Timoria – 2020 Speedball

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Non so cosa mi ha spinto a rimettere nel lettore dopo così tanti anni (Sei? Sette? Forse di più?) questo ‘2020 speedball’. Non lo so davvero. Nostalgie adolescenziali? Problemi ancora legati al passaggio ai trenta? E a sentirlo dopo così tanti anni fa un certo effetto. Come lo fa capacitarsi di sapere ancora tutti i testi. Quello che mi ritrovo davanti è né più né meno diverso da quel che mi ricordavo, ma gli anni hanno fatto la differenza. I miei di anni, non quelli del disco. Perché? Beh, il lavoro in questione è un misturotto (come direbbe mia nonna) di una quantità abnorme di influenze, suoni, riferimenti diversi che però male si amalgamano tra loro: ballatone strutturate sempre con un crescendo di pathos esplosivo, uberprodezze metal rubate a qualche gruppaccio che suona nelle bettole bresciane, qualche pasticcio equo-solidale (che precede di gran lunga gli ultimi Negrita). Tutte queste cose, unite alla volontà del gruppo di voler mostrarsi fieramente avanti coi tempi, già allora facevano di ‘2020 Speedball’ un disco che nel 1995 sapeva di vecchio. Questo suo essere vetusto già alla nascita ha fatto però in modo che dopo tutto questo tempo sia rimasto sostanzialmente lo stesso, a differenza di un ‘Viaggio senza tempo’ (tanto per citare il loro più grande successo) che oggi ha perso ogni senso.
Pensando proprio a questo mi accorgo di cantarlo tutto a squarciagola (immaginatevi quante volte l’abbia ascoltato nella mia adolescenza), mentre guido in tangenziale. Poi, improvvisamente smetto di cantare.
Mi zittisco per una manciata di secondi.
E mentre un sorriso sardonico mi si dipinge sulla faccia, mi accorgo che un enorme dubbio si sta insinuando in me: e se i Timoria avessero voluto prenderci tutti per il culo? Ma certo, ora è tutto chiaro! Suvvia, non è assolutamente credibile un disco del genere. La loro è per forza un’enorme, gigantesca commedia dell’assurdo: prendono per il culo il già citato celodurismo e purismo del metal e dell’hard rock (parte di Europa 3, la strofa di Mi manca l’aria, la sbrodolata/assolo in Guru), nonché i cantanti finto rock, i ligabue e i vascorossi (Senza far rumore, Via padana superiore). Sbertucciano il punk (Brain machine, Week end), il funk (No money, no love), il rock melodico (Fino in fondo) e quello demenziale (la super improbabile Dancing queen). Prendono in giro soprattutto loro stessi con questo voler essere avanti, con i siparietti plasticosi (Fare i duri costa caro) ma soprattutto con simpatici calembour autocitazionisti: cos’è Guru se non il ribaltamento (anche musicale) di una Verso oriente che nel disco precedente vedeva l’ospitata di Eugenio Finardi?
E i testi, diomio, mi ritrovo basito come se non li avessi mai ascoltati: qui si brucia acido, qui si fa futurismo con falò di vecchiume. La ricetta del “crossover testuale padano superiore” infatti vede (state bene attenti che replicarla non è affatto facile):
– un senso di epico che tracima ad ogni angolo, esagerato, comico (già in 2020 se ne ha un ottimo esempio, magistralmente mischiato al senso dell’eros da fumetto porno letto di nascosto dai ragazzino, sentitevi l’orgasmo a fine canzone)
+ una serie di immagini del disagio e della ribellione giovanile che sembrano scritte da Bruno Vespa, riscontrabile nel 95% delle canzoni (Crepet, abbiamo beccato il tuo ghost writer!)
+ una carrellata di immagini di un futuro, frammenti di fantascienza da serie z (ovvero quelli in cui nemmeno si ride) partoriti durante qualche doposbronza.
Geniale. Incredibilmente geniale.