Fersina Zoo: Gastroectomia, colicistectomia

  • Parlando dei Fersina Zoo è ben difficile inquadrarli in un’unica espressione artistica, parlare di concerti nel loro caso si rivela incredibilmente riduttivo, eppure è proprio grazie a una loro esibizione che li ho conosciuti, e posso assicurare senza nessun problema che questo duo bolognese colpisce l’ascoltatore e lascia un marchio indelebile nella sua memoria.
    Prendete un musicista elettronico capace di costruire basi tanto ritmiche quanto ossessive, lancinanti, qualcuno direbbe vicine al dubstep ma quello che conta è la capacità di adeguarsi e seguire senza venir sminuite le parole di Edo che tra rabbia ed isteria ruggisce il suo sguardo su tutto ciò che lo circonda.
    Raccontare la musica dei Fersina Zoo, la loro forza, risulta però riduttivo in qualsiasi maniera si provi a recintarla tra le parole, così come è ininfluente il fatto che non esista un supporto fisico che vada a raccontare la loro esperienza artistica, niente cd, niente demo, solo spettacoli che non possono esimersi dal sorprendere coloro che si trovano ad assistervi, un oscuro circo sonoro malato e sintetico sotto il cui tendone le parole di Edo ringhiano al pubblico mostrando denti e saliva tra i ripetitivi volteggi delle note che ne accompagnano la furia.
    Alla fine l’unica certezza che si ha parlando di questo progetto sono le storie che questo racconta, incubi personali che non hanno bisogno di suscitare facili immedesimazioni per risultare tanto chiari quanto vicini, incubi che portano a una reazione violenta, a una battaglia per la sopravvivenza.

    Queste però sono e restano mie impressioni e supposizioni, non c’è modo migliore per approfondire la proposta dei Fersina Zoo che parlarne direttamente con loro.



    Rocklab: Il motivo principale per cui il progetto Fersina Zoo per me richiede più di una semplice recensione è la sua difficoltà di inquadramento – non di semplice musica si tratta, ma non si può neanche liquidare la questione dando una definizione a caso. Quindi vi chiedo: qual è il vostro obiettivo e come vedete voi stessi la vostra espressione artistica?

