Spiritual Front – Roma Rotten Casino

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
settembre 2010 Trisol spiritualfront.com

Darkroom Frendship

Tiene botta il progetto di Simone “Hellvis” Salvatori e dei suoi Spiritual Front. Una band che sicuramente non è mai rimasta impantanata nel provincialismo, in particolare quello romano, ma fa concerti in tutta europa, presta brani a blockbuster come la serie dei Saw ed è seguita e conosciuta, nella scena dark, gothic e neo-folk, più all’estero che da noi. Poco male, ma a tutti coloro che li seguono era chiaro che con questo Roma Rotten Casinò ci doveva essere una svolta nella direzione in cui la band aveva dimostrato di sapersi ben più che orientare, ovvero allargare il raggio d’impatto.

E se da un lato c’era dunque fiducia vista la bellezza del precedente Armageddon Gigolò, erano iniziati a comparire elementi di preoccupazione. L’eccessivo tempo di attesa per il successore aumentava l’ansia di sputtanamento commerciale con cui gli Spiritual Front hanno continuato a giocare, sfoderando un video mainstream e frocissimo per il singolo Darkroom Friendship. Quando poi il brano rivelerà il suo lirismo solo nell’album, slegato dai vincoli visivi, la trappola si è chiusa. Roma Rotten Casinò è in definitiva un disco riuscito ed affascinante, un pop che sventola tra folk, richiami tangheri e barocchismi d’acchitto, sospeso, nei suoi pregi e nei suoi difetti, tra ansia e leggerezza, passione e disimpegno. La cartina di tornasole di tutto ciò sono gli arrangiamenti, che proseguono nella direzione che aveva dato credito alla loro originalità, ovvero l’innesto della lezione di Morricone sul terreno dei Current 93 di Black Ships Ate The Sky (richiamati un po’ anche dalla copertina), ma che soffrono di una spiccata centralità. Se infatti i brani migliori sono piccoli capolavori, puntellati a dovere da archi e fiati dosati a tratti con cura e a tratti con eccessi deliziosi, tanto da richiamare le cose più orchestrali di Bill Fay o quadretti country ‘n roll alla Lee Hazelwood, altri vengono schiacciati, soffocati da scelte discutibili, oppure orpellati in modo poco organico solo per dare suggestioni timbriche: un mandolino lì e una fisarmonica là, senza che aggiungano poi granchè al brano. La scrittura è molto sopra alla media dell’indie-pop italiano, nonostante la novità dell’apertura vocale di Salvatori, che gioca meno con la voce, e certe ariosità ricercate sfiorino spesso il baratro-Canadians, tipo Chaplin che danza sui pattini bendato sull’orlo del precipizio, con la grazia dell’incoscienza. Caduta finale con lo scialbo duetto con Sonja Kraushofer degli L’Ame Immortelle, che è un pò un peccato. Ma è a tutt’altro peccato che gli Spiritual Front proprio non sanno resistere e noi, adoratori del pop lascivo ma giocoso, finiremo all’Inferno con loro.