Intervista a Dirty Actions: Punk di oggi, ieri e domani.

  • Una lunga chiacchierata con Johnny Grieco, storico cantante dei redivivi Dirty Actions è quello che ci vuole per chiarirsi le idee sulla situazione attuale di un’italietta allo sbando.

    R: Una domanda che ti avranno fatto praticamente tutti: perché questo ritorno? Un ritorno massiccio oserei dire: hai curato l’uscita della raccolta ‘Dirty Actions 1979-1982’, con ‘Attenti agli ottanta’ hai registrato da capo i brani storici dei Dirty Actions e da poco è uscito ‘21 dirty rmxs’.

  • Johnny Grieco: Innanzitutto perchè mi premeva focalizzare l’attenzione sulla scena musicale genovese dall’esplosione del punk alla fine degli anni ’70 fino ad oggi. Nessuna intenzione di “fare lezione” ai nuovi gruppi di oggi, che non hanno certo bisogno di rifarsi ai buoni, vecchi Dirty Actions ne’ tantomeno vivere di luce riflessa dei gruppi di 30 anni fa, ci mancherebbe. Hanno le palle e la bravura necessari per andare avanti con le proprie forze, sanno come muoversi e cercano di perseguire i loro obiettivi. Musicalmente a Genova si respira un’aria buona, non stagnante, non per nulla per ‘21 Dirty Rmxs’ ho pescato a piene mani dai gruppi e djs genovesi e, mio malgrado, ho dovuto lasciare fuori qualche nome che avrei voluto inserire. Ridare a Genova la giusta importanza e riconoscimento come polo musicale dai primissimi anni 80 fino a oggi, era ed è, una delle mie intenzioni originarie. Anche se le operazioni postume non sono mai viste di buon occhio, c’è sempre il sospetto che si voglia approfittare della poca memoria della gente per falsare la realtà. Diciamo che a mio favore ho una ricca documentazione iconografica. Dopo i fenomeni riconosciuti delle città di Pordenone e Bologna, giustamente evidenziati e riportati dalle cronache dell’epoca e riproposti ogni volta che si parla di punk all’italiana e affini, Genova è stato uno degli avamposti più interessanti della nuova musica italiana. Ma nessuno ne ha mai parlato anche perché sono pochissimi, quasi inesistenti i reperti audio e video. Eppure, nel mese di ottobre del 1980, c’era stata la grande manifestazione in due serate intitolata “Ma che colpa abbiamo noi” con l’evidente intenzione di accomunare il periodo beat all’esplosione del punk, che riusciva a fotografare egregiamente l’avvento della tumultuosa realtà musicale del momento. Nonostante una forte presenza delle forze dell’ordine che cercano invano di sedare gli animi più esagitati, il festival ottiene un successo insperato. Va tutto alla perfezione, incredibile. Le esibizioni vengono filmate dalle televisioni locali e anche da Rai 3 regionale, i concerti vengono registrati in modo professionale dal banco mixer e con microfoni ambientali e di lì a poco, ci assicurano e spergiurano, vedrà la luce un doppio album, una della etichette papabili è Cramps Records di Milano. Naturalmente nulla di tutto ciò avviene, sennò non saremmo qui a parlarne e con il tempo spariscono o vanno perse le registrazioni audio e video. Oltre 6 ore di registrazioni perse nel nulla. Nessuna testimonianza a parte qualche vecchio articolo sui giornali dell’epoca. Magro, magrissimo bottino.
    Dopo tutti questi anni è stata necessaria un’operazione di archeologia musicale, scavare nelle macerie per riportare alla luce un po’ di quella realtà. Purtroppo nella mia ricerca sono emersi pochissimi reperti sonori, sono riuscito a recuperare soltanto un buon archivio di articoli e foto del periodo ma le testimonianze audio-video di altri gruppi sono inesistenti, a parte il materiale dei Dirty di mia proprietà che ho pubblicato. Ma c’era moltissimo altro. La scena musicale era composta da un magma ribollente di circa una trentina di gruppi, di cui una decina sicuramente di buon livello: dal punk più tradizionale alle prime bordate HC, dalla musica elettronica sperimentale alle prime contaminazioni funk, ska e reggae, i richiami ai sixties e al rockabilly, fino alle prime incursioni in quella che poi verrà definita world music.
  • R: Ora scusa la domanda cattiva, ma c’era davvero bisogno del ritorno di un gruppo che tutti consideravano morto e sepolto? Non sentivi l’esigenza di provare con qualche cosa di completamente nuovo anche come scelta “di denominazione”? È facile tornare a utilizzare il nome “Dirty Actions” (o la versione “Dirty Actions Tribute”) nonché puntare esclusivamente sui vecchi pezzi, più difficile (ma forse più stimolante dal mio punto di vista) sarebbe stato ripartire completamente da capo, ex novo, senza sfruttare un nome o della pubblicità che rimandano ad un grande periodo per la musica punk (e non solo) in Italia. Non rischi poi di entrare nel circolo facilone e “modaiolo” delle reunion (o comunque dei progetti di ritorno)?
