La Route du Rock: Le (difficili e molteplici) strade del rock

Splendido posto la Bretagna, nonostante col sole bruci dannatamente mentre al comparire di nuvole e pioggia sembra di essere in Italia a novembre inoltrato, una terra bellissima anche se per raggiungerla, particolarmente in sette con un furgone carico di valigie e tende, il viaggio sembra non finire mai.
Il buon motivo per rinunciare ad un tranquillo ferragosto su qualche spiaggia vicino casa per avventurarsi in questo viaggio è il festival La Route Du Rock, quasi venti anni d’esperienza per un evento preciso nell'organizzazione e nei servizi forniti al pubblico (a partire da un campeggio gratuito decente e nella scelta oculata del programma).

14 AGOSTO – PRIMO GIORNO

Calcolando male i tempi del viaggio ci perdiamo tra insulti e maledizioni sia i concerti del pomeriggio a teatro (The Dodos e Fuck Buttons) che le prime esibizioni del palco situato nel forte di Saint Pere che ospita la maggior parte del festival (The War On Drugs e The Do).
Nonostante questo il primo impatto con La Route Du Rock è sensazionale grazie all’ottima prova dei Tindersticks. Il gruppo inglese, un vero e proprio esercito di musicisti, conquista subito con le sue atmosfere raffinate e composizioni tanto precise quanto eleganti: il pop oscuro e malinconico della band entra nelle ossa come l’umidità lancinante dopo i temporali del pomeriggio, le note trascinano l’attenzione verso il palco in maniera irresistibile per tutta la durata del concerto costruendo melodie perfette e sfruttando al meglio gli innesti di fiati e archi. Bravissimi!
La forza delle redivive Breeders esplode nel fascino che i classici di questa band hanno ancora sul pubblico, basta Cannonball a far accorrere decine di migliaia di persone a saltare sotto al palco, nonostante il non ottimo stato di forma di Kim Deal. La band americana esegue un concerto semplice e stralunato, favoloso quando mescolano alla perfezione indie-rock e punk del passato, meno nelle pretese di intimità e malinconia. Un’esibizione altalenante la loro, positiva per piacere nell’ascolto e divertimento del pubblico.
Se le prime due ore di festival a cui ho assistito si sono dimostrate all’altezza delle aspettative arrivano i Cold War Kids a deludermi e annoiarmi. Un gruppo ipocrita e vuoto che cerca di accattivare gli ascoltatori proponendo una minestra riscaldata che pesca senza ritegno dal calderone dei successi indie o meno degli ultimi anni. Il risultato è da sbadiglio nonostante la loro esibizione sia fin troppo pulita: potenzialmente inutili.
A chiudere la prima serata e a svegliarmi dai torpori ci pensano i Foals. Nonostante la band di Oxford mischi math-rock e cassa dritta senza mai variare di una virgola per tutta l’ora dell’esibizione, riescono a coinvolgere e a far muovere il pubblico infreddolito dall’umidità devastante. La grinta del gruppo rende il concerto non solo sopportabile ma anche divertente e interessante in molti momenti, nonostante non si tratti proprio del genere di musicisti che entrano volentieri nei miei ascolti.

15 AGOSTO – SECONDO GIORNO

Solo quindici giorni fa non avrei mai pensato di passare ferragosto dall’altra parte d’Europa a sentire concerti, ma una giornata come quella del quindici agosto ha ripagato in pieno la mia scelta.
Nel (finalmente) assolato pomeriggio decidiamo di rinunciare anche se a malincuore all’esibizione dei Centenaire sulla spiaggia per dirigerci verso il bellissimo teatro che ospita le esibizioni pomeridiane.
Al momento di prendere posto i Bowerbirds sono già sul palco in duo (Phil Moore a chitarra e percussioni e Beth Tacular alla fisarmonica): sin dai primi brani l’esibizione si rivela tanto intima quanto sensazionale, il delicatissimo folk degli americani si muove velocemente tra le sue stesse note e cattura. Con la semplice ma decisiva forza di belle canzoni i due artisti americani tengono il pubblico in una piacevole situazione di fiato sospeso. La loro ottima prova fa da perfetto apripista per Micah P. Hinson. Favoloso.
Accompagnato da un unico musicista l’artista americano prende subito totale potere sia sul palco che sulla platea stringendo il pubblico con le sue canzoni capaci sia di languide discese malinconiche che di improvvise esplosioni emotive che vanno ad afferrare il pubblico presente per liberarlo solo a fine concerto. Ripercorrendo tutti e tre gli album della sua finora breve ma già luminosa carriera Hinson si espone con una sensibilità superiore rendendo l’ascoltatore emotivamente partecipe delle sue ballate grazie anche a una voce senza paragoni che dal vivo emerge ancora più che su disco. Un musicista fenomenale, capace di riempire il teatro di Saint Malò con tutto il suo immenso talento e le sue splendide canzoni.

