Aa. Vv.: Dissonanze 2008

Premessa: non si tratterà nella presente sede dell’evento “Dissonanze” in quanto variegata et molteplice occasione di incontro tra modalità espressive avanguardistiche e mondanità danzereccie altisonanti, bensì ci si concentrerà su tre esibizioni in particolare, locatesi nell’Aula Magna del Palazzo dei Congressi in Roma, durante la sera del 9 Maggio 2008. Non che non sia divertente girovagare per le sale ammirando le imponenti architetture Euristiche, che, abbinate al sottobosco umano che rapidamente tende a decomporsi al suolo in un humus di volemosebene-cell’hai ‘na cartina-aò fanno tornare prepotentemente nella memoria una frase tipica della saggezza di tutti i nostri nonni: “Sì ‘cce stava Lui…”, ma abbiamo preferito appunto tralasciare la maggior parte dei fattori sociali per concentrarci su quelli socio-musicali, nonché sulle performance stesse che più ci hanno interessato. Cominciamo con Charlemagne Palestine, armeggiante dietro il solito tavolo avvolto in tovaglie sgargianti e valigie piene di peluche: si fa il suo solito cognac, sbalordisce con un’intro di bicchieri e armonizzazioni vocali, ringrazia Roma, fa battutine, assomiglia a Paolo Villaggio, urla, gracida, vagabonda tra registri vocali improbabili sormontando la successiva lunga suite al laptop e sintetizzatori al limite del clip – anzi, clippava decisamente – durante la quale lo osserviamo lanciarsi in “danze” evocative (?) e tribali (?) annaspando ed invocando con movimenti – piuttosto preoccupanti data l’età – l’ascesa del loop programmato sul portatile mentre i synth non reggevano bene il volume. Impossibile non volergli bene, il buon Charles Martin si classifica come personaggio della serata. Pausa, saluti e baci, dentro-fuori, via.
Ryoji Ikeda sale sul palco, dietro due iMac neri con la mela luminosa oscurata tranne che per una sottile striscia luminosa. Tutto si fa buio. Sullo schermo, due linee bianche su fondo nero. Una a destra, una a sinistra. Nelle casse, due onde sinusoidali. Una a destra, una a sinistra. Lui, immobile, gioca voluttuosamente con i nostri organi interni, comprime l’intera massa d’aria della sala in frustate di bassi, le linee si rincorrono epilettiche sullo sfondo, senza mai sincronizzarsi: le connessioni udito-tatto-vista cominciano ad avvertire una certa incoerenza. L’inferno prosegue con beat ruvidissimi, scarni inserti di synth, schegge di cassa a 300bpm e una serie di cut up devastanti. Gli applausi immediati che cercavano di aggrapparsi ad ogni momento di silenzio indicavano forse la ricerca di una tregua. Della gente balla sotto le casse, gli occhi pieni di sconforto per l’assenza di qualsiasi appiglio ritmico. Dopo mezz’ora secca, Ryoji chiude di botto i laptop e scende dal palco. Senza dubbio è l’esibizione più notevole e il rispetto è dovuto. Pausa, commenti standard, dentro-fuori, bagno, birra, incontri non del tutto inaspettati; fino ad ora, si è soddisfatti.
John Wiese sale sul palco. Mette su un paio di generatori di rumore bianco e prepara l’atmosfera. Da dove siamo seduti noi non si sente un cazzo, ma ci fidiamo abbastanza del nerd bonaccione che ben conosciamo, nonostante il suo ruolo da comprimario che inevitabilmente si trova ad occupare in questo allegro trio – niente sfuriate di samples e funambolismi di taglia e cuci, insomma. Sale Stephen O’Malley, vestito come l’anno scorso, con la stessa chitarra, gli stessi capelli, lo stesso passo, un amplificatore Orange, i tatuaggi. Sale Nico Vascellari, che dopo With Love e Biennale di Venezia era praticamente obbligato a indossare una tunica spaziale grigio metallizzato e presentarsi sul palco in mezzo ai nomi più chiacchierati della scena noise, armato di un microfono e quattro pedali in croce appoggiati su un tavolo. O no? Come no, certo, era proprio imprescindibile. Il bello di Dissonanze è che per 35 euro ti puoi vedere, comodamente seduto in prima fila, Stephen O’Malley che armeggia con due pedaliere zeppe di effetti e John Wiese che smanetta al laptop in mezzo a chilometri di cavi, o meglio, questo sarebbe il bello di Dissonanze se a O’Malley andasse minimamente di suonare, se facesse qualcosa di più oltre al dondolarsi sul posto giocando con lo stesso feedback per venti minuti, bere vino in posa per le foto, dare un paio di plettrate a caso smuovendo i pedali senza ottenere praticamente nessun effetto, sbagliare tutti gli stacchi e perdere continuamente il controllo su quello che gli usciva dagli amplificatori. Sarebbe il bello di Dissonanze se John Wiese si sentisse – colpa nostra, ci metteremo più dietro la prossima volta -, e soprattutto se si fossero risparmiati la pantomima ridicola di ‘sto tizio dalle movenze finto-rituali che avrà pure fatto 4392 mostre in giro per il mondo e sarà pure un rispettatissimo artista, ma piazzarlo sul palco a far urli sconnessi e quasi del tutto assenti nel mix effettati da un octaver della Boss coperto da una cappa a metà tra i power rangers e la tendenza noise/black metal che va tanto in questo periodo è uno dei numerosi segni che confermano, a nostro malincuore, che quell'O’Malley che ha inciso 'White1' e che ora vediamo a urlare, fomentarsi e fare le corna verso i pochi fans sparsi nel pubblico dopo quaranta minuti di totale noia sia ormai da buttare nel secchio dei Sunni sporchi. E che le rockstar dell’avanguardia sono tremendamente più ridicole di quelle mainstream, che almeno scopano come dannate.

  • belin gabri se sei in forma sto periodo.
    recensionissima.

  • minchia bello incazzuso… 666