  • JG: A me hanno sempre affascinato gli zombie e i vampiri, quelli che tornano dall’aldilà per far fuori quelli dell’aldiqua. A parte le battute, direi di sì, sono seriamente convinto che ci fosse bisogno di resuscitare i Bandana Boys per riprendere un vecchio discorso bruscamente interrotto e non proseguito da nessun altro. Se non avessi creduto fortemente, allora come adesso, alle potenzialità inespresse dei Dirty Actions e alla loro attualità, non avrei rischiato di riproporre qualcosa che potesse essere recepito come una minestra riscaldata. Mi sono voluto divertire partendo da alcuni punti fermi e irrinunciabili. Mantenere inalterate le sonorità di quegli anni, non modificare le strutture originali dei pezzi e nemmeno i testi. L’operazione direi che è riuscita, le song hanno mantenuto la freschezza e l’aggressività iniziali e sono piaciute non solo ai miei coetanei o agli appassionati del genere, ma soprattutto alle nuove generazioni, che non conoscevano per nulla i Dirty Actions e che hanno interpretato il cd ‘Attenti agli Ottanta’ come un album di pezzi nuovi e non di trent’anni fa. In questo senso, piuttosto che di un’operazione reunion, parlerei di riscoperta. Siamo sempre stati un gruppo di nicchia e dal punto di vista discografico siamo rimasti inespressi, in sospeso: un solo 45 giri, poi un pezzo in una compilation. Nulla più. Comunque non lo nascondo è vero, strategicamente ho approfittato sia del filone delle reunion, quello della riscoperta degli anni 80 e dei trent’anni del punk. Sono sempre un punk in fondo e so perfettamente che tutto è nato da un grande imbroglio del rock’n’roll. McLaren & Sex Pistols insegnano: quindi perchè non usare e abusare di tutto quello che ci serve, come meglio ci pare? Ma non sono riuscito di certo a firmare un contratto con una Emi o una Virgin. Oggi come allora i Dirty Actions rimangono un prodotto di nicchia, anche perchè dagli anni ’80 poco è cambiato, rincresce ammetterlo e per di più fa anche incazzare, ma in Italia siamo sempre all’estrema periferia dell’Impero. Potrei direi che ho dato l’opportunità al giovane Johnny di coronare un vecchio sogno, registrare il disco della sua band, quel disco che 25 anni nessuno era disposto a pagare, produrre, promuovere. Un po’ triste, quasi patetico, no? Sembra la storia della piccola fiammiferaia, oppure uno dei racconti del libro Cuore. Chissà, se messa giù così, a qualcuno potrebbe interessare come idea per uno sceneggiato tv, visto le cagate che ci propinano le tv private e di stato?
  • R: A proposito, come vedi la musica in Italia oggi?
  • JG: Come ho detto prima, siamo inesorabilmente ancora alla periferia dell’ Impero. I nostri prodotti non sono esportabili a parte qualche paese latino compiacente e pochissime altre eccezioni, che non fanno i grossi numeri. Non ci sono veri e propri scambi di esperienze ma solo marchette-ospitate sui dischi del big che canta con l’altro big straniero. Il suono è sempre molto curato, fin troppo ma non c’è groove, nulla che precorra i tempi o che, semplicemente, sia in sintonia con quello che c’è in giro. Sto parlando sia della musica commerciale che di quella alternativa è chiaro. Per caso, ho prestato orecchio all’ultimo di Venditti. Canta imitando Ramazzotti, pazzesco! Che si farebbe per non perdere il treno del successo. Al bar stamattina ho ascoltato qualcosa di Guccini, con una base molto ritmata che non c’entrava nulla con il suo cantato, sembrava quasi in affanno inserita a forza. E poi cloni su cloni dei vari Vaschi, Ligabui, Battisti e tribute band a manetta come se piovesse. Duro da ammettere, ma l’ultima vera novità è stata la disco italiana che io non ho mai digerito. Il rap italiano poi è in caduta libera e, senza nulla togliere a chi ci crede e si fa il culo, sembra fatto apposta per sdoganare e far vendere i rappers d’oltreoceano, alle etichette italiane che li distribuiscono che potrebbero risultare un po’ ostici per il nostro mercato. I nuovi gruppi che si affacciano sulla scena alternativa o indie, dopo il primo e forse un secondo disco “interessante” cadono poi, giocoforza, nella logica di farsi accettare dal grande pubblico. Anche se riescono ad evitare le sabbie mobili del Festival di Sanremo, saranno prima o poi, costretti a cercare disperatamente di piazzare il nuovo cd nelle classifiche nazionali. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma essere ottimisti in una situazione del genere è un po’ dura.
