Akron/Family – The Cosmic Birth And Journey Of Shinju Tnt

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11 Febbraio 2011 Dead Oceans akronfamily.com

Silly Bears

Anche dopo questo secondo capitolo, seguito di Set’Em Wild, Set’ Em Free, per la Dead Oceans (sesto disco a nome Akron/Family), è ancora difficile dire cosa abbia influito di più nell’evoluzione degli Akron/Family, tra la dipartita del membro fondatore Ryan Vanderhoof, per far parte di una comunità buddhista, o il distacco dal cammino con la Young God di Michael Gira. A dispetto della decisione e del piglio con cui i tre superstiti sembrano aver imboccato questa strada sempre più weird e sempre più folk, la sensazione è che anche questa volta si tratti di un lavoro confusionario e autocompiacente. Perso ogni afflato intimista, ma al contempo quasi spirituale e astratto, fatto di composizioni costruite su intrecci di minimalismo pre-war e massimalismo post-punk, che di fatto hanno contribuito a creare un genere all’inizio del millennio, alla band di Porland oggi rimane solamente un ebbro girotondo intorno ad un fuoco spento, inciampando su qualche lattina di birra accartocciata.

Potremmo dire: sempre più lontani dai Six Organs Of Admittance e sempre più vicini a Devendra Banhart. Il lavoro di ricerca precedentemente svolto è stato setacciato a dovere, cercando di preservarne gli elementi più appariscenti e scapigliati, ed è così che si arriva all’abuso armonico dei cori nelle melodie, all’esasperazione delle dissonanze a scapito della compattezza delle composizioni, all’introduzione non strutturale di elementi esotici, come slanci tribali o coloriture celtiche. Nella sua sostanza, sepolta di ciarpame freak, è un disco davvero poco ispirato, perfino convenzionale e noioso, una volta capito il gioco. Non a caso si salvano i brani più personali come l’elegiaca Island, un mormorìo appoggiato su di un riff di basso che ricorda Iron & Wine, o i più brevi come So It Goes, dove potrebbero essere dei Wilco al sound check. Si tratta sicuramente di un pacchetto di brani capace di attirare l’attenzione ma anche immancabilmente di deluderla, di catturare un ascolto distratto senza insinuarsi sotto pelle come avevano dimostrato di saper fare in un passato che sembra davvero lontano.

E’ questo il punto della recensione in cui faccio outing e mi vien fuori di specificare che, come si sarà capito, il sottoscritto amava alla follia i dischi con la Young God, ed elesse nel 2007 (nonostante In Rainbows) Love Is Simple come proprio disco dell’anno. E forse sta proprio lì il punto. Probabilmente gli Akron/Family non hanno voluto intendere che quel disco era eccezionale perchè era la fine di un percorso, in cui prendeva forma un’autoironia sottile che irripetibilmente non ne inficiava la poetica ma anzi, nella sua eccezionalità e nel suo essere terminale, la esaltava, e non erano lì, in quell’eccentricità fine a se stessa, che andavano cercati i semi di una rinascita. Il fatto che non manchi, come nel disco precedente, il pezzo punk-funk corale non è forse un’eterna ed infruttuosa ricerca della nuova Ed Is A Portal?

Li perdoniamo perchè non è mai facile distinguere esattamente i confini di una rinascita in che termini e in che misura, da che punto, stabilire una continuità e da quale altro la divergenza.