In Flames – A Sense of Purpose

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Svariati e ripetuti ascolti – conditi da piccole rivalutazioni e sostanziose delusioni – mi permettono di affermare con cognizione di causa che ‘A Sense of Purpose’ è un disco piuttosto smoscio, perlomeno sui livelli, se non leggermente peggio, di quel ‘Soundtrack to Your Escape’ risalente ormai a quattro anni fa, lavoro che in comune con questo ha la natura di “successore” di un disco tutto sommato innovativo, di una discreta svolta nel sound e nel songwriting degli In Flames. Parliamo ovviamente dei nuovi In Flames, di quelli post-Clayman, che fin quando hanno giocato su decisi aggiustamenti di rotta (‘Reroute to Remain’ e il penultimo ‘Come Clarity’) hanno saputo integrare soluzioni sempre più ammiccanti e moderne in un sound piuttosto ben caratterizzato, concedendo spazio ad arrangiamenti ruffianissimi senza perdere troppo in varietà ed aggressività. E con una precisione sconcertante, dopo entrambi questi due dischi “di svolta” hanno saputo partorirne una brutta copia – come quest’ultima uscita, appunto – scialba e quasi del tutto priva di mordente, giocata senza intuizioni sugli stessi stilemi e trucchetti. Una produzione potentissima, ovvio, chitarre melodiche e laccate, una sequenza totalmente monotona di pezzi costruiti con lo stampino e un paio di cali di decenza veramente drammatici: la ridicola Alias e l’estenuante (otto minuti, sì) ballad cantata con un limone in gola The Chosen Pessimist. Non che manchino i pezzi riusciti, sia chiaro: Disconnected, I’m the Highway, Move Through Me, Delight and Angers e Condemned sono orecchiabilissimi, immediati e anche piuttosto “tirati” come ritmiche, ma dopo due-tre ascolti si rivelano per quello che sono: hit da concerto scritte intorno ai ritornelloni come non si sentivano dal singolone The Quiet Place. D’altronde l’avevano detto di sentirsi maturi per scrivere canzoni fortemente orientate all’esibizione live e non c’è dubbio alcuno che quasi tutti i pezzi di questo disco avranno un successo incredibile sul palco. Ed è quantomeno strano trovare nell’ep ‘The Mirror’s Truth’ tre b-sides notevolmente più varie e interessanti, escluse per qualche motivo – probabilmente commerciale – dal full lenght in favore di quelle tracce chiaramente riempitive e forzate di cui si parlava pocanzi. Per chi vuole ed ha voluto bene agli In Flames questo sarà un disco divertente per una settimana, forse due, ma una volta imparati a memoria tutti i ritornelli la ripetitività del giochino si rivela davvero insostenibile. Speriamo nella regola del disco sì/disco no…