  • R: C’è qualche gruppo che in questo momento ti piace particolarmente?
  • JG: Tanto per fare il “paraculo” tutti quelli di ‘21 DIRTY RMXs’, anche perchè sarei fesso se avessi messo dentro qualcuno che non mi piaceva e poi anche tutti quelli che non sono riuscito a inserire con cui conto al più presto di collaborare. A livello internazionale questo è il momento di Timbaland, non ci sono cazzi. Da Timberlake fino a Bjork e ai Duran Duran “Reloaded” si sta facendo tutti e tutto, da qualche parte in America o chissà dove ci sarà già qualcuno che cercherà di fargli le scarpe, ma al momento il banco è tutto suo. Poi io sono onnivoro: Magnetic Fields ma potrei dire anche Arcade Fire, The Shins tra le ultime cose ma non impazzisco, non mi scatta la fascinazione. Cambio gusti ogni giorno, ascolto di tutto in ordine sparso e casuale, da qualche tempo anche: Stockhausen, pace alla grande anima sua, Ligeti, anche lui scomparso da poco e Walter Carlos anche perchè sto lavorando all’album solista che sarà tutto elettronico e mi auguro non troppo commerciale. Ma non disdegno anche: Tiga, Justice, Boyz Noise. Einsturzende Neubauten? Mi aspetto sempre di più, molto di più.
    Volutamente non cito gruppi punk o similia… la mia esperienza non dà garanzie di un giudizio senza preconcetti. Sul punk non accetto compromessi.
  • R: Invece che ci dici del ritorno sul palco? Sei davvero tornato “con membra d’acciaio” (parafrasando la frase di Rimbaud che campeggia sul retro di “attenti agli ottanta”)? Hai trovato gli stimoli giusti? E il pubblico, come reagisce?
  • JG: Permettimi una divagazione. Ti ringrazio di aver citato quella frase perchè mi offre l’occasione di chiarirne il significato che sul cd ho commesso l’errore di dare per scontato. A parte la predilezione per le poesie di Rimbaud, che ho scoperto appena tredicenne sui libri di scuola in terza media, quella frase è stata estrapolata dalla copertina della fanzine A/traverso del Movimento del 77 di Bologna, dedicata alla chiusura da parte delle forze dell’ordine di Radio Alice. È una minaccia, una promessa, un anatema: ci avete arrestati, ci avete ingabbiati, ci avete pestati, ci avete ridotto al silenzio, ci avete obbligato a dimenticare tutto o quasi… ma torneremo, torneremo ancora con membra d’acciaio. Riportare quella frase sul retro del cd Attenti agli Ottanta è il mio modo per rispondere a quell’appello. Dopo tutti questi anni e dopo tutto quello che è successo al G8 a Genova nel 2001 che, tornando alla tua prima domanda, è un altro dei motivi del mio ritorno, anzi è stato quello che maggiormente mi ha spronato a tornare, da parte mia rappresenta l’assunzione di un impegno preciso.
    Il ritorno sul palco è stato salutare, corroborante, tonificante e stimolante. Nulla può valere di più di un faccia a faccia con il pubblico. L’unico appunto che posso muovere a chi viene ai nostri concerti è quello di avvicinarsi più al palco, di non stare a distanza “di sicurezza” di non avere alcun timore reverenziale, mi rivolgo soprattutto ai giovani punks, ma anche agli altri. Tirate fuori quello che avete dentro indipendentemente a quello che io posso fare sul palco. Come spettatore ai concerti io sono sempre stato il tipo da transenna rovente, ostinato, sempre sotto il palco senza indietreggiare, saltavo fino allo sfinimento fisico e psichico. Godetevi il concerto, tirate fuori la rabbia, partecipate. Non è una lezione all’università, non devo insegnarvi nulla, sono tutte cose che voi avete già dentro. Dovete solo tirarle fuori.
  • R: Tu sei anche un disegnatore. C’è sempre stato un forte connubio tra musica e arte visiva, in particolare con il fumetto. Negli ultimi anni questo è salito ancora di più alla ribalta con due esempi concreti e tangibili seppur molto diversi: i Tre Allegri Ragazzi Morti e i Gorillaz. Che ne pensi?
  • JG: Nel mio caso, parafrasando Disney, potrei dire che tutto è iniziato da un pesce. Walt Disney sosteneva che tutto il suo impero era iniziato da un topo anche se in realtà aveva iniziato con un coniglio, il coniglio fortunato Oswald. Ripensandoci anch’io ho le idee un po’ confuse non ci giurerei che prima è nato il pesce Siluro della fanzine “Le Silure d’Europe” piuttosto, invece, che tutto sia iniziato da un cazzo ovvero Catzillo.
