Morning Benders – Big Echo

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E poi arrivano loro e tirano i fili. Ascoltando Big Echo dei Morning Benders ho la netta impressione che tutto quello che mi lascia perplesso di gran parte del pop indipendente contemporaneo americano, il mascherare con del celebralismo esplicito idee polverose, o al contrario recintare nel tradizionalismo l’istinto killer del nuovo, abbia qui trovato una soluzione quasi spontanea. Non a caso in cabina di regia c’è quel Grizzly Bear cui principalmente mi scappava di pensare mentre scrivevo quanto sta qualche riga più su.
Diciamo subito che il pericolo qui è semplicemente quello di farsi bastare l’uno-due iniziale, capace di stecchire chiunque, tra la fantasia retro di Excuses e la vibrante delizia di Promises. Ci viene in aiuto la consapevolezza della riproducibilità tecnica: potremo riascoltare queste canzoni quanto vorremo, all’infinito. Dopo, più tardi. Adesso ci aspetta Wet Cement, ovvero la canzone più bella tra quelle che gli Sparklehorse non scriveranno mai più. Una passeggiata sonnambula su di un filo tirato tra i tetti di una città bagnata di pioggia, con qualche gatto che ci passa tra le gambe. Da ora in poi solo qualche pizzicotto, abbastanza per sentirsi svegli ma rimanere in pigiama. Il filo su cui si cammina è quello che unisce Wilco, Spoon e The Shins e i già citati Sparklehorse e Grizzly Bear ai sapori vintage dei Beach Boys e ai classici Motown. Un filo su cui l’equlibrio ad occhi aperti è davvero un piccolo miracolo di incoscienza. Se fosse un lp bastarebbe probabilmente cambiare lato, per prenderne un altro paio di quelli forti. Hands Me Downs e Mason Jar introducono ad una seconda parte più psichedelica e sognante, l’una con cavernosi riflessi di luce, l’altra dotata di un magico stupore soporifero. Altro pizzicotto con All Day Day Light (dopo quello fugace di Cold War nella prima parte) e siamo abbastanza storditi per sentire il giorno sulla pelle, Stitches ci coccola il giusto, ma ancora abbastanza assopiti per cascare nel tranello di un finale, con Sleepin In, che è un morbido, ma non meno abbagliante, spalancare di finestre. Su una giornata come tutte le altre. E allora, tanto vale premere repeat, ancora e ancora e ancora, ancora Excuses e ancora Promises e tutto quel che ne segue, facendo finta di stare al gioco. Potremo raccontare che no, la sveglia non ha suonato.