  • FersinaZoo: Forse la cosa migliore non è definire quello che facciamo, ma farlo e basta. Quando cerchiamo di parlarne ci rendiamo conto che qualcosa di non espresso rimane nell’aria. Questo accade perché sebbene il nostro lavoro sia una combinatoria dei materiali propri di teatro, musica e letteratura, il risultato finale non è riducibile alla somma delle tre cose, e non rappresenta nemmeno il solito omaggio alla poetica postmoderna della contaminazione. C’è un’eccedenza che fa tutta la differenza, e secondo me si sente solo nel live. È una ricchezza – crediamo – ma diffonderla e, soprattutto, commercializzarla, non è semplice. Da un lato la ricerca sul suono che portiamo avanti è così sospesa fra generi diversi che i nostri interlocutori organizzativi (locali, teatri, festival) sono oggettivamente in difficoltà nel decifrare la nostra proposta e nel decidere come spingerla. Dall’altro lato stare sul confine ti concede un doppio (o triplo) panorama che altri non hanno, come se potessimo respirare in una sola boccata aria di montagna e aria di mare. Il nostro problema è buttare fuori quest’aria, darle forma, insomma espirare con criterio… Detto questo, io credo che per ora il nostro lavoro sia prevalentemente musicale, ma non mi dispiace che qualcuno – com’è successo – lo accosti al teatro. L’importante, per noi, è riuscire a proporre qualcosa di scarno, pulito, minimalista. Teatro o musica che sia, quello che conta è arrivare all’ossatura, togliere il superfluo, diventare radiografici. Si tratta di arrivare alla linea più pura facendo economia di suoni, costringendo l’orecchio, l’occhio e il corpo dello spettatore a riprogrammarsi a partire da un livello basico, elementare, molecolare. Il nostro è un lavoro essenzialmente plastico.
  • R: Vi ho conosciuto e sono rimasto molto colpito dalla proposta grazie a una vostra esibizione che vedeva come filo conduttore tra i vari momenti, le varie storie, i medicinali. Quali sono i significati che date voi a questa scelta e quali sperate che gli diano le persone che vi ascoltano?
  • F: Io consumo molti medicinali. Potrei risponderti così, perché è vero. Probabilmente soffro di ipocondria, oppure ho soltanto troppo tempo per ascoltare il mio corpo, tutto qua. Ma per venire alla tua domanda non credo sia solo una questione autobiografica. Tra l’altro odio le autobiografie, mi sembrano onanistiche. Penso che se uno vuole masturbarsi lo può fare senza bisogno di scomodare una cornice artistica. I medicinali, di fatto, sono venuti fuori perché per PharmaKarma (titolo dello spettacolo) mi serviva un punto limite, un livello di saturazione del discorso e della musica. Mi spiego. Avrai notato che l’intera performance è puntellata di comportamenti d’acquisto più o meno compulsivi, di manie di consumo, di deliri da centro commerciale… Non volevo criticare un sistema di consumi (in cui per altro mi trovo benissimo). Volevo solo farne una specie di referto, volevo impressionarlo su una lastra che lo restituisse nei suoi movimenti inconsci, nei suoi ritmi meccanici, nelle sue umanissime dinamiche non-umane. In quest’ottica i medicinali occupano un posto privilegiato, perché segnano il punto in cui la moda intercetta la morte, cioè il punto in cui il circo equestre del consumo respira la propria abolizione… perché, dopotutto, se muori non compri più niente… e quindi la pillola non cura solo te, cura l’intero circo di cui fai parte, lo tiene in vita anche a costo di fottergli il sistema immunitario…
  • R: Le parole e le storie di Edo colpiscono per rabbia, furia espressiva. Le ho trovate molto vicine a una reazione, a uno sfogo. Non so se sono riuscito a inquadrarle, non credo, ma possono essere viste come una medicina a loro volta, come una cura personale condivisa?
  • F: Su questo non saprei. Sinceramente direi di no. Non c’è nessuna pretesa terapeutica in quello che facciamo. D’accordo: non seminiamo morte, ma non ci frega nemmeno di guarire quelli che ci ascoltano. Per quanto mi è possibile, cerco di astenermi dal riconoscere al pubblico un eccessivo spessore emozionale: non mi va di pormi il problema di una profondità umana che caricherebbe il nostro spettacolo di troppe incombenze. Siamo già strapieni di oratori travestiti da artisti che cercano di purgare il pubblico da questa o quella malattia, da questa o quella colpa. Dalla mancanza di memoria, soprattutto. Mi fa paura l’idea che uno vada sul palco a tappare i buchi della memoria altrui. Lo trovo nauseante, invadente, volgare, maleducato come lo sono solo certe pacche sulle spalle. Noi evitiamo di farci i cazzi del pubblico. Anzi, il pubblico mi piace pensarlo come una sponda ad assorbimento parziale, che trattiene qualcosa e qualcos’altro lo fa rimbalzare… tipo un pannello solare. La rabbia sicuramente c’è, ma non è una cosa catartica, non è un rito d’espiazione, non è un’esperienza mistica in cui fare il bagno