Bryan Ferry – Olympia

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
Novembre 2010 Virgin BryanFerry.com

Heartache By Numbers

Anni fa, chissà perchè tendevo a confondere lì per lì, Bryan Ferry con David Byrne. Forse perchè entrambi front man di due delle mie band preferite di uno dei miei periodi preferiti, forse perchè entrambi invischiati a vari livelli con Brian Eno, oppure perchè entrambi si circondavano di collaborazioni sempre di prim’ordine nel corso delle loro carriere soliste, o forse magari solo perchè il nome dell’uno aveva un’assonanza con il cognome dell’altro. Oggi, dopo aver approfondito la discografia solista di entrambi mi risulta impossibile cadere in quell’impasse. Dove David Byrne è costantemente e vulcanicamente proiettato in avanti, teso a catturare la modernità, Bryan Ferry cerca di mantenere ferma la sua identità artistica, cristallizzarla, confermare e conservare il proprio tratto distintivo qualitativamente o più precisamente esteticamente senza rinunciare a dire quel qualcosa in più e rimanendo dinamico e sfuggente così come da sempre lo conosciamo. E mai come in questo progetto la cosa sembra perseguita scientemente. A partire dalla copertina che, fotomodella (Kate Moss) in primo piano e glamour a tutto spiano, rievoca i capolavori dei Roxy Music, per non parlare del fatto che gli stessi Roxy Music, Brian Eno e Phil Manzanera, sono presenti in più tracce. E se potremmo tranquillamente dire che l’eccitante singolo You Can Dance, sembra essere la Slave To Love del nuovo millennio, riprendendo per un attimo lo scettro della sexy-ballad al pop bianco dopo decenni di dominio black, è pur vero che il suo intro è paro paro un sample di True To Lie, traccia di Avalon dei Roxy Music più melò. Eppoi eccolo riappropriarsi di Shameless che già aveva inciso in altra versione sempre con i Groove Armada, sul loro album Black Light. Senza dimenticare il ritorno alla collaborazione con David Gilmour e l’asso nella manica finale per chi voglia mettere in chiaro le cose, ovvero rienterpretare un classico, scelto però scivolosamente con una Song To Siren che, pur potendo contare su tre chitarre come Gilmour stesso, Johnny Greenwood (Radiohead) e Phil Manzanera, non sfiora l’intensità di Tim Buckley. Album di gran classe, intendiamoci. La già citata You Can Dance, la stessa Shameless o la meravigliosa Me Oh My, un alito caldo di melodia arrangiata e suonata da sturbo (ancora Gilmour più Eno), sono esempi eccellenti di un pop retrofuturista, che non smette di sedurre. Il resto però spesso suona vecchio in modo imbarazzante nonostante gli sforzi in direzione contraria, dove è difficile distinguere sussurri maliziosi da enfisemi senili, e in generale ci troviamo a sciropparci un cocktail notevolmente annacquato, forse proprio dall’intenzione di perseguire un’idea più che un istinto. Considerando la materia prima in campo, compresi fior di bassisti come Marcus Miller, Flea e Gary “Mani” Mounfield, la lunga attesa e le vette toccate nel disco, si può pretendere molto ma molto di più. Rimane una prova di forza per dimostrare di esserci sempre.