    Tornando alla tua domanda diciamo che a differenza degli inizi dove facevo contemporaneamente mille cose, in seguito ho sempre cercato di tenere le due cose ben separate: da una parte la musica e dall’altra il disegno. Semplicemente perchè con il disegno ci vivo e in fondo per me è ormai un lavoro, mentre la musica è una passione e come tutte le passioni è totalizzante e tende a rubare spazio a tutte le altre cose. Toffolo mi piace molto come disegnatore ma conosco pochissimo della musica del gruppo. I Gorillaz invece sono un po’ una delusione rispetto alle aspettative, Jamie Hewlett mi piace moltissimo, i personaggi sono azzeccati, ma la musica è troppo anni 80. Bella l’idea, ottimo l’impatto iniziale ma dopo un inizio così promettente capisco quanto sia duro riuscire a mantenere le aspettative e poi Damon Albarn ha troppe cose in testa anche il nuovo progetto con Simonon dei Clash, The Good, the Bad and the Queen non mi ha fatto proprio impazzire. Forse pretendo troppo, sicuramente è così. Ma se non pretendi da un personaggio come Albarn da chi altri puoi farlo, no?
  • R: Sempre a proposito della tua attività parallela, ci puoi raccontare cos’è successo con quella copertina del Mucchio disegnata da te? Un brutto caso di censura?
  • JG: Censura, certo e della peggior specie, ovvero quella subdola, psicologica, indiretta. Il distributore che consiglia all’editore di non pubblicare la copertina perchè il gioco non vale la candela e non vuole rischiare denunce da parte dell’editore più potente d’Italia è una cosa molto grave, dal mio punto di vista. E poi che un Catzillo punk di 30 anni fa, travestito suo malgrado da Berlusconi, possa suscitare sdegno e indignazione, detto tra noi, è davvero ridicolo e non è affatto un vanto. Poco importa se poi l’operazione Catzillo-Berluska abbia raggiunto lo scopo e la mancata-copertina sia stata una delle più scaricate in rete con una visibilità 10 volte superiore alla tiratura del Mucchio. Il fatto grave c’è stato e rimane.
  • R: Chiudo con una domanda sui “bei tempi andati”. Qualche tempo fa, sulla guida dedicata alle radici del punk italiano fatta dalla rivista Rumore, Luca Frazzi scrive così riguardo al 7” di “Rosa shocking”: “Né più né meno di un gruppo di giovani punks dalle idee poco chiare ma dalla grande voglia di fare (o di distruggere, dipende dai punti di vista). È punk il loro nome (le ‘Cattive Azioni’), è punk l’immagine che danno di sé, è punk il titolo del loro singolo, Rosa shocking, chiaro riferimento all’immagine e ai colori “eccessivi” imposti dalla nuova moda. Un po’ meno punk è la musica. Ma lo ripetiamo per l’ennesima volta, questo è un problema relativo”. Che ne pensi?
  • JG: Sono d’accordo. Fotografa benissimo quel momento e sono anche d’accordo che la nostra musica in quel 45 giri era “meno PUNK” di quanto noi volessimo. E lo credo, ci mancava il distorsore! Ugo Delucchi non aveva portato il distorsore e in tutta Milano non sono riusciti a recuperare un distorsore per farci registrare i pezzi. In studio era presente come tecnico, produttore e non so che altro, Tofani, lo storico chitarrista degli Area. In realtà ha fatto ben poco, anzi nulla. Stendiamo un velo pietoso. Era un mio mito. Vuoi dire che in casa non avesse un cazzo di distorsore da prestarci? Nonostante tutto quel pezzo, fatto in quel modo, è entrato nella testa di talmente tanta gente che forse è giusto così: “Ma siete quelli di Rosa Shocking? Avevo 12 anni quando ho ascoltato quel pezzo! Quel disco l’ho consumato. E Figli del Demonio, perchè non fate Figli del Demonio dal vivo?”
  • grande J.
    unico vero grande incontrastato guru del punk in italia

  • Liz

    credo fortemente in questo tipo di archeologia musicale.
    Certe cose non devono andare perse, fanno parte in un certo senso del patrimonio intellettuale tanto quanto i libri.

  • Johnny Grieco è uno dei più grandi in Italia. Sa raccontare, scriver, parlare, suonare, il suo scrivere è un film continuo. Infinito Johnny.

  • a volte le cose più "regolari" sono anche le più becere.Il panc era becero ma molto spesso anche elegante.Oggi non rimane nulla di tutto ciò,ma solo le smorfie dubbiose dei ragazzini nei confronti di una chitarra "pulita" o di un 30/40enne…panc

  • sara' anche arkeologia ma la DeFe pank era un gran bel viaggio ! che tempi …
    ciao JC !