per uscirne più puliti. La rabbia che cerchiamo di trasmettere, quella che pulsa nei bassi, nei testi, nella recitazione, nei ritmi, non è una rabbia contro il quotidiano, è la rabbia DEL quotidiano, la rabbiosità quotidiana del mondo, il suo tenace ripetersi. I nostri usi e costumi, quelli in cui nuotiamo tutti i giorni, gridano, urlano, fanno un rumore infernale. Solo che le nostre orecchie sono tarate su quel volume lì da quando siamo nati, e allora tutto ci sembra normale, persino soffuso e ovattato. Ma se durante la pubblicità-pastello di un pannolino provate ad alzare al massimo il volume, magari collegando la tv allo stereo, vi sembrerà che qualcuno ce l’abbia con voi, vi sembrerà che tutti i bambini del mondo vogliano pisciarvi addosso nello stesso momento… È proprio quel volume che vogliamo raggiungere. La rabbia non è che un tramite.
  • R: Parlando della musica invece nelle registrazioni che ho sentito è più dimessa e in secondo piano rispetto alle parole, ma dal vivo diventa coprotagonista, parte essenziale nella sua ossessività del percorso sonoro che presentate al pubblico. Come lavorate a questo difficile connubio?
  • F: Hai detto bene. “Coprotagonista” mi sembra la parola giusta, o meglio una delle parole possibili. Nel live, voce e musica hanno lo stesso scopo, non sono lì per dividersi i compiti. Non ci interessa il collage, quel giochetto delle parti – un po’ turistico – per cui ci saresti tu che suoni e io che parlo, tu che mi accompagni e io che faccio lo show. No, niente di tutto questo. L’obiettivo è sempre quel minimalismo di cui ti dicevo prima: voce e musica lo devono perseguire assieme, entrando l’una nella grana dell’altra, e viceversa. Quando ci mettiamo a comporre, il punto è sempre lo stesso: creare una massa fonica uniforme, in cui il verbale trascolori nel musicale senza soluzione di continuità. Se dovessi scegliere io una parola, direi che la musica è “co-estesa” alla voce, nel senso che fa lo stesso lavoro, nello stesso momento, nello stesso luogo. Questo vale per tutto lo spettacolo, ma si nota maggiormente durante la lettura dei foglietti dei farmaci. Il tecnicismo del linguaggio medico, stravolto dalla cornice della performance, non ha nessuna intenzione di farsi comprendere ma diventa una specie di mantra, essenziale e coesteso alla base composta con le macchine digitali. Provate a ripetere velocemente “gastrectomia e colecistectomia” e capirete cosa sto dicendo…
  • R: Nel pubblico che vi ascolta potreste portare molte emozioni diverse: immedesimazione, paura, rabbia, odio, interesse… cosa vi aspettate che si porti a casa dopo un vostro concerto una persona che viene a sentire una vostra esibizione?
  • F: Non vorrei che uno si portasse a casa troppa roba, a dir la verità. Come ti ho detto, il pubblico a cui penso è una lastra che un po’ trattiene e un po’ restituisce. Intendiamoci: non è che ci sia qualcuno in debito o qualcosa da saldare. È un discorso prettamente meccanico, di buon funzionamento dell’evento. Le platee troppo attente sono immediatamente proiettate nella dimensione della critica e vedono tutto lo show al di là di un vetrino, schermato, come se arrivasse in seconda battuta, desalinizzato attraverso un setaccio. Bisogna saper scivolare sulla superficie delle cose, questo è il mio consiglio. Voglio dire: lo spettacolo è zeppo di parole, ma è chiaro che a noi non interessa che uno distingua ogni lettera alla perfezione. Forse è questa la cosa che ci tiene più lontani dal teatro e più vicini alla musica, almeno per ora. La parola dev’essere usata come un driver che ti fa accedere al groove. Ecco, mi piacerebbe proporre questo ribaltamento: non pensate al groove delle parole, come se il groove appartenesse alle parole (cosa tra l’altro falsa e un po’ razzista… pensate ai muti, ad esempio, le cui parole non hanno groove). Fate l’opposto: immaginate che le parole appartengano al groove, che lavorino per lui, che siano parole del groove, cose sue. Con una precisazione: l’Hip Hop non c’entra nulla, perché la voce non va a tempo ma ad atmosfere. Non c’è mai metrica, ma solo scale d’intensità crescenti e decrescenti.
    Quanto ai messaggi, la faccenda è piuttosto delicata perché il campo semantico in cui ci muoviamo (società dei consumi, information and comunication tecnologies) di solito è oggetto di discorsi didattici, politici, sempre e comunque ex cathedra. Tutte cose da cui vorremmo astenerci. Puntare al minimalismo vuol dire anche questo: lavorare al di qua del problema morale, rifiutando la logica del giusto e dell’ingiusto che alla fine sclerotizza tutte le discussioni televisive in una compravendita di opinioni a basso costo. Non facciamo né critica né elogio del consumo, ma una cosa è certa: per conoscere in profondità il consumo non servono i manuali di economia, bisogna consumare; per conoscere davvero le tecnologie dell’informazione non servono i libri dei massmediologi, bisogna usare quelle tecnologie. Forse il messaggio è proprio questo: cercate di praticare l’ambiente in cui vi trovate, avvicinatevi alle cose con le mani, non con i giudizi. Le vostre dita sono state progettate da decine di migliaia di anni, i vostri giudizi hanno al massimo qualche secolo…
