The Rural Alberta Advantage – Departing

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Marzo 2011 Saddle Creek.com Theraa.com

Stamp

Non sempre cambiare luogo porta a nuovi “esaltanti location di fantasia”. Con “Hometown” i Canadesi The Rural Alberta Advantage – logo mutuato dalla terra natia –  avevano regalato pinte gassate di hype folk underground ad una pletora di assetati di novità, ora con il nuovo “Departing”, il fenomeno si è andato già a sgonfiare, fermo come calato dentro un’ increscioso fermo immagine che grippa nell’andare avanti. Un disco per tempi strani, spontaneo ma semi-controllato che già sembra far rimpiangere i “tempi migliori” che paradossalmente sono appena dietro le spalle; ma sicuramente sarà l’aria nuova e tutta da annusare di Toronto – il loro nuovo head quarter – la causa della staticità creativa.

Altresì anche se, carichi come sempre di quel  – tutto sommato – bel fardello d’indie-rock chiazzettato di folkyes stradaiolo galoppante e vizioso, i TRAA di Nils Edenloff ricordano, ripropongono e riciclano quello che già è stato ampliamente usato da Neutral Milk Hotel ieri e Decemberist oggi, torch song  e corse su asfalti radiofonici di quel “wild alla canadese” che guarda in tralice – e forse con invidia – quello degli States più sotto; Pitchfork di questa band n’aveva fatto una “circolare sfiziosa” da recapitare ovunque si potessero costruire le basi per una futura mitologia dal basso, ma prima o poi – come del resto carta canta – le fondazioni c’erano ma la crisi –  delle mitologie di cantiere  –  se ne frega in maniera eclatante.

Passando alla “requisitoria” dell’album, non ci sono più i delicati cori di Amy Cole, troppi i passaggi egocentrici di bacchette e pelli che Paul Banwatt sbatte in primo piano “Stamp”, cancellati gli Intro e Outro che caratterizzavano gli antipodi dell’esordio e la timbrica “raffreddata” di Edenloff  che non fa nulla per allontanarsi dal copia & incolla di Mangum dei Neutral Milk Hotel “Two lovers”, “Barnes’yard”; pare proprio che in questa nuova location base di Toronto la band non si sia ritrovata nell’assetto generale, e che non sia successo poi niente musicalmente parlando, forse la novità sta nell’aver lucidato un pochetto le canzoni con la sciolina di marca Postal Service “Under the knife”, aver dato una bella e robusta passata di pietra pomice pop “Muscle relaxants”, riposto a destra la penitenziale preghiera voce,organo e voce “North star” e a sinistra “Good night”, ballata da bottiglia scolata che va a sigillare, come due girate di chiavistello, il raggio di “non azione” di questo disco.

Nell’attesa di ritrovare le buone intuizioni primarie per fare bridge con cose migliori lasciamo i nostri rurali a rimescolare le idee, sperando in una crescita esponenziale e per non ritrovarci ancora qui a disquisire bla bla bla su prodotti sonori “caricati a salve”.