Se il pomeriggio è stato musicalmente perfetto, anche la serata di concerti nel forte inizia nel migliore dei modi, arriviamo infatti davanti al palco giusto in tempo per attendere l’esibizione dei Why?, i quali mettono in atto una delle migliori prove della tre giorni di festival.
Il quartetto capitanato dall’ex Clouddead Yony Wolf si cimenta infatti in un live carico di talento ed energia con una irresistibile e allegra vitalità, riproponendo in maniera perfetta i brani migliori dei tre lavori discografici. Tra gli incroci vocali e la precisione della musica il pubblico resta incastrato nella rete tesa dagli americani per tutta la durata dell'esibizione, espressione artistica e spettacolo che si elevano tra le migliori esibizioni del festival.
Se la serata inizia benissimo continua senza abbassare le ali con i Notwist, uno dei gruppi che più ho amato all’inizio di questo nuovo millennio che non deludono anche dal vivo andando a riproporre in maniera perfetta i vecchi brani pescando a piene mani dal sempre bellissimo 'Neon Golden' (su tutte una lunghissima e travolgente versione di Pilot), ma andando anche a valorizzare i non proprio fenomenali brani del recente ritorno discografico. Nonostante qualche trovata non proprio entusiasmante (l’utilità del controller Wii usato e abusato dal tastierista non mi è ancora ben chiara) il concerto della band tedesca è più che soddisfacente grazie anche ad una invidiabile grinta nell’eseguire i brani la cui bellezza è del tutto innegabile, anche su un palco.
Dopo un interminabile cambio palco, giustificabile dal numero dei musicisti coinvolti e dalle notevoli coreografie presenti, arriva l’attesissimo momento dei Sigur Ros. Gli islandesi partono in quarta proponendo subito due canzoni come Svefn-g-englar e Ny batteri, due degli episodi meglio riusciti della loro discografia, e questo basterebbe a tessere le lodi della loro esibizione in terra francese. I deludenti brani del loro ultimo lavoro restano vuoti e abbastanza scialbi anche dal vivo, ma considerata in toto la loro performance il giudizio è più che positivo, dimostrando come questa band – accompagnata dalle solite Amiina agli archi e da un’enorme orchestra di ottoni – riesca a essere sempre prodiga nel distribuire emozioni al pubblico presente ai suoi concerti e tanto basta a continuare a considerare il quartetto islandese come una delle più importanti realtà musicali europee moderne; considerando poi che la chiusura del concerto è affidata alla sempre estasiante Popplagiò (o Untitled 8), non posso che dirmi pienamente soddisfatto.
Presentati come nuovi Battles, gli australiani Pivot, nuova scommessa della Warp, al sottoscritto ricordano più una versione semplificata dei 65daysofstatic (e dire ciò non è necessariamente un male). Tra momenti psichedelici e improvvisi assalti dalla notevole potenza sonora questo trio pur non esaltandomi riesce a intrattenermi con piacere per tutta la durata della loro esibizione.

16 AGOSTO – TERZA GIORNATA

Anche la terza ultima giornata di festival inizia, almeno per il sottoscritto, con il pomeriggio nel Palace Sony Ericsson, in questo caso con l’intensissimo live di Phosphorescent. Il cantautore americano si presenta sul palco accompagnato unicamente dalla sua chitarra acustica e una loop station e tanto basta a creare subito una perfetta intimità con il pubblico con le sue splendide ballate in odor di Bonnie “Prince” Billy. Per tutta la durata della sua esibizione si resta rapiti nelle sue parole e nella sua incredibile capacità interpretativa, bravissimo.
Vere e proprie icone, i Windsor For The Derby non deludono le mie aspettative eseguendo un concerto a dir poco strabiliante. Gli incroci degli strumenti, la precisione con cui le note della band americana vanno ad incastrarsi sui ritmi dettati dalla batteria, il lavoro di costruzione da abili artigiani sonori mi tengono incollato alla sedia del teatro con una irresistibile forza ipnotica. Era da parecchio tempo che non venivo così coinvolto da un gruppo semplicemente rock su un palco, quello della band americana è uno di quei concerti in cui il tempo vola letteralmente via, in cui all’ultima nota vorresti subito poter rimandare indietro il tempo. Per tutta la durata dell’esibizione il quartetto riesce a creare un’atmosfera unica in cui far immergere il pubblico presente con una perizia fuori dell’ordinario, e tanto basta a lasciare totalmente entusiasti di un concerto simile.

