Vasco Rossi – Vivere O Niente


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Vivere Non è Facile

L’ACCUSA

P.M.  Enrico Calligari

È lecito, Onorevole Giuria, chiedersi perché su queste pagine Rocklab abbia sentito il bisogno di affrontare e approfondire il nuovo disco di Vasco Rossi, nonostante possa essere ritenuto fuori dalla sua giurisdizione. E la risposta potrebbe essere semplicemente che, a volte, bisogna saper ridisegnare i propri confini e i propri limiti, riconoscere nuovamente quello che si sta facendo qui e quello che non si sta facendo e, facendo un bel lavoro su se stessi e i propri pregiudizi, affrontare serenamente un artista che tanti amano per chiedersi, almeno, fino a che punto ci sia un torto ed una ragione. La serenità di cui parlo è quella, piuttosto rassicurante, che viene dalla constatazione, finalmente conclamata e approfondita, che la musica di Vasco Rossi, quella di oggi, è davvero inascoltabile. Per dire, a volte, quando si sta a cavillare se dare mezzo voto in più all’ultimo Radiohead o mezzo i meno a Erland And The Carnival, si perde un po’ la misura delle cose.

E se vi chiedete se serviva davvero sorbirsi l’intero disco e provarne un’analisi, vi dico l’ho fatto io per voi, affinchè ne siate esentati.
Non è stato facile. Ho dovuto ripulire Vivere O Niente, da tutta la solita autocelebrazione del Vasco Way-of-Life, la prosopopea e la presunzione del Santone che spaccia qualunquismo e idee non sue confondendole con la sua voce, ho dovuto far finta di niente di fronte al suo continuo ammiccare, strizzare l’occhio, o meglio, ho dovuto immaginare che costui si rivolgesse anche a me.

Ne è rimasto ben poco. Un disco stantìo e flaccido, incapace di contenere alcun barlume di vita, una mummificazione di un artista tronfio di aver raggiunto già da un pezzo il massimo del pubblico che potesse raggiungere. Quello che risulta chiaro è che Vasco Rossi, con dischi così, non conquisterà più alcun nuovo fan, parla e straparla a se stesso e ai “suoi”, perchè ha capito che allargare la propria audience è per lui impossibile. Le copie in più le compreranno sempre loro, il suo popolo, un regalo qui, il vinile da tenere gelosamente lì, la copia per la macchina… ha capito che pendono dalle sue labbra, dai suoi sproloqui. L’unico mondo, il suo, dove qualcuno potrebbe dargli crediti per cose rubacchiate a Iggy Pop (Manifesto Futurista Della Nuova Umanità) o per fare il verso a Lee Hazlewood (Starò Meglio i Così) senza averne gli stivali. Si permette di aprire il disco con una canzone (Vivere Non E’ Facile) che per sciatteria e insipidezza sarebbe una b-side per un Gianluca Grignani qualsiasi ma che gli permette di dichiararsi come il più severo giudice di se stesso, cosa intollerabile qui davanti ad una vera Giuria, ma scacco matto all’ascoltatore meno paludato. Blinda il tutto autocitandosi addosso con dei “Vado Al Massimo” tutt’altro che en passant ne L’Aquilone. Fino ad un certo punto dell’ascolto sembrava almeno che la calata senile ci avesse risparmiato il suo tipico brano laido, ma ecco che arriva Sei Pazza Di Me, classico del tamarro che si prepara allo specchio per la sera che i genitori di lei son fuori…  Ma il nocciolo, che separa una prima parte inascoltabile con una seconda appena degna, è sempre quella Eh..Già, che ha lasciato tutti increduli. La canzone con cui il Blasco e tutto il suo popolo si son chiusi il portone dietro le spalle, facendo ciao con la manina. E’ la dichiarazione, il brano, l’album, che fa capire che la Chiesa è al completo, rimane appena qualche posto in fondo, e stanno iniziando le preghiere tutti insieme di cui tutti sanno già le parole. Un brano fatto di nulla, cioè è fatto di Vasco, con due note sputacchiate, uno spoken word affetto da fumettismo e un ritornellone che perde gasolio da tutte le parti.

Vasco vi farà pur credere che la scelta è tra vivere oppure niente, ma sembra proprio lui ad aver trovato il modo di far convivere le due cose. Con i complimenti dell’Accusa.

LA DIFESA

Avv. Giovanni Papa

Signor Giudice, signori della giuria, io non sono oggi qui a difendere questo Vivere o Niente né tantomeno Vasco: tutti e due potrebbero benissimo difendersi da soli da qualsivoglia accusa mossa nei loro confronti.

Già dalla prima traccia, Vivere non è facile, ecco che scaturisce quella magia che si ripete in ogni lavoro del nostro Artista: si viene trascinati in questo mondo parallelo, questo grande stato mentale, eppur così concreto, nel quale ogni cosa è emanata da Vasco stesso (e così a lui ritorna), e di cui lui ne è uomo-filosofo tanto quanto uomo-medicina della sua realtà.  Ed è così che parte la prima traccia appunto, un colloquio fra sé e sé in cui Vasco si guarda allo specchio e capisce che l’unico che frega Vasco…è Vasco stesso e lui solo, e quanto sia dura la vita a certe altitudini della fama senza un complice con cui coprirsi le spalle, come ha sempre fatto ogni volta che si è messo in gioco con un nuovo disco.

Non c’è dubbio che sia un album intimista, in cui Rossi parla di sé in molti dei brani (il già citato brano di apertura per esempio, ma anche in Starò meglio di così, Eh…già, Sei pazza di me, Stammi vicino) e questo non può che essere indice di profonda simbiosi fra il cantante ed i suoi fans: pochi altri artisti riescono a svelarsi in questa maniera al proprio pubblico, così per come sono, decisamente veraci, senza cappellino e con la pelata a vista.

Ancora una volta Vasco insegna a vivere parlando di vita (quella vera, dell’uomo e non dell’artista), di morte, di problemi, d’amore, di donne (ed il particolare rapporto che il Rossi ha con loro, a queste dedica canzoni, ma il cui soggetto principale è sempre lui), di uomini, di cose vicine alla gente, e lo fa con parole schiette, senza fronzoli, oltretutto avvicinandosi in qualche modo un po’ di più alla musica ricominciando, dopo tanti anni, a cantare in maniera vera e propria i suoi brani tralasciando il classico stile di parlato che lo ha reso celebre.

I brani dell’album stilisticamente guardano al passato glorioso delle migliori uscite degli anni ’80, spaziando perfino un po’ nel cantautorato alla Venditti o magari rifacendosi in qualche modo a sonorità straniere di grandi hit del passato (Iggy Pop per Manifesto Futurista della Nuova Umanità o Chris Isaak per Starò meglio di così, Bon Jovi per Sei pazza di me)  ed anche i brani più propriamente “alla Vasco” come Prendi la strada e Dici che sono più vicini alla sua produzione di Liberi Liberi (ed è evidente come il sax finale di Eh…già sia una gloriosa reminiscenza di sonorità perdute nel tempo ma sempre care ai suoi fans).

Qualcuno lo ha già definito l’album della maturità… diciamo piuttosto che è il disco dell’assestamento, il disco della consapevolezza, dell’affermazione incondizionata, dell’accettazione totale. Basta con i giochini, adesso si fa veramente sul serio.

Spudoratamente vostro, la difesa.