  • R: Effettivamente la vostra proposta risulta più efficace e potente dal vivo, ma in futuro potrebbe essere interessante ascoltarne una versione su disco. Pensate che sia possibile ricostruire in studio quanto fate sul palco riuscendo a dare agli ascoltatori le stesse sensazioni? Oppure preferireste avvicinarvi a un disco vostro con un approccio diverso?
  • F: Partendo dalla consapevolezza che quest’esperienza non è unicamente radicata nella musica, ma – derivando da diverse forme artistiche – non appartiene di fatto a nessuna di esse, ammettiamo in tutta onestà che ancora non sappiamo in che modo si possa evolvere la cosa. Prima o poi è verosimile che un prodotto venga fuori. Non so se sarà un cd, però. Può darsi, voglio dire, ma esistono anche altre soluzioni. Ad esempio stiamo pensando a una forma espressiva più visuale e dinamica che sia d’impatto come il live. Un cortometraggio, un videoclip, un pezzo di videoart: ancora nulla è deciso, ma sul piatto ci sono queste possibilità. Devo dire che sarà molto difficile riprodurre in studio le stesse sensazioni che fin ora siam riusciti a trasmettere dal vivo. Forse non è nemmeno questo il problema che dovremmo porci nel momento in cui volessimo incidere qualcosa, audio o video che sia. La cosa migliore sarebbe lavorare a qualcosa che non sia un calco imperfetto delle nostre esibizioni ma che, attraverso una forma originale, sia capace di proporsi come oggetto a sé, godibile in quanto tale. Forse è anche per questo che pensiamo a qualcosa di visuale. Qualcosa che certamente potrà contenere, qua e là, riprese tratte dai nostri spettacoli, ma che non dovrà ridursi ad esse o ad un loro campionario. Personalmente mi piacerebbe un soggetto legato all’animazione, ma siamo ancora nell’universo del cazzeggio ipotetico. Servirà un regista, questo è poco ma sicuro. Anzi, se ce n’è uno che sta leggendo, si faccia vivo…
  • R: Per finire questa intervista, quali saranno i prossimi passi dei Fersina Zoo?
  • F: Di sicuro continueremo a esibirci nei locali. È lì che abbiamo cominciato, ci troviamo bene e non vedo perché dovremmo smettere. L’importante è scegliere bene i posti. A questo proposito un elemento mi sembra degno di nota: non tutti i locali curano a dovere l’aspetto tecnico e fonico, che per noi è decisivo. Ebbene, ci sono artisti che per meno di un tot di soldi non muovono un dito, nemmeno ti rispondono al telefono. Ora: manco noi suoniamo gratis, questo è chiaro. Ma preferiamo che in discussione ci sia l’ entità del cachet piuttosto che l’adeguatezza dell’impianto. Riguardo a quest’ultima, l’esperienza ci ha insegnato ad essere piuttosto intransigenti, anche a costo di sembrare stronzi.
    Nell’immediato futuro parteciperemo a LPM 2008, il Live Performers Meeting di Roma (dal 29 maggio al 1 giugno), una quattro giorni di videoart e musica elettronica in cui proveremo a sperimentarci in chiave più visuale. Penso che sia una tappa importante, perché ci saranno artisti da tutto il mondo e perché finalmente potremo vedere qualcosa di nuovo, da cui apprendere, con cui collaborare, o – perché no – contro cui scagliarci. Per l’anno prossimo, sono in cantiere un paio di eventi teatrali fra Genova e Lecce, che ancora dobbiamo definire quanto a date, forma, durata, ecc. Se questi vanno in porto, dovremo ripensare il nostro lavoro in maniera radicale, arrivare a una versione del nostro spettacolo che abbia nel teatro il suo luogo di elezione. Dovremo cominciare a lavorare sulle luci, ad esempio, che per noi costituiscono un orizzonte nuovo, per non dire oscuro. Ma anche le scenografie… Insomma, ci sarà da lavorare.
    Da ultimo mi piacerebbe che i Fersina Zoo cominciassero a interfacciarsi con il mondo dell’arte performativa contemporanea. Certo, poi finisco a pensare allo stress di alcuni miei amici che già ci lavorano dentro e non ne sono più tanto sicuro.
    In generale tentiamo di non avere preclusioni, questo sì. Chiunque volesse proporci qualcosa, è liberissimo di farlo. Anzi, lo invitiamo a farlo. Nemmeno noi sappiamo cosa diventeremo… e se lo diventeremo…
  • Semplicemente GRANDIOSI.
    Su disco, su Palco.
    Veri, fotografici, oggettivi e diretti.

    QUELLA Genova vi aspetta, a porte aperte.

  • emi

    non mi resta che ripetere le stesse parole di luciano, con la sola aggiunta di "unici".

  • vedete di venire al sud al più presto per piacere :)

  • ciao dusty, ci stiamo lavorando, ma non è semplice. cmqe una puntata al sud è possibile e, anzi, benvenuta. se hai per la mani qualcosa proponi pure e fai sapere qui edo_luc@yahoo.it