i presenti che familiarizzano da subito con la band offrendo loro birra da sotto il palco. Il cantante, Charlie Waller, che ha la stessa aria da “guascone” che presenta nei video, è un po’ imbarazzato: prima dello show si aggirava al bar dimessamente, in seguito è salito sul palco con un’aria un po’ svogliata, ma il calore e l’accoglienza hanno subito sciolto sia lui che il resto della band, che si è lasciata andare pian piano, suonando di gusto, divertendosi, e aumentando la vena epica che sottilmente covano le loro canzoni. Vedendoli da lontano sembrano una piccola orchestrina da pub: Waller ha una chitarra acustica come ormai non ne fanno più, piccola, compatta e visibilmente vissuta, con il jack a penzoloni e senza la minima manopola per regolare tono e volume, il bassista – Sam Mansbridge- si alterna tra un timpano posto al centro del palco, suonandolo con foga e forza mai viste e, quando non picchia sulle pelli sfoggia orgogliosamente un basso anni 80 tipicamente anonimo, usato in alcuni brani anche da Henry Clark, vera anima portante in fatto di riff, arpeggi e fraseggi nelle canzoni, col suo sax opaco, scuro, come ossidato da anni ed anni chiuso in soffita. A completare le presentazioni manca Matthew Wheeler batterista puntuale e preciso, quel che serve ai Rumbe per un set spaccasassi e niente più. In fondo che altro serve per fare buona musica? I Rumbe Strips ci ricordano che alla fine cravatte, pose, giacchette strizzate di pelle e simili sono parte dell’abbigliamento di una band, non della loro musica, quel che conta sono le idee. Dovrebbero presentarsi tutti come loro! Strumenti anonimi (basta che suonano), abiti normalissimi (senza i soliti pattern claustrofobici della new-rave) e canzoni all’osso, e lì si vede chi funziona e chi no, chi raccoglie il vero plauso del pubblico e chi invece ancora si diverte a sentirsi star davanti a chi segue l’hype. Niente scenografie, niente di studiato, solo musica e sudore (parecchio sudore, visto com’era conciato il Sam Mansbridge a fine concerto) e una manciata di buoni pezzi nati da qualche notte brava in un pub. It’s only “folk pop” but i like it!

  • sbaglio o c'è una velata ironia verso il gruppo d'apertura?

  • boe

    ma chi se lo incula al gruppo d'apertura