Se il pomeriggio di questo ultimo giorno di festival è stato semplicemente entusiasmante, non si può dire lo stesso della serata.
Arriviamo a Fort Saint Pere che i Menomena sono già sul palco, gruppo di cui ho adorato letteralmente il disco d’esordio ma le cui ultime trasformazioni mi hanno lasciato a dir poco indifferente, e purtroppo pur avendo buoni spunti e diversi motivi di interesse, la parte di concerto a cui assisto è puntata su questi ultime canzoni tra debole rock e insipida elettronica a cui nemmeno le parti di sassofono riescono ad aggiungere un pizzico di sapore.
Per quanto i Menomena non mi convincano più come ai tempi dei loro esordi si elevano in confronto al gruppo che li segue: i French Cowboy, dei quali mi basta ricordare per qualche secondo l’ignobile cover di Back To Black di Amy Winehouse per rabbrividire ancora. Un’ora e passa di concerto utile principalmente per farsi le code per la cena.
Nonostante a volte si possa cantare senza nessun problema i testi degli Smiths (per fare un esempio) sulle loro canzoni, e per quanto l’indie-pop non rientri proprio tra i miei ascolti preferiti, è assai più sopportabile e almeno divertente l’esibizione dei Girls In Hawaii. Accolti dal pubblico francese con un entusiasmo che arriva a sfiorare l’isteria, il sestetto belga sfodera il meglio del suo repertorio tra melodie orecchiabili e una discreta grinta sul palco, senza dimentica alcuni brani che superano abbondantemente la sufficienza. In definitiva un concerto anche abbastanza piacevole, particolarmente in una serata così povera di emozioni positive.
I The Ting Tings sono il peggior gruppo del mondo.
C’è ovviamente di peggio dei Ting Tings, ma a una settimana di distanza mi sento ancora derubato e la loro è una truffa bella e buona di inutili suoni plastici emozionanti come uno scaffale, accompagnati da una cantante che squittisce fastidiosamente nel suo essere bionda e bella e alla moda suonando una chitarra per scherzo, o almeno spero. Divertenti come un calcio nel basso ventre.
Provato dalla loro esibizione mi basta farmi sfiorare dal pensiero che i Pony Hoax siano una specie di Subsonica d'oltralpe dal basso tasso di eterosessualità per dirigermi verso la tenda.
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Nonostante la deludente ultima serata che mal si pone rispetto al resto del festival, bisogna constatare come siano poche le proposte simili in Europa, e non solo per le fredde ma bellissime ambientazioni della Bretagna. Trovo ammirevole un festival che puntando su nomi più o meno indipendenti, senza ricorrere ai soliti gruppi da “tutto esaurito” che tanto spesso ricorrono nei sempre più deludenti grandi festival italiani, riesce a richiamare decine di migliaia di persone davanti al palco per tutta la sua durata.
Una menzione particolare va alle scenografie perfette, grazie al lavoro svolto sulle luci che, se sul palco principale si rivelano ottimi, nei concerti teatrali pomeridiani diventano vere e proprie parti integranti delle esibizioni. Da lodare anche gli ottimi dj-set che intervallano i concerti a cura dei Magnetic Friends (che annoverano tra le loro file anche gli Stuntman 5), sempre divertenti e ben architettati.
Al di là delle considerazioni musicali e dei gusti personali andando a questa manifestazione si incontra una realtà ben oliata e collaudata dopo venti anni di edizioni, una proposta coraggiosa per molti versi ma capace di proporre musica di ottima qualità senza ricorrere a facili mezzi per attirare un pubblico numeroso. Tre giorni di festa, concerti e divertimento che non rinunciano ad un alto livello artistico, e tanto basta a farmi applaudire con gioia un evento simile.

Le foto sono di alter1fo

  • Che giornatona quella del 15 agosto!!!!